6° Giorno

By Torquato Tasso

Là dove inalza il celebrato Olimpo,

creduto de gli dei lucente albergo,

sovra tutte le nubi e sovra i venti

ne l'aria queta la serena fronte;

e dove Alfeo ne le sue lucide onde

portar solea già l'onorata polve

de' vincitori, a cui le membra asperse,

propose i vari premi a' giochi illustri

l'antica Pisa; e i più veloci e i forti

vide sovente in dubbia lotta o 'n corso

affaticarsi, e i cavalieri e i carri

con le fervide ruote a l'alta meta

girarsi intorno, e 'n varie altre contese

ricercar pregio e fama e chiaro grido;

e vide a prova ancor sublimi ingegni

far di sè paragone, e 'n dolce canto

o con soave pur faconda lingua

gli udì maravigliando, è ben conobbe

che pari non avea mercede o palma.

Ma i primi dì ne le tenzoni antiche

talvolta sen passar dubbiosi e 'ncerti

senza corona, e sol nel giorno estremo,

in cui maggior fu la fatica e 'l rischio

del contrastare, o 'l vergognoso scorno

di ceder vinto, diede i cari pregi

fermo giudicio al vincitor felice,

e rimbombar d'intorno il chiaro nome

udissi al suon de la canora tromba.

Ma in questo quasi agone e quasi campo

di sapienza, ove adoriamo assiso

in altissima sede, a Dio sembiante,

quel cui permise il giudicarne in terra

giudice non severo, anzi Clemente,

più sollicita ancora e più gravosa

cura incerta d'onor ne preme e 'ngombra

nel giorno estremo e ne l'estremo corso,

in cui di faticosa aspra contesa

quasi corona, o premio è posto inanzi;

dura pena a l'incontra altrui minaccia.

Già non è pari il gioco, e pari il frutto

tra quel che lotta col nemico, o canta

al dolce suon de le sonore corde,

e 'l mio (se lece dir) contrasto indegno,

ch'ivi il periglio è sol fastidio e scherno

de gli uditori, e 'n questo è danno e morte.

Amici, adunque a me pietoso aiuto

date, vi prego, e quasi lena e spirto.

E di par meco entrate in questo adorno

maraviglioso grande ampio teatro

de le cose create, in cui mirando

il magistero del gran Padre eterno,

quasi per gradi alziam la pura mente

a l'invisibil suo felice regno,

ove gli ultimi premi altrui riserba.

Nè già ricerco io qui verde ghirlanda

d'allor frondoso, che si sfronda e perde

in breve tempo la vaghezza e 'l pregio;

o di pallida pur famosa oliva,

qual da' gran fonti già del gelido Istro

la riportò d'Anfitrione il figlio.

Ma siano i pregi miei salute e pace

in terra, e più ne gli stellanti chiostri.

Intanto a voi questa corona eccelsa

è posta inanzi, e voi medesmi al vostro

puro giudicio di lodevole opra

bramo di coronare. Udite adunque

con pietosa audienza, o fidi amici,

l'aspra natura de l'estranie belve,

de l'umil gregge e de i terreni armenti,

e de l'uom, cui di terra il Padre eterno

creò da sezzo, e da principio umile

formollo imperioso a scettro, a regno,

e di vita immortal, se propia colpa

non era a lui di faticoso essiglio

dura cagione e d'odiosa morte.

Poich'ebbe il grande Iddio spiegato il cielo

sovrano, e stesa ancor l'infima terra,

e fermato il ritegno in mezzo a l'acque,

che sovra e sotto le distingue e parte;

e comandato che s'aduni insieme

quella natura instabile e vagante,

e 'mposto al mare ed a la terra il nome,

e l'arida di piante ornata e d'erbe,

indi si volse a far più bello il mondo.

E diede al giorno ed a l'algente notte

i duo lumi maggiori e più lucenti,

e tutti variò di stelle e d'auro

con diverse figure e vaghi giri

i primi corpi, e con perpetue tempre

maravigliosa fè la vista e 'l corso.

Poscia prodotti entro l'ondoso grembo

de l'acque amare o dolci i vari pesci,

e ne l'aria i volanti e levi augelli,

disse Dio creator (e 'l sacro detto

fu certo impero e 'nviolabil legge):

"L'anime de' viventi ancor produca

d'ogni sorte la terra, e 'n quattro piedi

altri appoggi il corporeo e grave pondo,

altri nel suol disteso il porti e serpa;

e la progenie ancor produca e figli

di qualunque altro va rependo; e 'nsieme

con le fere produca armenti e gregge".

Così Dio fece le terrene belve

e le cornute o pur lanose mandre

de' mansueti, e quei ch'al suol congiunti

strisciando se n'andar col giro obliquo.

Dunque animata è questa antica madre?

dunque anima ha la terra, ond'ella al parto,

quasi femina, fu bramosa e pronta?

E loco han pur i Manichei superbi

di saper vano, e le menzogne antiche

di chi filosofando e mente e spirto

diede a questa mondana ed ampia mole?

Lo qual per entro lei trapassa e spira,

com'a lor parve; e 'l cielo e l'ima terra,

e la spera del sol lucente e vaga,

e 'l globo de la luna e l'auree stelle,

e de l'aria e del mare i larghi campi

nutre; e misto al gran corpo in vari modi

move agitando le diverse membra?

Ma chi vestire osò d'alma spirante

la terra, o volle dar sua mente al mondo,

e farlo Dio, non che spirante e vivo

animal, che tutti altri accoglie in grembo,

male intese di Dio que' sacri detti,

e 'n peggior parte la sentenzia ei torse.

Perch'alma non avea l'arida terra,

ma chi le comandò, largille ancora

la virtù di produrre i novi parti.

Nè quando detto fu: "Germogli il fieno,

e ferace di frutti il verde tronco",

ella il produsse allor, sì come occulto

il si tenesse nel profondo seno.

Nè palma o quercia o bel cipresso od elce,

pur come ascoso dal fecondo ventre

di fuor mandò sovra l'inculto suolo.

Ma delle cose, che si fanno o fersi,

è il divino parlar natura e vita.

Dunque quando il Signor disse: "Germogli",

intese in sua divina alta favella:

"Non cacci fuor quel che raccoglie in grembo,

ma quel ch'ella non ha di novo acquisti".

E la forza a lei diede il Padre eterno.

E 'n questa guisa or le comanda e dice:

"Produca l'alma", e non de l'alma innata

intender vuol, ma di virtù largita

con la mirabil sua divina voce.

Ma non comanda a l'acque al modo istesso,

sol l'impone il produr chi serpe e striscia

con alma viva; ed a la terra impone

che partorisca l'anima vivente.

E così disse Dio, se dritto estimo,

perchè ne l'acque a gli umidi notanti

compartir volle men perfetta vita,

e men degna natura. E quinci aviene

ch'entro il denso elemento e 'mpuro e misto

abian via men acuti e puri i sensi.

Grave è l'udire, e 'l lor vedere ottuso,

e memoria non hanno, e non s'imprime

nel senso interno imaginata imago,

nè contezza è fra loro o per lungo uso

notizia alcuna: onde in sì rozza vita

la carne e 'l ventre signoreggia e regna.

Ma ne' terrestri imperatrice e donna

è l'alma in guisa, che talor si crede

che di ragione e d'immortale ingegno

ella abbia larga parte e ricca dote.

Interi sensi, e ne' presenti oggetti

acuti sono, e del passato impressi

alti vestigi, e non dubbiose o 'ncerte

son le memorie; e lor virtù non langue.

E con la voce non oscura i segni

sogliono dar di loro interni affetti.

E quinci in lieto o 'n suon dolente e mesto

l'allegrezza si mostra o 'l duolo appare,

o di cibo il desio di fuor si scopre,

o rimbomba l'amor ch'entro gl'infiamma,

e non può starsi in fero petto ascoso

sotto tenera lana, o duro ed aspro

ispido vello: onde 'l belar de l'agne,

e 'l nitrir e 'l ringhiar son quasi note,

e 'l latrar, l'ulular in monte e 'n bosco,

o pur lungo un corrente e chiaro fiume,

e 'l muggire e 'l ruggir d'affetto interno.

Mille altri affetti ancor con mille voci

suol variando dimostrar natura.

Da l'altra parte de gli ondosi regni

l'errante abitator non solo è muto,

ma immansueto, e da l'usanza aborre

di nostra vita, e per lusinga o vezzo

mai non s'avezza, e nulla apprende o prende

di nostra umanità. Ma schiva e fugge

d'esser consorte a l'animal che regna.

In questa guisa Dio creò ne l'acque

corpi animati, e ne la terra ei volle

l'alme crear da cui si regge il corpo.

Quinci il suo possessor fu noto al bue,

conobbe l'asinel l'umil presepio

del suo Signor, ma non conobbe il pesce

il nutritor. Tale entro l'acque e tanto

fu lo stupor di tardo e grave senso.

Conobbe l'asinel l'usata voce,

e conobbe la via ch'egli trapassa,

e fu duce talora a l'uomo errante

ne l'incerto sentier ond'ei travia.

Nè di più acuto udire o più sottile,

se 'l ver si narra, altro animal terrestre

vantar si può sotto sì rozze membra.

Ma nel camelo portatore estrano

di gravi pesi e d'african deforme,

è de l'ingiurie alta memoria e salda,

ed ira grave al vendicar costante.

E, percosso talor, l'ira profonda

lunga stagion riposta in sen riserba

pur come estinta, e la ripiglia a tempo,

rendendo il male e 'l ricevuto oltraggio.

Udite voi, che di virtute in guisa

la memoria de l'onte in voi, di sdegno

e d'astio e di rancor nutrite occulta.

Udite il paragone, a cui sembianti

fate voi stessi, mentre l'ire ascose

tenete pur, come faville ardenti

sotto ingannevol cenere sepolte,

che accendendosi poscia in secco legno

o 'n arida esca, fiammeggiar repente

sogliono, e rinovare il foco estinto.

In cotal guisa l'anima superba

fu ne' bruti prodotta; e voi l'essempio

seguite pur de le sdegnose belve.

Ma qual si fosse già nel primo parto

l'alma vostra immortal, fia noto appresso;

or de l'alma ferina a voi si parla.

L'alma d'animal fero è vita e sangue,

ma 'l sangue in carne si condensa e cangia,

e la carne corrotta alfine in terra

pur si risolve: onde mortale è l'alma

di feroce animale, anzi più tosto

un non so che di morto. Udite adunque

perch'a la terra Iddio produrre impose

l'anima de' viventi, e come segua

che l'alma in sangue si trasmuti e volga,

e 'l sangue in carne, e quella carne in terra.

E per le stesse vie si volge e riede

la terra in carne, e poi la carne in sangue,

e 'l sangue in alma, onde ritrovi e vedi

che l'anima de' bruti è sangue e terra.

E non pensar che più del corpo antica

sia l'alma fera onde rimanga in vita

poscia che 'l suo mortale estinto giacque.

Ma riconosci le cangiate forme

e i variati giri, e fuggi intanto

degli ingegnosi le canore ciancie,

che starian meglio in lor silenzio occulte.

Non hanno questi pur rossore e scorno

di far che l'alma, ond'uom ragiona e 'ntende,

sia quella stessa, onde latrando il cane

sen corse, e sibilando empio serpente.

E fingon se medesmi in varie forme

esser mutati; e non pur servi e regi

sotto vari sembianti e varie membra

esser già stati, ma vezzose donne,

o pur marini pesci o piante o sterpi.

E ciò scrivendo, più di pesce o tronco

si mostrar di ragione ignudi e d'alma.

Ma fra tanti superbi e vari ingegni

non sorse alcuno in quella età vetusta,

che l'anima stimasse o limo o terra.

Ma seguendo del moto o pur del senso,

incerti duci, le vestigia e i segni,

altri la credea spirto ed aer leve,

altri foco sottile e viva fiamma,

altri pur la stimò nativo umore,

altri vapor da quei fumante e misto:

terra nessun. Così la madre antica,

la terra dico, che produce e figlia

l'alma de' vivi, quasi inculto germe,

fu defraudata allor del propio onore

da que' superbi e 'n contrastar costanti,

e discordi fra lor ritrosi ingegni.

Ma noi rendiamo a la gran madre antica

l'onor devuto del suo nobil parto,

e sua figlia chiamiam l'alma spirante

di feroce animal. Or non ci caglia,

se nulla ora di novo o di vetusto

de le figure de la vasta terra

osiamo d'affermar con certe prove,

quasi giudici giusti in tanta lite.

Perch'altri vuol ch'ella figura e forma

abbia di spera; altri la varia e finge

quasi un cilindro, e somigliante al disco.

Altri la fa, come sia cesta od aia,

vacua e cava nel mezzo, e d'ogni parte

pur egualmente la polisce ed orna.

E quel che rapto, imaginando, al cielo

fu, come scrisse ne' toscani carmi,

indi pur vide, o di veder gli parve,

la terra che ci fa tanto feroci,

quasi una bassa aiuola in vil sembianza,

ma pur in giro ei la circonda e forma.

Ed altri ancor ne le due estreme fasce

e ne l'ampia di mezzo e larga zona

la privò d'abitanti e nuda ed erma,

e con squallido aspetto orrida in vista

la ci dipinse; e 'n alta neve e 'n gelo

sepolte figurò le parti estreme.

E 'l maggior cinto da le fiamme acceso,

sol due zone lasciò soggette al sole,

che mai per dritto non l'infiamma e scalda,

in due grandi emisperi, e sempre avverso

fa con obliqui rai più dolci tempre.

E noi l'una abitiam, che quinci e quindi

viviam ristretti in breve spazio angusto

dal gel perpetuo o da l'ardor soverchio.

L'altra sotto altro ciel barbare genti

accoglie, a cui sparito è il Carro e l'Orsa.

Ma la novella età discopre e mostra

ch'ogni di lei gelata o accesa parte

l'uom da la prima sua terrena stirpe

duro animal costante alberga e pasce.

Tal che non sembra l'abitata terra

timpano più, com'affermando insegna

il gran maestro di color che sanno,

nè 'n forma di lorica a gli occhi appare;

ma pur in cerchio si rivolge e gira

di pomo in guisa che si fende ed apre.

Isola no, chè non si giace in seno

al gran padre Ocean, ma 'l tiene in grembo

come osa d'affermar l'età novella,

che per troppo veder men alto intende.

Ma sia di ciò quel che ragione e senso

può dimostrar ne' più vicini obietti.

Or tacciam sue figure, e i larghi spazi

non misuriam qual geometra in giro,

e non vogliam superbi al Re del cielo

di sapere agguagliarci e di possanza.

Perch'ei la terra ne la man rinchiuse,

e misurò pur con la mano i mari,

e tutte l'acque insieme e 'l ciel col palmo.

Chi pose i monti spaventosi in libra?

e 'n giogo i boschi, e l'aspre rupi in lance?

Chi tien de l'ampia terra il largo giro,

e 'n guisa di locuste in lei dispose

gli sparsi abitatori, e 'l ciel sublime

quasi camera sua si fece in volta,

se non il Re, che lui sostiene e folce?

Non affermiamo ancor con vano orgoglio

quanto l'opaca e tenebrosa terra

l'ombra fosca ed algente inalzi e stenda.

Nè come privi di splendor l'errante

luna, quando ella giunge incontr'al sole,

nè s'ella di Ciprigna ancora adombri

il vago aspetto, e la sua luce imbruni,

ma tutti siam per maraviglia intesi

a la voce di Dio, che corre e passa

a le cose create, e compie il mondo

ne le parti di mezzo e ne l'estreme.

Qual ampia spera o pur marmorea palla,

ch'è da robusta man percossa e spinta,

giunge in loco pendente, ed indi a basso

dal sito che s'avalla e 'n giù dechina,

e da la propia sua volubil forma

con veloci rivolte in giù rotando

portata va, sinchè l'arresta il corso

la piana terra, in cui si giace e posa;

tal de la santa voce al suon commossa

la natura trascorre, e passa a dentro

in tutto quel che nasce e si corrompe,

e va servando ogni progenie e stirpe

simile a sè, finch'ella al fine aggiunga.

E del cavallo il successor corrente

fa che ci nasca, e pur sembiante al padre;

dal tauro il tauro con sue dure corna;

dal superbo leon villoso il tergo

nasce il leone, ed ha pungente artiglio;

e 'nsieme col leon l'impeto e l'ira

nacque, e quel suo magnanimo disdegno,

onde l'umil nemico a terra steso

trapassa alteramente, e non l'offende.

Nacque l'amor di solitaria vita,

per cui sprezza i compagni e quasi aborre,

e per deserte arene, o 'n alta selva

de' Mauritani e de' Numidi errante

in caccia e ne i perigli, ei va solingo,

o pur fra 'l Nesso e l'Acheloo corrente,

dove i leoni producea l'Europa.

E 'n guisa di possente aspro tiranno,

e per natura indomito e superbo,

nè degna egual, nè de l'esterno cibo

pascer la cruda sua fame profonda.

Cotanto schiva il disdegnoso gusto

l'avanzo di non presa e immonda preda.

Sì larghe canne ancor le diede in sorte

natura, e grande è sì l'orribil voce,

che l'alto suo ruggir di tema ingombra

i più veloci e più leggieri al corso,

e sbigottiti alfin gli arresta e prende.

Ma dopo il pasto egli è giocoso e lieto,

e festeggiando con gli amici ei scherza,

quasi di nulla tema, e non sospetti.

Poi fatto grave ne l'età vetusta

e tardo in caccia, osa il feroce veglio

a le città far periglioso assalto,

e gli uomini infestar fra le alte mura.

Ma questa così fiera orrida belva,

quando più superbisce e 'n maggior rabbia

divenuta crudel, lo sdegno accende,

teme d'ardente face e fugge il foco;

e sbigottito ancora ei fugge il gallo,

e 'mpaurito è più dove biancheggia

il bel candor delle spiegate penne.

E la pantera, impetuosa belva

e repente agitata, a' vari moti

de l'alma sua veloce ha 'l corpo acconcio,

e le membra pieghevoli e leggiere.

E delle macchie sue quasi dipinto

mostra il bel pardo variata pelle,

ed ascondendo il suo feroce aspetto,

con la pittura de le spoglie allice

i semplici animali e troppo incauti.

Così gli prende, e 'nsidiosa fraude

le giova più ne la selvaggia preda,

che 'l suo corso veloce o 'l leggier salto.

Ma l'orsa è neghittosa e pigra e tarda,

e di costumi occulti e 'n alto ascosi,

e di simil figura ammanta e veste

l'alma feroce; ha grave e rozzo il corpo

quasi indistinta e mal composta mole,

ch'entro l'algente ed orrida spelunca

ha sue latebre, ove s'agghiaccia e torpe.

Ma poscia nel furor s'infiamma e ferve,

e cerca d'ogni ingiuria aspra vendetta.

E 'ncontra il ferro ella s'avventa e rota

ne' monti alpestri, e piaga aggiunge a piaga,

correndo quasi a volontaria morte.

Ma pur con lingua industre informa e finge,

di fabro in guisa, i suoi deformi orsacchi.

E tu, più rozzo assai d'orsa silvestre,

i costumi de' figli inculti ed aspri,

mentre è l'etate ancor tenera e molle,

non formi e non polisci e non adorni?

nè in pietosa opra hai lusinghiera lingua,

ma 'n officio crudel pungente e dura?

E l'orsa ancora a le sue propie piaghe

sa, com'insegna la natura industre,

ritrovare il rimedio onde risana:

perchè quando più son profonde e gravi

col verbasio le tura, e l'arida erba

terge la parte sanguinosa, e secca.

E la serpe d'inferma e scura vista,

di finocchio si nutre, e così scaccia

quell'infelice umor che gli occhi appanna.

L'aquila ancor con la lattuca agreste

conferma il vacillante, il debil lume.

La testudine allor che 'l fiero tosco

de la serpe l'ancide, e dentro serpe

il pasciuto velen, salute e vita

da l'oregano cerca, e non indarno.

E l'egra volpe in discacciar la morte

che le sovrasta, usa nel propio male

due lacrimette di stillante pino.

E la montana capra, allor ch'affisso

di pennata saetta in mezzo al fianco

ha 'l duro ferro, medicar se stessa

sa con quell'arte che natura insegna;

e 'l dittamo pascendo, il duro strale

l'esce per da l'interna e grave piaga.

De la scimia il leon languente ed egro

avidamente cerca il fero pasto,

e beve 'l pardo de la capra il sangue,

e pasce i ramoscei d'oliva il cervo.

E tu de l'alma tua languida a morte

il rimedio non trovi, e non conosci

la vera medicina, e non delibi

succo vital da le sacrate carte?

E i presagi del tempo ancora insegna

mastra natura, e 'l variar del cielo

dal caldo al freddo, e dal sereno al fosco;

e qual tempesta indi minacci o turbo.

Tal che 'n antiveder la pioggia e i venti

e le procelle torbide e sonanti

talor men dotti son gli umani ingegni.

La pecorella a l'appressar del verno

di largo cibo si provede e pasce:

quasi antivede la futura inopia,

che l'oscura stagion gelando apporta.

E i buoi rinchiusi nel più freddo tempo

entro le calde loro immonde stalle,

quando la primavera a noi ritorna,

mossi dal lor nativo e certo senso,

la domita cervice e 'l collo irsuto

stendono oltre i presepi, e pur guardando

braman d'uscire al tepido sereno.

L'istrice ancor ne le sue propie lustre

fa doppia quasi porta onde respiri,

e di lor una è volta al nubilo Austro,

e l'altra al fiato d'Aquilone algente,

e se teme di Borea il fiero spirto,

contra il settentrion si tura il varco;

ma se 'l vento african l'offende e turba,

quel suo foro ventoso incontra chiude,

e si ricovra a la contraria parte.

E quinci chiaramente a' sensi appare

che l'alta Providenza in ogni lato

trascorre e passa, e 'l tutto adempie ed orna;

e per le cose eccelse e per l'illustri,

non mette ella in non cal l'oscure e basse;

ma nel vile animale un certo senso

suol destar del futuro, onde proveggia

egli a se stesso. E l'uom mai sempre intento

si starà nel presente e quasi a bada,

senza pensar ne la futura vita?

Deh rimiri il lodato e raro essempio

de la formica faticosa e 'ndustre,

che 'l vitto onde si pasca al freddo verno,

ripon la state. E benchè lunge ancora

sian di stagion molesta i giorni algenti,

neghittosa non cessa e non s'allenta

la negra turba, anzi se stessa avezza

ne le fatiche; e per gli adusti campi

ferve l'opra, non men che l'ora e 'l giorno,

sin che abbia ne' suoi spechi il gran riposto.

Essa con l'unghie propie incide e sega

i cari frutti, e inumiditi, al sole

gli asciuga e secca; e 'l bel tempo sereno

spiando, già prevede i lieti giorni.

Talchè quando ella i grani a' raggi espone,

pioggia non stilla da l'oscure nubi,

e di serenità l'indizio è certo.

Quinci ripon ne le sue celle anguste

l'asciutta messe, e poi la serba e parte,

custode e dispensiera, e 'ntenta a l'opre.

E non sol mentre il sole accende i campi,

ma le fatiche sue notturne ancora

dal ciel rimira la ritonda luna;

e quelle più serene e calde notti

tolte al dolce riposo, al queto sonno,

e giunte al travagliar continuo e lungo:

tanta in minuto corpo industria e lena

di spirto infaticabile e 'ngegnoso

pose natura, ch'è mirabil madre;

anzi de la natura il sommo Padre

tanta virtù le diede in raro dono.

Oh come grandi sono e come eccelse,

come maravigliose, o mastro eterno,

tutte l'opere tue, che tu facesti

con infinita sapienza ed arte!

Ma noi nepoti del vetusto Adamo,

pur quasi doni di natura e doti,

abbiam molte virtù, che propie e nate

con l'ignudo bambin d'un seme stesso

sono, ed uscite da' materni chiostri.

Nè legge od arte o pur antica usanza,

o novo essempio le dimostra e 'nsegna

a l'alma ancora simplicetta e vaga

che pargoleggia entro le molli membra.

Ma sua propia vaghezza e suo desio

l'inchina e move con amico affetto.

Chi n'insegna d'odiar la febre e i morbi

seguaci e gravi, ond'è languente ed egra

l'umanitate? e d'aborrir la morte

senza maestro e senza altrui consiglio?

Non arte, non ragion, non uso o legge,

ma quella che ne fa cotanto amici

a noi medesmi, lusinghiera e dolce

nostra natura a noi l'insegna e detta.

In questa guisa ancor la nobile alma

dechina il vizio, e volontaria il fugge

senza altra cura o magistero od uso.

E veggendo virtù, ch'è bella in vista,

se n'invaghisce e la ricerca e segue,

talch'è fuga del vizio il primo passo,

ond'ella i suoi vestigi indrizza al cielo.

Ed ogni vizio è male interno, e morbo

de l'alma inferma e 'n van desire accesa.

E la virtù, ch'è sempre al vizio opposta,

è sanità de l'alma: ond'è ne l'opre

e ne gli offici suoi costante e salda.

E quinci a tutti la giustizia è cara,

e cara la prudenza, e grazie e laude

ha la modestia; e 'n più mirabil vista

la fortezza, virtù de l'alma invitta,

mal grado di fortuna empia e superba,

s'onora e cole; e simolacri ed archi

le sono alzati, e sacri altari e tempi.

E queste ha per fedeli e care amiche

l'alma domesticata, e se n'adorna

più che di sanità le membra e 'l corpo.

Amate i padri, o voi pietosi figli,

e voi pietosi padri i figli amate,

senza irritar il giovenile sdegno,

chè natura il v'insegna e ve 'n costringe.

S'ama la leonessa, orrida belva,

i pargoletti suoi, se 'l fero lupo

difende i lupicini, e insino a morte

per lor combatte, avrà suoi nati a scherno,

più crudel de le fere, il crudo padre?

tanto rigor, tanto odio e tanto oblio

di natura sarà nel petto umano?

Oh del materno amor soave e dolce

forza, che pieghi la feroce tigre,

e da la preda, a cui vicina e stanca

corre anelando, la rivolgi indietro

a la difesa de' suoi cari parti!

Com'ella trova depredato e sgombro

il suo covil de la gradita prole,

repente corre, e le vestigia impresse

preme del cacciator, che seco porta

la cara preda. E quel rapido inanzi

fugge portato dal destrier corrente,

e per sottrarsi a la veloce belva,

ch'altra fuga non giova od altro scampo,

con questa fraude d'ingegnoso ordigno

delude la rabbiosa, e sè difende.

Perchè di trasparente e chiaro vetro

una palla le gitta inanzi a gli occhi,

onde schernita da la falsa imago

la si crede sua prole, e ferma il corso

e l'impeto raffrena, e 'l dolce parto

brama raccor nel solitario calle,

e riportarlo a la sua fredda tana.

E ritenuta pur dal falso inganno

de le mentite forme, anco ritorna

via più veloce assai, ch'ira l'affretta,

dietro a quel predator ch'inanzi fugge,

e gli sovrasta omai rabbiosa al tergo.

Ma quel di novo col fallace obietto

de lo speglio bugiardo affrena e tarda

il corso de la tigre, e si dilegua.

Nè de la madre per oblio si perde

la sollecita cura e 'l pronto amore,

ma l'infelice si raggira intorno

a quella vana e ingannatrice imago,

quasi dar voglia a' propi figli il latte.

E 'n questa guisa la schernita belva

la cara prole e la vendetta ancora

perde in un tempo, ch'è bramata e dolce.

E se 'n tal guisa suole amar la tigre

e la consorte del leon superbo,

od il famelico orso i propi figli,

qual maraviglia fia s'amar vedrassi

la mansueta ed innocente agnella,

e la cerva selvaggia e fuggitiva

il dianzi nato ancor tenero parto?

Fra molte pecorelle in ampia mandra

il simplicetto agnel scherzando a salti,

esce dal chiuso ovile, e di lontano

ei riconosce la materna voce,

e ricercando del suo propio latte

i dolci fonti affretta il debil corso,

e dove sian le desiate mamme

vote del propio umor ei se n'appaga,

nè fugge l'altre più gravose e piene,

ma le tralascia, e 'l suo dovuto cibo

sol da la madre sua ricerca e brama.

La madre il dolce pargoletto figlio

fra mille e mille al suo belar conosce.

In questa guisa di ragion sublime

ogni difetto un largo senso adempie,

che per natura in umil greggia abonda,

forse acuto via più del nostro ingegno.

Ma nel suo partorir solinga cerva

mostra via più d'accorgimento e d'arte

d'altro animal, ch'abbia alcun seme o parte

di providenza e di ragione industre.

Però più tosto a la pietate umana

de' suoi cerbiatti cede il novo parto,

de le fere temendo; e l'aspre rupi,

e le selvagge lustre, e i lochi inculti

fugge la paurosa; e dove scorge

de' piedi umani le vestigia impresse,

presso le vie da lor calcate e corse,

ivi secura il suo portato espone,

e de l'erba siselia ivi si pasce;

o ne le stalle poi ricovra e scampa

gli artigli e i denti di selvaggia belva;

o dura cuna in rotta pietra elegge

là dove s'apre un solo e un picciol varco,

e i pargoletti suoi difende e guarda;

e lor da quattro mamme il latte istilla,

e da due mamme quelle a cui natura

fu di tal nutrimento avara e parca.

E perch'ella di fele amaro è priva,

ha lunghissima vita, onde talvolta

candida appare, e nel candor senile

è venerata da l'amiche genti:

sì come quella che sen giva errando

libera e sciolta la solitaria chiostra,

che liberolla il suo felice augusto.

La vaga fama a la famosa cerva

le corna d'oro ancor figura e finge,

e le circonda di monile il collo;

ma de l'onor de le ramose corna,

e di questa nativa altera pompa

la natura privolle, avara madre,

e ne fu più cortese e larga a i cervi,

i quai le soglion rinovar sovente,

e lasciando le vecchie a terra sparse

dal propio peso, onde son piene e dense,

rifar le nove a la superba fronte.

E ciascuno anno un lungo e novo ramo

aggiungon pur de le ramose corna.

Da le quali anco germogliò talvolta

l'edra seguace frondeggiando in alto.

Oh maraviglia, onde natura accrebbe

vaghezza e pompa a l'animal fugace,

ch'è pur fugace e paventoso e vile

in così altero e così fero aspetto,

armato di sue lunghe e 'nutili arme.

E 'l suo gran core, onde 'l formò natura,

non è d'orgoglio o d'orgoglioso ardire,

ma di viltate e di timore albergo.

E 'n guisa pur di timidetta lepre

il suo liquido sangue a pena ha fibre,

e quinci avien che non l'accoglie e stringe

tenace e saldo, ma simiglia il latte

mal senza caglio appreso, ond'ei trascorre.

Ma talvolta d'amore acceso e punto,

ne la stagion che intepidita il grembo

apre la verde terra, e 'l pigro gelo

già si dilegua, e per disfatta neve

corron turbati i rapidi torrenti,

risveglia il cervo al cor guerriero spirto,

e fa battaglia e di ferire ardisce,

s'alcun per alta selva a caso incontra.

Ed allora non pur le tigri e i lupi,

e gli orsi informi o la dipinta lince,

e 'l cinghial, che fregando al duro tronco

l'orride coste, di tenace fango

fassi a le dure spalle aspra lorica;

ma cupida d'amor la fiera madre

erra, obliando i pargoletti inermi,

che non han fatto ancor gli artigli e 'l vello:

e i più timidi ancora in furia e 'n foco

sospinti son da stimoli pungenti.

Smisurato furor conduce e porta

oltre il sonante Ascanio, e i gioghi alpestri

d'Ida sublime, oltre l'Eufrate e 'l Tauro

l'avide madri del guerriero armento.

Passano i monti, e gli alti fiumi a nuoto,

fuggon tra sassi dirupati e scogli,

e per valli profonde, e non incontra,

o sole, al nascer tuo, nè contr'ad Euro,

ma verso Borea e Cauro, e donde attrista

d'oscura pioggia i cieli il nubilo Austro.

Quinci lento veneno alfin distilla,

che ippomane chiamò la prisca lingua

de gli antichi pastori. E fu sovente

scelto già da l'iniqua empia matrigna,

e con erbe maligne, e con parole

non innocenti, fu adoprato e misto.

Tanto potea l'amore e 'l dolce zelo

di più tenera prole in fero petto,

tanto ardente desio di nozze immonde,

che per natura si risveglia e 'nfiamma,

e ne gli orridi boschi ad aspra guerra

move non pur le dispietate belve,

ma i duci ancor de' mansueti armenti

pendon sospesi a la battaglia incerta,

che di piaghe e di sangue il petto irsuto

lor empie e sparge, e la superba fronte,

le mute spose e le cornute torme,

di cui debban seguir l'audace impero,

e la vittoriosa altera scorta.

E non osan partir la fera zuffa

maravigliando i lor maestri istessi.

E se l'amor de' figli, o quel ch'aggiunge

insieme a generar cupida coppia,

può tanto in cor ferino e 'n rigida alma,

in quei che fa di sè vaghi e superbi

nostra ragione e 'l nostro umano orgoglio,

quanto potrà? Qual maraviglia adunque,

s'una e due volte, anzi tre volte e quattro

per l'istessa cagion s'accese ed arse

de l'odio antico inestinguibil fiamma?

E l'Asia e incontra la superba Europa

di ferro e di furore armata in guerra,

strage e ruine, e fieri incendi ardenti

meschiando, ne ingombrar la terra e l'onde.

Nel fido cane ancor, se dritto estimi,

dove manca ragione il senso abonda;

e quel che a pena i più sublimi ingegni,

filosofando ne l'antiche scole

conobber de gli acuti sillogismi,

mentre varie figure in varie guise

tessean di lor con intricati nodi,

quello istesso, dico io, subito il cane

per sua natura agevolmente apprende.

Perchè trovando le vestigia impresse

de la timida lepre o pur del cervo,

arriva là dove si fende e parte

una strada in più strade; e 'ntorno a' primi

princìpi de le vie s'avolge e gira,

odorando i sentieri o i passi sparsi.

E fra se stesso in questa guisa intanto

sembra sillogizzar: "La vaga fera

o 'n quella parte o 'n questa ha volto il corso,

o per quest'altra almen s'indrizza e corre,

ma non sen va per questo o quel sentiero:

dunque per questa calle i passi affretta".

Così conchiude argomentando il cane,

e 'l pronto senso è di lunga arte in vece,

per cui rifiuta il falso e trova il vero.

Nè più ne ritrovar le varie sette,

scrivendo con lo stile o con la verga

ne l'arena del lido o 'n secca polve,

de gli argomenti le diverse forme.

E di tre varie cose ivi descritte

due condennando, come false, a morte,

l'altra approvaro, in cui rimase impressa

la verità, che nel soffiar de l'Austro

poi si cancella o nel gonfiar de l'onda.

E non s'avvede la superba mente

de gli orgogliosi e miseri mortali

che in polve è scritta ed in minuta arena

la verità che trova umano ingegno

senza lume divin, che l'alme illustra.

Onde ne l'imbrunir d'un breve giorno

la si porta e disperde il mare e 'l turbo.

E benchè antica età si glori e vanti

di sacre note e di colonne eccelse,

in cui descritte fur le nobili arti

in quel sacro a Mercurio adorno tempio,

e sian per fama ancora illustri e conte

l'altre colonne in cui serbar credeva

da' diluvi sicure e da gli incendi

mille antiche memorie a terra esparte;

in queste e quelle e nel cangiar del tempo

non rimane di lor vestigio o polve,

sì lunga notte involve i nomi e l'opre.

Ma contra il senso de' veloci cani

i timidi animali han senso ed arte,

onde sovente i lor vestigi istessi

soglion guastar, perchè la fuga occulta

segno palese non discopra e mostri.

E conoscono ancora i venti e l'aure,

ond'è portato a gli odoranti cani

il noto odor che gli tradisce e perde.

Così la Providenza in ogni parte

trapassa e giunge; ed al fugace scampo

de' paurosi ella talora intende,

e spesso lor concede in giusta preda

a gli animosi, e la virtù ferina

con le spoglie de' vinti onora, e pasce

pur di rapina le robuste forze.

Ma qual memoria è sì tenace e salda,

com'è quella talor del fido cane?

O qual d'animo grato e di costante

altri può meritar più chiara laude,

s'ardisce il fido can con fiero assalto

scacciar empio latron dal caro albergo,

vietando i furti al predator notturno?

Ed al pugnare ed al morire è pronto

con l'amato signore, o per l'amato

signore almeno, e conservarlo in vita,

se stesso offrendo a gloriosa morte.

Spesso inanzi al sublime altero seggio

de' giudici severi il fido cane

fu de' nocenti accusator latrando,

e spesso il muto testimonio indegno

non fu di fede; e cade in giusta parte

sovra il reo la temuta orrida penna.

In Antiochia già (come si narra)

in solitaria parte estinto giacque

un uom, ch'un fedel cane avea compagno,

ne l'ora che, tra 'l lume incerta e l'ombra,

la queta notte dal sonoro giorno

strepitosa divide, e desta a l'opre

i mortai faticosi, e gli richiama

da le fatiche al lor riposo amico.

E l'uccisor ch'ebbe mercede in guerra,

era uom crudel di sangue e di corrucci,

che si pensò celar la fiera morte

sotto l'oscuro e tenebroso manto

della caliginosa e fredda notte;

e dal medesmo manto andò coperto

in più lontana e più secura parte.

Giacea ne l'atro sangue il corpo estinto,

squallido, immondo e pien di morte il volto.

Sparso era intorno a rimirarlo il volgo.

Il can gemendo in lagrimabil suono

piangea del suo signor l'orrida morte.

Intanto quel che de l'iniquo fatto

dianzi contaminato indi partissi,

per non esser sospetto e 'ntiera fede

d'innocenzia acquistarsi, ivi con gli altri

a parlar de l'atroce orribil caso

facea ritorno con sicura fronte,

tanta è la fraude de l'umano ingegno.

Entrando in quella folta ampia corona

del popol vario, assai pietoso in vista

s'appressava a colui ch'anciso giacque.

Allor cessando alquanto il fido cane

dal lamentabil gemito dolente,

prese de la vendetta orribil armi,

e preso il tenne con gli acuti denti,

e mormorando in miserabil verso

tutti converse in doloroso pianto.

E fede ei fatta a la mirabil prova,

solo il tenne fra molti, e non lasciollo,

nè rallentollo da' tenaci morsi;

alfin turbato il reo dal certo indizio,

ritorcer in altrui la grave colpa

non potea più de l'odio e de lo sdegno

e de l'ingiurioso e grave oltraggio,

nè 'l sospetto estirpar del propio fallo

ne l'altrui mente infisso. E 'n questa guisa

far vendetta potea, ma non difesa,

da un quasi muto accusator latrante.

È preso e vinto, e condannato a morte.

Ma chi potria le maraviglie antiche

narrar de' cani e i rari illustri essempi?

e chi sepolti entro l'istessa tomba

mostrarli col signore? o 'n rogo ardente

co' medesmi onorarli accesi ed arsi?

o 'n guerra pur tra folte schiere ed armi

celebrar la nativa e invitta fede?

chi de' tiranni e de' nemici estinti

oserà di sacrar sanguigne spoglie

a la gloria de' cani, e 'n viva pietra

scolpirli, e 'n lei segnar l'imprese e i nomi

di quei famosi, che da lunga guerra

e lungo essiglio trionfando insieme

co' fidi amici, ritornaro alfine

ne l'alta patria che circonda il mare?

Seppelo ben la Grecia antica e 'l vide,

che tante isole in seno inonda e chiude.

Taccio ne' monti e ne l'alpestri selve

tante vittorie loro antiche e nove,

taccio i capi recisi e 'n alto affissi,

e taccio di feroci orride belve

in guisa di trofei sospese spoglie.

Ma dove ancora io voi tralascio a dietro,

o 'n brevissimo dir astringo e premo,

destrier veloci e portatori illustri

de' cavalieri in gloriosa guerra

e 'n polveroso arringo, e 'n largo campo

de gli onori compagni e del periglio?

Sete guerrieri voi, che mossi a prova

al chiaro suon de la canora tromba

avete parte in sanguinosa preda,

e 'n auree spoglie e 'n onorata palma.

E 'l vide già non pur l'antica Pisa

ne' vari giochi, e 'l celebrato Olimpo,

ma Tebe e Troia, anzi gli spazi e i lustri

ch'ebber d'Olimpo misurato il nome,

e Maratona e Leutra, e poscia ed ante

de la nobil Farsaglia i piani e i monti,

ove portando pria sul forte dorso

ne le battaglie il cavalier novello,

miracol novo e non veduto mostro,

somigliaste il biforme alto centauro.

Chi potrebbe di voi le spoglie e i pregi

narrare a pieno e le fatiche e i merti?

Voi spargeste non pur ne l'alte imprese

col piagato signore il largo sangue,

ma, se creder ciò lece, il largo pianto

ancor versaste con affetto umano,

lagrimando sua dura, acerba morte.

Voi parte in gran trionfo e 'n nobil tomba

co' regi aveste e con gli eroi vetusti,

e deste 'l nome a la città famosa

sepolta, e serba ancor la fama il grido.

E voi non di tridente, onde percossa

partorisca la terra, altera prole

foste, nè vi formò terrena destra.

Ma l'alta voce del Signore eterno,

più di tromba sonante, al nascer vostro

principio diè, pria che di terra in terra

la sua possente man formasse Adamo.

E questa, che più chiara ognor rimbomba

ne la natura obediente ancella,

di voi perpetua la progenie e 'l nome.

Ma quel guerriero in voi superbo spirto,

ch'a l'uom quasi vi fa d'onor congiunti,

umilii con l'essempio il Re celeste,

che fra ben mille olive e mille palme

premer degnò d'un asinello il tergo,

e voi concesse a' gloriosi augusti,

a' magnanimi regi, a' duci invitti.

In guisa tal che l'alterezza e 'l fasto

ed ogni altra mondana illustre pompa

a l'umiltà conceda i primi onori,

ed a quell'umil sofferenza e queta

ch'al mansueto gli omeri prepara,

e nel presepio ha più sublime luogo

e più vicino al Regnator celeste,

che 'n ciel tra' favolosi e vani onori

non ha il destriero, o sua fallace imago.

Ma qual mi porta spaziando e tarda

studio o vaghezza oltre il prescritto giro?

Torniamo a contemplar de l'opre estreme

fatte da Dio la providenza e l'arte.

Chè providenza fu, non sorte o caso,

che de l'atroci e immansuete belve

fè la progenie indomita e superba

quasi infeconda, e la ristrinse in pochi.

Fece a l'incontra fertile e feconda

de' timorosi la fugace prole,

di cui suol farsi agevolmente in caccia

larga e diversa preda. E quinci aviene

che molti figli suol produrre al parto

la timidetta lepre. A coppia a coppia

gli parturisce la selvaggia capra,

e de' gemelli ancor l'agna silvestre

suol andar grave, e generarli insieme,

perchè non manchi da vorace fera

consumata la stirpe. E d'altra parte

la fiera leonessa a pena è madre

d'un figlio sol, che 'l lacerato ventre

s'apre co' duri artigli; e 'n questa guisa

ancidendo la madre allor ch'ei nasce,

al nascer suo fa sanguinoso il varco.

E la vipera ancor fiera mercede

rende a la genitrice, e fuor se n'esce

rodendo l'alvo a la pregnante serpe.

Se de' vari animali ancor rimiri

le varie parti, a te non fia nascosto

il magistero del fattore eterno,

che nulla fece in lor soverchio o manco.

Perchè volle adattare acuti denti,

e quinci e quindi, a le feroci belve

devoratrici di sanguigno pasto.

Ma d'una parte sola armaro i denti

quelle c'han vario cibo e vari paschi

ne' verdi prati, e 'l ruminar concesse

a le innocenti in oziosa vita.

E le gole e le pelli e i ventri e i seni

e le reti con l'altre incerte parti

ove s'accoglie, onde trapassa il cibo,

onde nutrisce le diverse membra

il puro e leve, e l'altro impuro e grave

poi ritrova a l'uscir aperto il varco,

non son vani artifici, o fatti indarno,

ma necessari; e di ciascuno appare

e l'uso e 'l pro per cui mantiensi in vita,

o breve o lunga, l'animal terrestre.

Del camelo africano è lungo il collo

in guisa tal ch'a' piedi egli s'adegua,

e giunge a l'erbe onde si pasce e vive.

Quasi a le spalle il breve collo inesta

l'orsa e 'l leone e la vorace tigre,

e gli altri tali che di frutti e d'erba

non hanno il caro nutrimento usato,

nè son costretti d'inchinarsi a terra,

ma sol vivon di sangue e di rapina.

A qual uso è prodotto e che ricerca

quel de' grandi elefanti orribil naso,

che proboscide ancor l'Italia appella?

Ad animal sì grande, e quasi vasto,

che di grandezza ogni terrena avanza

bestia superba, gli fu dato ad arte,

perchè dar possa altrui tema e spavento.

Quasi di collo ancor l'officio adempie,

però che breve ha 'l collo, e non l'agguaglia

a' piedi, e se l'avesse ancor più lungo

mal sostener potria la mole e 'l pondo.

Però col naso ei si provede, e prende

col naso il cibo, e 'n guisa è cavo a dentro

l'estranio naso, che raccoglie e serva

nel voto suo del ragunato umore

i quasi laghi onde la sete estingua.

Di fiume in guisa poi gli irriga e sparge,

come lucido fonte in bianco marmo

scolpito da maestra e dotta mano.

E d'urna in vece effigiata belva

con estrania sembianza orrida in atto,

la qual dal naso o da l'aperta bocca,

o d'altra parte d'acqua infonde e versa

i larghi rivi, e 'l suol n'asperge intorno.

Così la smisurata indica fera

del pria raccolto umor fa larga copia

mirabilmente: onde il suo naso assembra

fontana di natura emula e d'arte.

Ma con l'istesso naso ancor sovente

suol far l'officio di pieghevol mano,

in tante guise egli il ritorce e stende,

e col medesmo ancor placido e queto

ed innocente, ei suol passar per mezzo

le mansuete e semplicette gregge

senza noiar le pecorelle umili,

che le cedono il passo e quinci e quindi.

Ma i più feroci impetuoso afferra

e leva in aria, e poi gli spinge a forza

precipitando orribilmente a terra.

Così gran sasso, ancor levato in alto

da machina, talor ruina a basso

da lei sospinto o dal suo propio pondo.

Ma come il collo e la cervice è breve,

altrimenti saria soverchio peso

del vasto corpo, che s'appoggia e ferma

sovra i suoi mal composti e rozzi piedi,

che non mostran giuntura onde distinti

siano, e le gambe son di travi in vece,

o di colonne a la gravosa mole.

E 'n guisa d'uomo ei sol l'incurva e piega

mentre egli siede, ma si volge e pende

sempre o sul manco lato o pur sul destro,

perchè impedito dal soverchio pondo,

sovra entrambi non può star dritto e pari:

però si vede ognor pendente e chino

ne l'un de' lati allor che siede e posa.

Anzi de le ginocchia ei sol ripiega

le diretane, e l'uomo in ciò somiglia;

l'altre rigide stansi e dure e salde,

onde s'appoggia ad un selvaggio tronco

d'orrida pianta. Ivi riposa e dorme

un suo duro profondo e pigro sonno;

ma la pianta si piega al peso e frange.

Talvolta ancora ella recisa e tronca

dal cacciator, che dei suoi lunghi denti

cerca l'avorio, ch'è si cara merce

onde si faccia poi mirabil opra

e di barbara man raro lavoro,

cade al cader del suo rotto sostegno

la fera belva ruinosa a basso,

come edificio che di scossa terra

il moto crolla, e vacillando adegua

al suol ch'è di ruine ingombro e sparso.

Nè potendo ella poi levarsi in alto,

è dal gemito suo tradita a morte,

chè gli passan con l'armi il molle ventre;

nè potean penetrar l'irsuto dorso

con lance e strali, e l'altre esterne parti

de l'elefante, che si lagna e more.

Ma sovra le sue grosse orride spalle

ei suol portare in perigliosa guerra

torre che grave appar d'armate genti;

e portando il gran peso ei tutto atterra

ciò che rincontra, e par volubil monte

od animata rocca il fero mostro,

onde solean già gli Africani e gl'Indi

perturbar le nemiche avverse schiere,

e l'armi sanguinose a terra sparse

calcar sovente e le abbattute squadre.

Questa gran fera, se non more o cade

in lacrimosa guerra o 'n fera caccia,

anni trecento vive; e senso e spirto

ha di pietà, talchè devota adora

l'algente luna che le notti illustra.

Un'altra fera è là nel freddo clima,

dove l'Orsa dal cielo i fiumi agghiaccia,

nè di pietà, nè di grandezza eguale.

La qual pensando a la futura fame,

conserva fa del divorato pasto

in un propio nativo e largo vaso

ove il ripone, e al maggior uopo, e serva.

Trattone 'l poscia, indi si ciba e pasce.

Così di cibo l'un, d'umore e d'onda

provido l'altro, non patisce inopia,

in guisa di città ch'assedio e guerra

aspetta, e 'ntanto si provede, ed empie

di ciò ch'al vitto uom chiede, i cari alberghi

e i larghi vasi e le profonde fosse.

Ma pur questo animal sì fiero e grande,

cui Roma vide trionfante e lieta

quando Leon sedea ne l'alta sede,

domato a l'uom soggiace. E 'n questa guisa

volle mostrarne Dio, che tutto fece,

i feroci animali a l'uom soggetti,

a l'uom sua viva e sua diletta imago,

a l'uom che 'n guisa d'immortale erede

de le cose divine elegge e chiama

a l'alta gloria del celeste regno.

E non sol lece contemplar mirando

ne gli animali più feroci e grandi

quella divina providenza ed arte.

Chè ne' piccioli ancora ella si mostra,

sì come ancor non men de l'alto monte

che vicino a le nubi al ciel s'inalza,

mirabil sembra la profonda valle,

dove si schivi il fiero orgoglio e l'ira

de' venti usati a ricercar mai sempre

l'eccelse parti, e si ricovra e scampa

in queta parte e sotto un puro cielo

che 'n sè conserva tepido, sereno.

A l'elefante, ch'è sì fero e grande,

spavento dà con paurosa vista

(chi 'l crederebbe?) il vile e picciol topo.

Lo scorpio ancora orrido appare a' grandi,

d'armi pungenti e di veleno armato.

Ma non però la temeraria lingua

il suo veleno in Dio rivolga e versi,

nè le dia colpa che 'l serpente e 'l drago

egli facesse e 'l verme e 'l picciol angue,

che lunge saettando amaro tosco

ancide l'uom con dolorosa morte.

Chè 'n questa guisa ancor s'accusa il mastro,

se da la temeraria età proterva,

che ribellando a la ragion contrasta,

temer si fa con la severa sferza,

e con dure percosse e dure piaghe.

E 'l medico in tal modo ancor s'incolpa,

ch'indi ricerca medicina a' mali.

Tu, se confidi in Dio, securo ascendi

il basilisco venenoso e l'aspe,

e 'l leone e 'l dragon supprimi e calca,

che sopporran al piè securo e giusto

la domita cervice e 'l collo a forza.

E di Paulo t'affidi il chiaro essempio,

a la cui santa e inviolabil destra,

mentr'ei disceso ne l'apriche rive

di Malta raccogliea materia al foco,

la vipera non diè tormento o morte,

nè quel che di leggier s'appiglia e serpe

tosco micidiale a lei s'apprese,

tanto la grazia può d'alma innocente.

Ma debbo io far noiosa e fiera istoria

di vipere crudeli e di ceraste?

D'idre, che di colubri un folto vallo

sibilando si fan d'intorno al collo

ceruleo e gonfio, ed a l'orribil testa?

o pur d'aspidi sordi al forte carme?

o di faree, di cencri e di chelidri?

d'alfasibene, o del serpente acceso,

che dardo sembra, e come dardo il tosco

uccisor de' mortali avventa e lancia?

O pur di te, che più famosa palma

fra le pesti africane ancor t'acquisti

nocendo altrui? nè sol lo spirto e l'alma,

ma 'l cadavero istesso a morte involi,

anzi il rapisci, e gliel consumi a forza?

Come il pittor che de le membra estinte

il pallor, lo squallor dipinge, ed orna

di colori di morte essangue aspetto,

parte ci aggiunge orride fere e mostri

spaventosi, e gli fa sembianti al vero,

ma dove il vero di spavento ingombra,

de le pinte sembianze il falso inganno

altrui diletta e 'l magistero adorno;

così con questi miei colori e lumi

di poetico stil, con queste insieme

ombre di poesia, terribil forme

fingo, e fingendo di piacer m'ingegno

a gli alti ingegni, e dal profondo orrore

trar quel diletto che i più saggi appaghi.

Ma pur ischivo altrui fastidio e scherno,

e per questa di fere e di serpenti

arida, adusta e spaventosa arena

più non mi spazio; ed a più lieti obbietti

quasi novo Caton mirando io varco.

Ma i frettolosi passi anco ritarda

larga schiera di estrani orridi mostri,

e di vari animai volanti a stuolo,

che da putride membra estinto corpo

produsse; o senza seme e senza padre

l'antica madre ancor produce e figlia

dal riscaldato e 'nsieme umido grembo.

E queste innumerabili e vaganti

danno anzi noia che terrore o doglia.

Quante, oh quante ne veggio in nubi o 'n ombra

volarmi intorno ed oscurarne il cielo!

Ma chi gli scaccia in trapassando e sgombra?

Il tuo lume gli scacci, o Padre eterno,

ch'io chiedo a te, dove dal santo il santo

par che discordi e fu contrario in parte,

se tu Dio fosti creator di mosche.

Io, quanto lece per ragione umana,

ch'al tuo lume divin si illustri e 'nformi,

oso affermar che tu creasti allora

in lor perfetta età maturi i parti.

E la progenie e le diverse stirpi

di piante e d'animai perfette usciro

nel bel paese de la chiara luce

a l'alta voce del suo santo impero;

e non fu alcuna tralasciata a dietro

de le selvaggie ed infeconde piante,

o pur de le feconde; e già nascendo

sin dal principio erano adorne e gravi

di sue frondi ciascuna e de' suoi frutti.

E non, come oggi aviene, oggi a vicenda;

mentre sue volte ogni stagione alterna,

son generate, e non già tutte insieme.

Prima il fecondo seme è sparso in terra,

o pur la stirpe in suol profondo affissa,

e poi nascer veggiam le piante e l'erbe,

ed avanzar crescendo; e d'una parte

le radici mandar sotterra a dentro

di fondamenti in guisa, e d'altro lato

verso il cielo inalzare il tronco e i rami,

e poscia germogliar le fronde e i fiori.

Ultimo nasce il frutto, e 'nchino ei pende,

ma non maturo nè perfetto ancora

a poco a poco ei si trasmuta, e cangia

molti vari sembianti e molte forme.

Prima minuto è sì che gli occhi inganna,

e quasi da la vista egli s'invola,

e rassomiglia gli atomi volanti

che ci appaion del sole a' chiari raggi;

da poi nutrito de l'umor terrestre

ed irrigato da rugiade ed aure,

si nutre e cresce e si colora e tinge,

come opra ei fusse di pittore illustre.

Ma quando Dio creò di novo il mondo,

tutte le selve di frondose piante

perfette egli produsse, e i dolci frutti

tra' rami si vedean, non mica acerbi

quasi a pena cominci, anzi maturi

faceano invito a' non ancor prodotti

animali, e devean la fame e 'l gusto

lusingar tosto a le dolcezze ignote.

Gravida ancora a quel sovrano impero

la terra partorì la stirpe e l'erbe

e dolci frutti, in cui virtù nativa

era nascosta di fecondo germe

e di seme immortal, che quasi eterno

devea poi rinovar le cose estinte.

E gli animali poi creati insieme

vestiti fur de le sue pelli irsute,

o di candida, molle e pura lana,

e di sue corna e di pungenti artigli

ciascun apparve immantinente armato

ne l'età sua perfetta e già matura.

Nè de la prima infanzia allor conobbe

alcuno il tempo, e in non cresciute membra.

Anzi questa gran mole ancor novella,

questo grande, dico io, mirabil mondo

non conobbe l'infanzia, e tutto insieme

perfetto apparve, e ne l'aspettto adorno.

Ma non fur opre tue gli orridi mostri?

Opre tue non fur già, maestro e padre

de la natura, ma sol vizio e colpa

de la materia a dismisura ingiusta,

ch'or ha difetto, or nel soverchio abonda.

E s'adivien giamai che 'l maschio seme

debole e raro sia del veglio stanco,

o sparso dal fanciul, nè vincer possa

con quella sua virtù ch'informa e move

ne' chiostri occulti del femineo ventre

l'indigesta materia umida e informe,

femina nasce; e ch'ella nasca è d'uopo,

e se non caro, è necessario il parto.

Ma d'uopo già non è che sia prodotto

orrido mostro al mondo; e non ci nasce

per grazioso fin, ma grazia o fine

non ha nascendo, e la materia invitta

e ribellante a la miglior natura,

ch'al meglio è sempre in operando intenta,

è impossente cagion del nato mostro.

Ma la materia vinta, e non ribella

nè 'n contender ritrosa, accoglie in grembo

le forme obediente, e quinci nasce

maschio il figliolo, e di bellezze adorno

e di fattezze al genitor sembiante.

E chiunque traligna, al propio padre

ed a la stirpe de' maggior antica

dissimil fatto, è quasi al mondo un mostro.

E spesso avien ch'egli traligni in guisa

degenerando da progenie illustre,

che da l'umanità quasi è diverso.

Ned uomo è più, ma d'odioso aspetto

del male sparso e mal concetto seme

un mal nato animal ci nasce e vive

ch'è detto mostro. E la natura istessa

lo schiva ed odia, e disdegnando abborre.

E già, come divolga antica istoria,

con testa di monton nacque un fanciullo,

e con testa di bue poi l'altro apparse.

Ed un vitello ancora ebbe nascendo

il capo di fanciul, l'ebbe di toro

un'umil pecorella e mansueta.

Ma chi non sa la mostruosa forma

de la chimera, in cui la capra aggiunta

era al leone e 'l leon giunto al drago?

E chi non sa sì come accoppia e mesce

l'istessa fama a la giumenta il grifo

là fra le nevi d'iperborei monti

o de' Rifei, dove ei difende e guarda

l'or sì bramato da' mortali erranti?

E forme sono ancora illustri e conte

quelle che figurò l'antico Egitto,

o l'Africa arenosa. E questa affisse

a l'uom di bue la spaventosa fronte,

e col vel ricoprì l'altere corna,

Giove Amon nominando il falso nume,

ed adorollo in suo famoso tempio,

ch'un tempestoso mar d'arene intorno

cinger solea ne' solitari campi.

Quel con faccia di cane altrui dipinse

o pur impresse il suo latrante Anubi,

oltre mille altri idoli suoi bugiardi.

E la Giudea da l'africano inganno

non fè diverso il simolacro o 'l mostro,

quando a Moloc i sacrifici offerse.

Ed a questo fallace e vano errore

origin prima diè natura, errando

oltre il suo fin nel mostruoso parto.

Suol partorir ancor di molte membra

confusi i mostri, e sul medesmo busto

molte giungere insieme orride teste,

o molti piè supporre al corpo istesso.

E quinci preso ardir la Fama audace

Briareo fece ed Egeon gigante,

e gli armò cento mani e cento braccia.

E di corone ancora ornò la fronte

di Gerione, e ne l'antica Spagna

collocollo in sublime ed alta sede.

Ma in questa guisa forse ella dipinse

l'anima umana imperiosa altera

in cui son tre potenze insieme aggiunte.

Or lasciando da parte occulti sensi

e di favole antiche ombre e misteri,

onde sua luce al vero ancor s'adombra,

simigliante cagion produce i mostri,

e d'offeso animal confonde e guasta

dentro al materno sen tenere membra,

o sia difetto di confuso seme

o di materia pur maligna colpa

e vizio innato; e ciò più spesso incontra

in quei che fan sì numeroso il parto.

Tal è del gallo la pennata madre,

e tale ancor la semplice colomba,

i cui figli talor confuse e miste

ebber le membra. E con due teste ancora

fu già veduto un orrido serpente.

Ed al buon servo di Gesù diletto

in quel sogno divin con sette apparse

l'estrania belva, a cui lasciva donna

premendo assisa alteramente il tergo,

attrasse i regi a gli impudici amori.

Con sette è finto l'animal di Lerna,

orrida peste, e rinascenti al ferro

fur creduti que' capi e 'ndarno tronchi.

Tralascio alfin de l'animal rinchiuso

nel laberinto la dubbiosa forma,

e tralascio di Sfingi e di Centauri,

di Polifemo e di Ciclopi appresso,

di Satiri, di Fauni e di Silvani,

di Pani e d'Egipani e d'altri erranti,

ch'empier le solitarie inculte selve,

l'antiche maraviglie; e quello accolto

essercito di Bacco in Oriente,

ond'egli vinse e trionfò de gl'Indi,

tornando glorioso a' greci lidi,

sì com'è favoloso antico grido.

E lascio gli Arimaspi, e quei ch'al sole

si fan col piè giacendo e schermo ed ombra;

e i Pigmei favolosi in lunga guerra

con le gru rimarransi, e quanto unquanco

dipinse in carte l'Africa bugiarda.

Perchè vero non è che mai prodotti

fosser sì mostruosi e vari aspetti

da la natura; e s'è pur vero in parte,

Dio non produsse allor creando i mostri.

Però che mostro è quello in cui s'incolpa

difetto di materia o pur soverchio,

onde al suo genitor dissimil nasce;

ma rade volte, e 'n odiosa vista

è di natura vergognoso scorno.

O pur è segno onde il gran Re superno

sgomenta gli egri e miseri mortali,

e minaccia lor pena, morte e scempio.

Non fece allor creando il fabro eterno

i muli o pur le mule, e quelli e queste

illegittima prole e dubbio parto

fur poscia d'animai ch'aggiunse insieme

desio sfrenato di natura, e nacque

d'asino il forte mulo e di giumenta,

e di pronto destrier veloce al corso

la mula, ma di pigra e tarda madre.

E somigliando il generoso padre,

corse talvolta ne l'Olimpo a prova

e riportò correndo il caro pregio.

Ed or si gloria di portar sul dosso

sacri purpurei padri in Vaticano

in dì festo ed altero, e nobil pompa,

e incontra muove a' messaggieri eletti

de gli altri regi e de' famosi augusti.

Nacque talvolta del destrier corrente

il mulo ancora, e l'asina si vanta

pur anco di veloce e nobil madre.

Ma l'uno sparge non fecondo il seme,

l'altra l'accoglie in non fecondo ventre.

Però nascer non suol del mulo il mulo,

come da l'un veggiam nascer sovente

l'altro cavallo, e nel guerriero armento

succeder generoso al padre il figlio,

e la cagion di ciò varia s'adduce.

A' corrotti meati il cieco veglio

la reca, quel, dico io, per fama illustre,

ch'al vaneggiar de' miseri mortali

rider soleva, e le sciagure e i danni

del suo dotto ei degnò continuo riso.

Ma quel che si lanciò nel foco ardente

d'Etna sublime, e la sua vita (ahi folle!)

volse finir ne la fumante fiamma,

giudicò poi che mal s'apprenda insieme

il liquido col liquido commisto,

e si mescoli meglio il molle e 'l denso:

come adiviene a chi disface e fonde

i metalli diversi, e lor confonde,

che lo stagno e l'argento in un condensa.

Altri di più sublime e chiaro ingegno,

che fu maestro di color che sanno

quanto in mille sue scole insegna il mondo,

de la sterilità più tosto assegna

la più vera cagione al freddo seme.

Perch'è freddo animale e pigro e tardo

l'asino, e intolerante al freddo verno:

però di Scizia nel gelato clima

ei non ci nasce fra le nevi e 'l gelo,

benchè tra' Franchi ei nasca e fra' Britanni.

E de l'asino nato è freddo il mulo,

però sembiante al padre il freddo seme

il figlio non produce in freddo grembo.

Ma se addita talor per raro mostro,

maravigliando, de la mula il parto;

e 'l mulo ancor, quando sette anni ei compie,

si mesce alla giumenta, ed ella espone

novo portato del mirabil figlio.

Ma dove ardente sol la Siria accende

sovra Fenicia, già ne' tempi antichi

solean le mule partorir sovente

e de' muli nascean sembianti i muli,

talchè passò ne gli ultimi nepoti

la memoria de gli avi, e lungo tempo

la bastarda progenie in pregio fue.

Or mancata è la stirpe, e spento il nome

tra novi Siriani e tra Fenici,

nè vantar se ne può Sidone o Tiro.

Nascer soleva ancor ne' primi tempi

di cavallo e di cervo il figlio misto,

che prendeva l'onor di lunga chioma

e le vaghe ramose altere corna

d'entrambo suoi parenti insieme aggiunti:

illegitimo sì, ma bello e grande

mirabil figlio, e leve e presto al corso.

E poi crescendo gli pendeva al mento,

pur come barba fosse, il lungo vello.

Fra gli Aracoti già l'antiche selve

libera già pascendo errante fera,

dove pascer soleano i buoi selvaggi,

con muso adunco e con ritorte corna,

con nero pelo e con robuste membra.

Or non so chi più 'l veggia o dove appaia,

benchè ne' climi algenti orridi boschi

sogliano anco nutrire i buoi silvestri,

e sian fra noi famosi e gli uri e l'alce.

Ma del cavallo e del corrente cervo

par che non sia più noto il misto figlio;

nè 'l feroce destrier si giunge al pardo

in guisa tal che ne veggiamo il figlio,

sì come il rimirò l'età vetusta,

tanto l'onor de la bastarda prole

manca, volgendo gli anni, e 'l nome e 'l grido.

E questo avien perchè fatture ed opre

non fur di quel celeste eterno fabro,

il qual perpetue fa le varie stirpi

de gli animali, e lor rinova e serba.

Mancate son ancor l'estranie e miste

forme confuse d'animai feroci,

che presso a' fiumi accoppia Africa adusta,

d'orribil novità fiera e superba.

O van mancando, chè serbarsi in vita

lungamente non può di vario seme

la progenie illegitima ed incerta.

Sol legitima stirpe è quasi eterna,

sì come piacque al suo fattor creando.

Ma già vicino a l'alta e nobil meta,

a cui lasso cursor m'affretto e corro,

del bonaso m'avveggio e de l'iena

lasciata adietro, e de l'orribil fera

che l'ossa umane trae d'oscura tomba,

e la voce de l'uomo assembra e finge.

Veggio il rinoceronte adunco il naso,

e veggio te, che d'un bel corno altero,

purghi del tosco le turbate fonti.

Veggio che fra le nevi e l'alto ghiaccio

il rangifero, occulto al nostro mondo,

porta correndo le veloci rote.

Veggio mille altri, e ne l'algente zona

e 'n quella che più ferve e più s'infiamma,

qui non visti animai, ma chiari e conti

per lungo grido di perpetua fama.

Ma però non ritardo il lento corso,

già stanco e grave, e là m'appresso e giungo

dove tra le fiorite ombrose piante,

e fra mille vaghezze e mille odori,

l'uom creato da Dio m'aspetta e chiama.

Quale esperto figliol che 'n festa e 'n pompa

spaziò per città calcata e piena

de la minuta errante e bassa plebe,

se vede alfine in più sublime parte

del caro padre il venerato aspetto

là dove adorno di lontan risplende

un re possente di corone e d'ostro,

sdegna la varia turba e l'umil volgo,

e là ricovra ove l'affida e 'nvita

presso l'altera maiestate augusta

del genitore antico il lieto cenno

o pur l'imperiosa e nota voce;

tal per questo creato adorno mondo,

ch'è città di mortali e d'immortali

grande e sublime, in cui perpetue leggi

son prefisse ab eterno al viver nostro,

pur dianzi io m'avolgea bramoso e vago

di tante maraviglie a parte a parte,

tutte cercando e rimirando intorno,

onde fermai talvolta i tardi passi

fra gli animai, che son l'ignobil volgo.

Or che mi s'offre in venerabil fronte

nel paradiso il genitor vetusto,

non diviso anco dal suo Re sublime,

obliando tutto altro, a lui mi volgo,

ed odo voce che nel cor rimbomba,

non già da statua del bugiardo Apollo,

o da ruvida quercia o da spelunca,

nè d'idolo scolpito in legno o 'n marmi,

ma sin dal cielo e ben celeste assembra:

uom, conosci te stesso! Oh santa scorta

che per questo sentiero a Dio conduci,

perchè la nostra mente a Dio s'inalza

sovra se stessa, e lui conosce e intende,

nè contemplando i bei stellanti chiostri

e 'l gran giro del sol che tutto illustra,

così possiam ne l'invisibil luce

conoscere il gran Dio che fece il mondo,

come dal contemplar la nostra mente

a conoscer la sua leviamo in alto

l'ali del pronto e fervido pensiero,

che non si ferma ne gli umani obietti.

Ma qual luce de gli occhi, ove si giri,

ove si fermi, ivi rimira e scorge

prati, selve, campagne e mari e fiumi,

aspri monti, erti poggi ed ime valli,

pur non vede se stessa, e 'n chiaro speglio

sol di sè può veder la vera imago:

tal mente umana, che tutto altro intende,

quanto di fuor di lei dipinge ed orna

la mano e l'arte del gran mastro eterno,

non intende se stessa, e non conosce

quel ch'ella sia, se non s'illustra al sole

di verità, quasi cristallo ardente;

ed illustrata non rimira e guarda

come in ispeglio pur la propia forma,

e quel Signor che de la propia imago

la fece adorna, e di beltà sembiante.

S'ella è dunque di macchie orride aspersa,

tergasi, e puro in sè raccoglia il raggio

de la divinità, che in lei fiammeggia.

Poich'ebbe fatti gli animai terrestri,

l'opre sue buone Dio conobbe e disse:

"Facciam noi l'uom, come è la nostra imago

simil a noi". Fece la terra e 'l cielo

pur dianzi, e 'l sole e gli stellanti chiostri,

nè chiese aiuto o dimandò consiglio;

ed or creando l'uomo Ei si consiglia.

Tanta opra fu! Giudeo protervo ed empio,

odi la voce del Signor che parla.

Ed a chi parla? A se medesmo e seco.

Tu, che di verità sol vedi il lume,

sì come per fenestra acceso raggio,

ritroso e ribellante ancor ripugni?

nè tre varie persone in Dio conosci,

quasi sotto un bel velo a noi dimostre?

Qual sollecito mai notturno fabro,

o qual maestro di men nobile arte,

solo sedendo fra' suoi propi ordigni

là dove niuno altro insieme adopra,

dice a se stesso, e se medesmo affretta

con importuno e frettoloso impero:

"Facciam la spada, o pur l'adunca falce

facciamo immantinente, o 'l curvo aratro"?

Ciance son queste, anzi calunnie espresse

di falsa lingua a le menzogne avezza.

E s'infinge il giudeo, mentre figura

a se medesmo pur mentite larve.

E come orride belve a l'uomo infeste,

in angusta prigion ristrette e chiuse,

non potendo adempir l'ardente rabbia

fremono in quel serraglio, e 'n fero suono

dimostran l'amaror de l'ira accolto,

e la natia lor feritate interna;

così gli Ebrei sospinti a passi angusti

osano d'affermar che 'l Padre eterno

con gli angeli ragioni in questa guisa,

con gli angeli che stanno a lui d'intorno,

e gli angeli ministri a l'opre inviti.

Quasi egli chiami del consiglio a parte

i servi suoi, che sono a l'uom conservi,

e gli faccia signori in sì grande opra

in cui l'uomo è creato a Dio sembiante.

Qual magistero al suo maestro eguale

esser potrebbe? Oh sorda e cieca mente,

oh sciocchezza, oh follia d'alma profana!

Molti servi raccorre e farli degni

di tanto officio, e rifiutare il figlio?

Pensa a quel che poi segue: "A nostra imago

l'uomo facciam". Forse una imagin sola

ha con gli angeli Dio, come una forma

istessa è necessaria al Padre, al Figlio?

Ma ne l'uomo ed in Dio l'alta sembianza

non è figura o qualità del corpo,

ma solo è propio a la divina mente

l'imago, onde l'umana ancor s'informa,

e 'n tre potenze interne Iddio figura.

Perchè, sì come Dio se stesso intende,

e se stesso intendendo ama se stesso,

e quinci nasce l'intelletto eterno,

e d'ambo quindi e quinci eterno Amore

spira, e tre lumi sono e non tre dei,

ma tre persone in un sol Dio congiunte;

così la nostra mente in noi produce

la volontate e la memoria appresso

di questa e quella si figura e forma.

In guisa tal che la natura umana,

bench'una sia da tre virtù distinta,

in sè dimostra la divina imago

ed in se stessa Dio conosce ed ama.

Fece ancor somigliante il Padre eterno

l'anima e la ragion, ch'è l'uomo esterno,

a se medesmo, ch'è divino amore,

e de l'esterno Adam vestito intorno,

il tenne occulto e ricoperto a' sensi.

E però ch'egli è buono e saggio e giusto,

pietoso e forte in tolerar gli oltraggi,

lunga stagion ne soffre, e non s'affretta

a vendicarsi, e poi si placa e molce.

Tale ei creò l'uom primo, e 'l feo sembiante

nel puro amor, ch'è la virtù primiera,

e d'ogni altra virtù divina e sacra

impresse in lui mirabilmente i segni.

Come il pittore a la sua bella imago

col suo leggiadro stil colori e lumi

vari e diversi ognora aggiunge e sparge,

ed ombreggiando anco la va d'intorno,

sin ch'è perfetta la figura e l'arte;

così il pittor di nostra umana mente

colorò l'alma, e de' suoi raggi illustre

tutta la fece, e del color distinto

sempre accrescendo a lei splendori e lumi.

E come lo scultore al bianco marmo

col duro ferro e toglie sempre e scema

quel ch'è soverchio, e da l'incisa pietra

spira alfin quasi viva e vera forma,

così togliendo a la materia il fabro

de la natura, glorioso, eterno,

quel ch'avea di più duro e di terrestre,

l'uman sembiante in viva terra apparve:

talchè divenne l'uom sembiante imago

de la divinità che in Dio risplende.

Ma que' colori e la mirabil luce

d'altri falsi colori asperge e macchia

la progenie ch'ognor traligna e perde

le sue prime sembianze, e tutto adombra,

talchè Dio non somiglia, e quasi assembra

pittura tinta col pennel d'Averno

ed affumata in Flegetonte o in Lete,

la nostra umanità macchiata e lorda.

Dunque in se stesso l'uomo omai conosca

contaminate le divine forme,

e, mentre può, si ripolisca e terga,

e sempre a l'alma aggiunga e toglia al corpo,

perchè simil si veggia al primo essempio;

e l'uom figliolo al Re del ciel si mostri

e degno erede del celeste regno.

Poi benedisse Dio la cara imago

di sè, da sè creata, e disse appresso:

"Crescete in numerosa e bella prole,

riempite la terra, e lei soggetta

fate a l'arbitrio vostro, al vostro impero.

Signoreggiate in mar gli umidi pesci,

e ne i campi de l'aria i vaghi augelli,

e qualunque animal si move in terra

soggetto sia non meno al vostro regno".

In questa guisa tu creato a pena,

uom, creato re fosti, e l'alto impero

e la sublime potestate impressa

non ti fu data in secco o 'n fragil legno,

o ne le pieghe pur di breve carta,

perchè la roda alfin putrido verme,

ma la natura scritta in sè riserba

l'alta voce divina, e 'l chiaro suono

comandi, e 'l naturale e giusto impero

in terra estenda e dentro il mar sonante,

e nel sublime ancor de l'aria vaga.

Imperioso tu nascesti in prima.

Or perchè dunque servi a propi affetti

e la tua dignità disprezzi e perdi,

ligio omai fatto del peccato e servo?

Perchè te stesso prigionier cattivo

fai di Satàn, in sue catene avolto,

se già nascendo sei principe detto

de le cose create e re terrestre?

Perchè, quasi gittando, a terra spargi

quel che nostra natura ha in sè più degno

di riverenza e di sublime onore?

Qual a l'imperio tuo prescritto in terra

è fine, o pur ne l'aria o 'n mar profondo?

Se ben te stesso e lui misuri e scorgi,

non hai tu penne da volar nel cielo?

Ma l'ardita ragion nulla ritiene.

Questa con l'ali sue trapassa a volo

non pur de l'aria i più ventosi campi,

ma del ciel gli stellanti ed aurei chiostri.

E via men cupo e men profondo il mare

è del suo peregrino e vago ingegno,

che va spiando dentro a' salsi regni

i secreti de l'onde, e i seni, e i fondi,

e le sue occulte maraviglie, e quindi

vittorioso alfin ritorna in alto,

di saper ricco e d'immortal tesoro.

Così per arte de l'umano ingegno

prende tutte le cose e fa soggette.

E disse Dio di novo: "Ecco a voi diedi

ogni erba che da seme in terra sparso

germogli, ed ogni pianta, in cui semenza

è di sua stirpe. E quinci 'l cibo e l'esca

avrete, e 'l vitto insieme ancor n'avranno

i volanti del ciel sublimi augelli,

e i più gravi animai che in su la terra

move e trasporta l'anima vivente".

E 'n questa guisa ne l'antico stato

de l'innocenza, anco innocente il cibo

non macchiato di sangue e d'empia morte

contaminato, o da rapina ingiusta,

fu conceduto a l'uomo, e dato insieme

a l'animal, che senza sdegno ed ira

era soggetto al mansueto impero.

Non uccideva ancor d'erba nocente

maligno tosco o pur d'orribil angue,

ma tutto quel che producea nel grembo

la madre terra era salubre e caro.

Nè tinto ancor si avea l'artiglio e i denti

l'affamato leone o 'l lupo o l'orso;

nè l'avoltoio allor da corpo estinto

cercava il cibo, perchè morto ancora

non era alcuno, e de le morte membra

non era ancor molesto e grave il lezzo.

Ma pascolar ne' verdi erbosi prati,

in guisa di canori e bianchi cigni,

e sì come veggiam talvolta i cani,

cui la natura è mastra, andar pascendo

e ritrovar la medicina occulta,

così pascevan quei l'erbe novelle

ch'or son voraci di sanguigno pasto.

Non si faceva ancora ingiuria in caccia,

non eran tese ancor l'insidie ascoste

a la selvaggia e solitaria vita.

E i feroci animali a l'uomo amici,

tutti con lieto e con benigno aspetto,

placidi, umili, ivano errando intorno

obedienti a quel sì giusto impero.

Perchè non solo re d'orride belve,

e di serpenti o pur d'augei sublimi,

e di volanti in mare umidi pesci

era l'uom primo; ma signore e donno

ne' propi affetti avea lo scettro e 'l regno,

e suoi propi pensier teneva a freno

saldo e costante, imperioso e grave.

Ma poichè ribellante al santo impero

del Creator sprezzò l'alto divieto,

a lui mostrarsi ancor ribelle in guerra

l'orride belve; e le caduche membra,

che strugger poi devea l'orrida morte,

altro cibo nutria di sangue asperso,

cibo mortale, a' miseri mortali

dato per esca in men felice stato,

da poi che l'acque nel dilluvio accolte

ondeggiando coprir le piagge e i monti.

Ma perchè l'uom, divina e sacra imago,

l'alta origine prisca anco riserba,

non perde il natural suo primo impero

sovra le fiere, e può con giusta legge,

anzi con giusta e conceduta guerra,

farne preda e rapina e cibo e veste

a le sue faticose e dure membra.

Nè questa legge è ingiuriosa ed empia,

ma di natura, anzi del Re superno,

che fece serve a l'uom l'orride belve,

e le greggia e gli armenti e i vaghi augelli

e gli abitanti ancor del mare ondoso.

Così fu fatto. E Dio conobbe e vide

l'opere sue perfette. E 'l sesto giorno

ebbe qui fine, ed egli in sè riposo.