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By Torquato Tasso

Io son la Gelosia, c'hor mi rivelo

D'Amor ministra, in dar tormento a' cori.

Ma non discendo già dal terzo cielo,

Dov'Amor regna: ché due son gli Amori,

Né colà su può loco haver mio gelo,

Tra le divine fiamme e i puri ardori.

Non però da l'inferno a voi ne vegno,

Ch'ivi Amor no, ma sol vive odio e sdegno.

Forma invisibil sono, e mio ricetto

È non chiuso antro od horrida caverna,

Ma lieta selva, od horto, o regio tetto,

E spesso stanza de' cuor vostri interna:

E formate ho le membra, e questo aspetto

D'aria ben densa, e la sembianza esterna

Di color vari ho così adorna e mista

Che di Giunon l'ancella appaio in vista.

Questo che mi ricopre, onde traluce

Parte però del petto bianco e terso,

D'aria è bel velo e, posto in chiara luce,

Prende sembiante ad hora ad hor diverso:

Hor qual piropo al sol fiammeggia e luce,

Hor nero, hor giallo, hor verde il vedi, hor perso,

Né puoi certo affermar ch'egli sia tale,

E di color sì vari anche son l'ale.

Gli homeri alati, alati anchora ho i piedi

Sì che Mercurio e 'nsieme Amor simiglio,

E ciascuna mia penna occhiuta vedi

D'aureo color, di nero e di vermiglio.

Pronta e veloce son più che non credi,

Popol che miri. Il sa Venere, e 'l figlio,

Leve fanciul, che fora un tardo veglio:

Ma se posa e se dorme, io il movo e sveglio.

Questa c'ho ne la destra è di pungenti

Spine, onde sferzo degli amanti il seno.

Ben ho la sferza anchor d'empi serpenti

Fatta e 'nfetta di gelido veneno,

Ma su le disleali alme nocenti

L'adopro, quai fur già Theseo e Bireno.

L'invidia la mi diè, compagna fera

Mia, non d'Amor: la diede a lei Megera.

Non son l'Invidia io, no (se ben simile

Le son), come ha creduto il volgo errante.

Fredde ambe siam, ma con diverso stile:

Pigra ella move, io porto ale a le piante

E mi scaldo nel volo; ella in huom vile,

Io spesso albergo in cor di regio amante;

Ella fel tutta, e mista io di dolzore;

Ella figlia de l'odio, io de l'Amore

Me produsse la Tema, Amore il seme

Vi sparse, e mi nudrì cura infelice.

Fu il latte che mi diè, pianto, c'hor preme

Giusto disdegno, hor van sospetto elice.

Così il padre e la madre assembro insieme

E 'n parte m'assomiglio a la nutrice,

E 'l cibo anchor che nutricommi in fasce

È quel che mi diletta e che mi pasce.

Di pianto anchor mi cibo e di pensiero

E per dubbio m'avanzo e per disdegno

E mi noia egualmente il falso e 'l vero

E quel ch'apprendo in sen fisso ritegno.

Né sì né no nel cor mi sona intiero,

E varie larve a me stessa disegno:

Disegnate le guasto e le riformo

E 'n sul lavor mai non riposo o dormo.

Sempr'erro e ovumque i vado, i dubbi sono

Sempre al mio fianco, e le speranze a lato:

Ad ogni cenno adombro, ad ogni suono,

A un batter di palpebre, a un trar di fiato.

Tale è mia qualità quale io ragiono,

Principi!, e voi cui di vedermi è dato:

Et hora Amor, fra mille lampi e fochi

vuol ch'io v'appaia ne' notturni giochi.

Perché, s'avien ch'al sonno i lumi stanchi

La notte inchini e la quiete alletti,

Io vi stia sempre stimolando a' fianchi

E co 'l timor vi desti e co' sospetti:

Ond'a la scena spettator non manchi,

Né gli histrioni suoi restin negletti.

Ma vien chi m'accomiata. Ecco io gli cedo

Et invisibil qui tra voi mi siedo.