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Io son la Gelosia, c'hor mi rivelo
D'Amor ministra, in dar tormento a' cori.
Ma non discendo già dal terzo cielo,
Dov'Amor regna: ché due son gli Amori,
Né colà su può loco haver mio gelo,
Tra le divine fiamme e i puri ardori.
Non però da l'inferno a voi ne vegno,
Ch'ivi Amor no, ma sol vive odio e sdegno.
Forma invisibil sono, e mio ricetto
È non chiuso antro od horrida caverna,
Ma lieta selva, od horto, o regio tetto,
E spesso stanza de' cuor vostri interna:
E formate ho le membra, e questo aspetto
D'aria ben densa, e la sembianza esterna
Di color vari ho così adorna e mista
Che di Giunon l'ancella appaio in vista.
Questo che mi ricopre, onde traluce
Parte però del petto bianco e terso,
D'aria è bel velo e, posto in chiara luce,
Prende sembiante ad hora ad hor diverso:
Hor qual piropo al sol fiammeggia e luce,
Hor nero, hor giallo, hor verde il vedi, hor perso,
Né puoi certo affermar ch'egli sia tale,
E di color sì vari anche son l'ale.
Gli homeri alati, alati anchora ho i piedi
Sì che Mercurio e 'nsieme Amor simiglio,
E ciascuna mia penna occhiuta vedi
D'aureo color, di nero e di vermiglio.
Pronta e veloce son più che non credi,
Popol che miri. Il sa Venere, e 'l figlio,
Leve fanciul, che fora un tardo veglio:
Ma se posa e se dorme, io il movo e sveglio.
Questa c'ho ne la destra è di pungenti
Spine, onde sferzo degli amanti il seno.
Ben ho la sferza anchor d'empi serpenti
Fatta e 'nfetta di gelido veneno,
Ma su le disleali alme nocenti
L'adopro, quai fur già Theseo e Bireno.
L'invidia la mi diè, compagna fera
Mia, non d'Amor: la diede a lei Megera.
Non son l'Invidia io, no (se ben simile
Le son), come ha creduto il volgo errante.
Fredde ambe siam, ma con diverso stile:
Pigra ella move, io porto ale a le piante
E mi scaldo nel volo; ella in huom vile,
Io spesso albergo in cor di regio amante;
Ella fel tutta, e mista io di dolzore;
Ella figlia de l'odio, io de l'Amore
Me produsse la Tema, Amore il seme
Vi sparse, e mi nudrì cura infelice.
Fu il latte che mi diè, pianto, c'hor preme
Giusto disdegno, hor van sospetto elice.
Così il padre e la madre assembro insieme
E 'n parte m'assomiglio a la nutrice,
E 'l cibo anchor che nutricommi in fasce
È quel che mi diletta e che mi pasce.
Di pianto anchor mi cibo e di pensiero
E per dubbio m'avanzo e per disdegno
E mi noia egualmente il falso e 'l vero
E quel ch'apprendo in sen fisso ritegno.
Né sì né no nel cor mi sona intiero,
E varie larve a me stessa disegno:
Disegnate le guasto e le riformo
E 'n sul lavor mai non riposo o dormo.
Sempr'erro e ovumque i vado, i dubbi sono
Sempre al mio fianco, e le speranze a lato:
Ad ogni cenno adombro, ad ogni suono,
A un batter di palpebre, a un trar di fiato.
Tale è mia qualità quale io ragiono,
Principi!, e voi cui di vedermi è dato:
Et hora Amor, fra mille lampi e fochi
vuol ch'io v'appaia ne' notturni giochi.
Perché, s'avien ch'al sonno i lumi stanchi
La notte inchini e la quiete alletti,
Io vi stia sempre stimolando a' fianchi
E co 'l timor vi desti e co' sospetti:
Ond'a la scena spettator non manchi,
Né gli histrioni suoi restin negletti.
Ma vien chi m'accomiata. Ecco io gli cedo
Et invisibil qui tra voi mi siedo.