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By Giacomo Leopardi

Perchè la vita è breve,

E l'ingegno paventa all'alta impresa;

Nè di lui nè di lei molto mi fido;

Ma spero che sia intesa

Là dov'io bramo e là dov'esser deve

La doglia mia, la qual tacendo i' grido.

Occhi leggiadri, dov'Amor fa nido,

A voi rivolgo il mio debile stile,

Pigro da se, ma 'l gran piacer lo sprona;

E chi di voi ragiona,

Tien dal suggetto un abito gentile,

Che con l'ale amorose

Levando, il parte d'ogni pensier vile.

Con queste alzato vengo a dire or cose

C'ho portate nel cor gran tempo ascose.

Non perch'io non m'avveggia

Quanto mia laude è ingiuriosa a voi;

Ma contrastar non posso al gran desio

Lo quale è in me dappoi

Ch'i' vidi quel che pensier non pareggia,

Non che l'agguagli altrui parlar o mio.

Principio del mio dolce stato rio,

Altri che voi so ben che non m'intende.

Quando agli ardenti rai neve divegno,

Vostro gentile sdegno

Forse ch'allor mia indegnitate offende.

O, se questa temenza

Non temprasse l'arsura che m'incende,

Beato venir men! che 'n lor presenza

M'è più caro il morir, che 'l viver senza.

Dunque, ch'i' non mi sfaccia,

Sì frale oggetto a sì possente foco,

Non è proprio valor che me ne scampi:

Ma la paura un poco,

Che 'l sangue vago per le vene agghiaccia,

Risalda 'l cor, perchè più tempo avvampi.

O poggi, o valli, o fiumi, o selve, o campi,

O testimon della mia grave vita,

Quante volte m'udiste chiamar Morte!

Ahi dolorosa sorte!

Lo star mi strugge, e 'l fuggir non m'aita.

Ma, se maggior paura

Non m'affrenasse, via corta e spedita

Trarrebbe a fin quest'aspra pena e dura:

E la colpa è di tal che non ha cura.

Dolor, perchè mi meni

Fuor di cammin a dir quel ch'i' non voglio?

Sostien ch'io vada ove 'l piacer mi spigne.

Già di voi non mi doglio,

Occhi sopra 'l mortal corso sereni,

Nè di lui ch'a tal nodo mi distrigne.

Vedete ben quanti color dipigne

Amor sovente in mezzo del mio volto,

E potrete pensar qual dentro fammi,

Là 've dì e notte stammi

Addosso col poder c'ha in voi raccolto,

Luci beate e liete;

Se non che 'l veder voi stesse v'è tolto:

Ma quante volte a me vi rivolgete,

Conoscete in altrui quel che voi siete.

S'a voi fosse sì nota

La divina incredibile bellezza

Di ch'io ragiono, come a chi la mira,

Misurata allegrezza

Non avria 'l cor: però forse è remota

Dal vigor natural che v'apre e gira.

Felice l'alma che per voi sospira,

Lumi del ciel; per li quali io ringrazio

La vita, che per altro non m'è a grado.

Oimè, perchè sì rado

Mi date quel dond'io mai non son sazio?

Perchè non più sovente

Mirate qual Amor di me fa strazio?

E perchè mi spogliate immantenente

Del ben che ad ora ad or l'anima sente?

Dico ch'ad ora ad ora

(Vostra mercede) i' sento in mezzo l'alma

Una dolcezza inusitata e nova,

La qual ogni altra salma

Di noiosi pensier disgombra allora,

Sì che di mille un sol vi si ritrova.

Quel tanto a me non più del viver giova.

E se questo mio ben durasse alquanto,

Nullo stato agguagliarse al mio potrebbe:

Ma forse altrui farebbe

Invido, e me superbo l'onor tanto:

Però, lasso, conviensi

Che l'estremo del riso assaglia il pianto;

E 'nterrompendo quelli spirti accensi,

A me ritorni, e di me stesso pensi.

L'amoroso pensiero

Ch'alberga dentro, in voi mi si discopre

Tal che mi trae del cor ogni altra gioia:

Onde parole ed opre

Escon di me sì fatte allor, ch'i' spero

Farmi immortal, perchè la carne moia.

Fugge al vostro apparire angoscia e noia;

E nel vostro partir tornano insieme:

Ma perchè la memoria innamorata

Chiude lor poi l'entrata,

Di là non vanno delle parti estreme.

Onde s'alcun bel frutto

Nasce di me, da voi vien prima il seme.

Io per me son quasi un terreno asciutto,

Colto da voi; e 'l pregio è vostro in tutto.

Canzon, tu non m'acqueti, anzi m'infiammi

A dir di quel ch'a me stesso m'invola:

Però sia certa di non esser sola.