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Io, per me, no, non sono un organetto
Che suoni a ogni portone
De i soliti ragazzi nel conspetto
La solita canzone.
Quando l'idea ne l'anima rovente
Si fonde con l'amore,
Divien fantasma, e a' regni de la mente
Vola fendendo il core;
E la ferita stride aperta al vento,
Geme cruenta al sole:
Io non vi gitto le filacce drento
Di rime e di parole.
E vommene co 'l mio cuor così fesso
Per questo viavai;
E il mio canto miglior sempre è quel desso,
Quel che non feci mai.
Questo cor, questa piaga e la filaccia
Vuol dir, lettor mio buono,
Che di tropi barocchi anch'io vo a caccia
E che un poltrone io sono.
Il primo è da gaglioffi, ma il secondo
Un buon mestier mi pare.
Io non pretendo illuminare il mondo,
Né il buffon gli vo' fare.
Or, l'una cosa o l'altra si propone
Chi scrive al tempo nostro.
Faccia chi vuol l'apostolo o il buffone;
Costa poco l'inchiostro,
E la parola meno, e l'onor nulla,
E la menzogna è il vero,
E tutto è falso. Oh via, che mai mi frulla
Adesso nel pensiero?
Io sento in me qualcosa di Nerone,
Ma più puro e giocondo:
Non sangue o teste, io voglio, in conclusione,
Vo' schiaffeggiare il mondo.
Detto fatto. Ogni strofe, alta, animosa,
Vola via senza guanti;
Ogni strofe è uno schiaffo a qualche cosa:
Avanti, avanti, avanti.