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By Giosue Carducci

Io, per me, no, non sono un organetto

Che suoni a ogni portone

De i soliti ragazzi nel conspetto

La solita canzone.

Quando l'idea ne l'anima rovente

Si fonde con l'amore,

Divien fantasma, e a' regni de la mente

Vola fendendo il core;

E la ferita stride aperta al vento,

Geme cruenta al sole:

Io non vi gitto le filacce drento

Di rime e di parole.

E vommene co 'l mio cuor così fesso

Per questo viavai;

E il mio canto miglior sempre è quel desso,

Quel che non feci mai.

Questo cor, questa piaga e la filaccia

Vuol dir, lettor mio buono,

Che di tropi barocchi anch'io vo a caccia

E che un poltrone io sono.

Il primo è da gaglioffi, ma il secondo

Un buon mestier mi pare.

Io non pretendo illuminare il mondo,

Né il buffon gli vo' fare.

Or, l'una cosa o l'altra si propone

Chi scrive al tempo nostro.

Faccia chi vuol l'apostolo o il buffone;

Costa poco l'inchiostro,

E la parola meno, e l'onor nulla,

E la menzogna è il vero,

E tutto è falso. Oh via, che mai mi frulla

Adesso nel pensiero?

Io sento in me qualcosa di Nerone,

Ma più puro e giocondo:

Non sangue o teste, io voglio, in conclusione,

Vo' schiaffeggiare il mondo.

Detto fatto. Ogni strofe, alta, animosa,

Vola via senza guanti;

Ogni strofe è uno schiaffo a qualche cosa:

Avanti, avanti, avanti.