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By Simone Serdini

Poi che Fortuna il doloroso petto

vuol che tanta mestizia indarno voma,

disvolgerò mia chioma

per isfogar sua rüinosa face.

Chiamo la morte e per maggior dispetto

da me si fugge e pur m'allonga il tempo,

dove non truovo mai un'ora pace.

Così si strugge e sface

il core, il senso, ogni mio spirto afflitto

omai già vitto - in quel, che sempre a tempo

e ognor più per tempo

veggio il mio male e forse il da fuggire,

ma non m'oso partire

da questi lacci, ond'ène 'l mondo avvolto,

d'ogni salute denudato e sciolto.

Vibromi spesso lacrimoso e penso

come aver mai potesse un giorno lena,

e veggio che mia pena

fatta è perpetüale in questo stato.

Poi mi rivolgo intorno e veggio accenso

il fuoco, la tempesta e la ruina,

d'ogni soccorso vero abandonato.

Così munto e beffato

ora i fianchi mi batto, or gli occhi e 'l viso,

conquiso - sì ne la crudel sentina.

Quale altra disciplina

portò giamai beato in pace e amore,

com'io per gran dolore,

che più non posso e quasi il giuoco forza

che di posare ha fatto un callo e scorza?

Dubito in forma, lasso, ad ora ad ora,

quasi smarrito, e dico in fra me stesso:

"Fortuna volge spesso,

ch'è mobile creata e fia eterna";

ma l'incredibil dardo che m'accora

stabile è sempre, fermo a la sua orma

che qual non so sia questa pena inferna,

se per fato discerna

falsa credenza in quanto a nostra fede,

benché si vede - forse in altra forma;

e così senza norma

colpa Fortuna l'animo confuso,

bench'è comunale uso

(tal come cieco e tal non sa d'inganno)

che molti han voce di color che sanno.

Perch'io non oso, e forse io ben conosco

donde l'immenso mio martìr attinga,

non so quale io mi finga

che l'usitato nome di Fortuna.

E così il petto tenebroso e fosco,

pien di tormento e di dolor, mi solo;

<e> in parte i' svampo la mia mente bruna,

benché vorria digiuna

esser fin mo di sua pristina vita,

morte infinita - onde vivendo è dolo.

Ahi, 'nabissato polo,

sotto del qual mia ombra si nutrica,

che libro over rubrica

né lingua porria dir le mie gran pene,

ch'io non sentii giamai un dì di bene!

Già dispogliate, omè, le stanche membra,

che nulla si discerne infino a l'ossa,

non so com'io mi possa

vipera qui venire, o cangiar penna;

e più mi duole or quando el mi rimembra

dove e in che punto adormentato e' giaccio,

bench'un pensier mi punga e pur m'accenna:

"Ma la dolente antenna,

vecchia d'usanza, può piegar suo corso?".

L'ultimo morso - e mai null'altro laccio,

ond'io di speme agghiaccio.

Ma sai che fia, dolente anima e carca?

Disarmarò mia barca:

fra rocche e scogli, fra tormenti e lai,

seguirò il vento e chi mi guida omai!

Canzon, tu ne girai fra gli sciagruati,

se tu trovassi mai un sì infortuno;

ma credo che nessuno

nacque giamai in simile pianeta.

E se pur dimandata, non sia queta:

di' che nel corpo l'alito è rimaso,

e di' che son più raso

che fusse mai di seta al mondo velo,

che non mi trovarresti adosso un pelo!