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Poi che Fortuna il doloroso petto
vuol che tanta mestizia indarno voma,
disvolgerò mia chioma
per isfogar sua rüinosa face.
Chiamo la morte e per maggior dispetto
da me si fugge e pur m'allonga il tempo,
dove non truovo mai un'ora pace.
Così si strugge e sface
il core, il senso, ogni mio spirto afflitto
omai già vitto - in quel, che sempre a tempo
e ognor più per tempo
veggio il mio male e forse il da fuggire,
ma non m'oso partire
da questi lacci, ond'ène 'l mondo avvolto,
d'ogni salute denudato e sciolto.
Vibromi spesso lacrimoso e penso
come aver mai potesse un giorno lena,
e veggio che mia pena
fatta è perpetüale in questo stato.
Poi mi rivolgo intorno e veggio accenso
il fuoco, la tempesta e la ruina,
d'ogni soccorso vero abandonato.
Così munto e beffato
ora i fianchi mi batto, or gli occhi e 'l viso,
conquiso - sì ne la crudel sentina.
Quale altra disciplina
portò giamai beato in pace e amore,
com'io per gran dolore,
che più non posso e quasi il giuoco forza
che di posare ha fatto un callo e scorza?
Dubito in forma, lasso, ad ora ad ora,
quasi smarrito, e dico in fra me stesso:
"Fortuna volge spesso,
ch'è mobile creata e fia eterna";
ma l'incredibil dardo che m'accora
stabile è sempre, fermo a la sua orma
che qual non so sia questa pena inferna,
se per fato discerna
falsa credenza in quanto a nostra fede,
benché si vede - forse in altra forma;
e così senza norma
colpa Fortuna l'animo confuso,
bench'è comunale uso
(tal come cieco e tal non sa d'inganno)
che molti han voce di color che sanno.
Perch'io non oso, e forse io ben conosco
donde l'immenso mio martìr attinga,
non so quale io mi finga
che l'usitato nome di Fortuna.
E così il petto tenebroso e fosco,
pien di tormento e di dolor, mi solo;
<e> in parte i' svampo la mia mente bruna,
benché vorria digiuna
esser fin mo di sua pristina vita,
morte infinita - onde vivendo è dolo.
Ahi, 'nabissato polo,
sotto del qual mia ombra si nutrica,
che libro over rubrica
né lingua porria dir le mie gran pene,
ch'io non sentii giamai un dì di bene!
Già dispogliate, omè, le stanche membra,
che nulla si discerne infino a l'ossa,
non so com'io mi possa
vipera qui venire, o cangiar penna;
e più mi duole or quando el mi rimembra
dove e in che punto adormentato e' giaccio,
bench'un pensier mi punga e pur m'accenna:
"Ma la dolente antenna,
vecchia d'usanza, può piegar suo corso?".
L'ultimo morso - e mai null'altro laccio,
ond'io di speme agghiaccio.
Ma sai che fia, dolente anima e carca?
Disarmarò mia barca:
fra rocche e scogli, fra tormenti e lai,
seguirò il vento e chi mi guida omai!
Canzon, tu ne girai fra gli sciagruati,
se tu trovassi mai un sì infortuno;
ma credo che nessuno
nacque giamai in simile pianeta.
E se pur dimandata, non sia queta:
di' che nel corpo l'alito è rimaso,
e di' che son più raso
che fusse mai di seta al mondo velo,
che non mi trovarresti adosso un pelo!