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By Simone Serdini

"O alta fiamma di quel sacro monte,

surge!": e Calïopè chiamava alquanto,

al sonno tutto spanto;

poi discernea un prezïoso fonte

e io con le man gionte

tutto m'inginocchiava

a quei che 'ntorno stava - al chiaro sito,

che divenni smarrito

come colui che 'l sol riguarda fiso:

così mi parse come paradiso.

Tre alte donne di color celeste

ornate, e quattro di bei razzi d'oro,

i' vidi a quel lavoro,

e altre sette delle proprie veste;

e sette ancor fra queste

il fonte circundare,

Cupido saettare - in ogni parte;

vidi Pallàs e Marte,

Iupitèr, Febo decorare il luoco,

dove si stava sempre in festa e giuoco.

Un verde ulivo in mezzo il fonte fo

coronato di mirto e fresco lauro;

vidi lettere d'auro:

Este Nicolò;

spandere il fonte po'

vedia di cortesia,

e la gran baronìa - e gente magna

senza alcuna magagna;

vedia la sua virtù ben prosperare

e sempre poi più di grazia abondare.

Quanta gloria felice e trïunfale

del chiaro fonte sempre uscir vedia!

Poi uman comprendia

non gli atti suoi, ma l'esser naturale.

Poi di su l'alte scale

vidil cadere in terra:

"Omè, chi si disserra?" - allor gridai;

non valse lutti o lai,

e nullo scudo valse a quel forte arco

che 'l fiero stral non fêsse il dato varco.

Poi si vedea una gran nube e bruna

gemer la terra, e l'acqua intorbidare,

l'aëre tempestare,

e quelle donne lacrimar ciascuna,

gridando: "Omè, Fortuna!".

Poi vidi l'arco rotto

e Pallàs far gran lutto - e lo dio Marte

vidi da l'una parte

come sconfitto, ché 'l suo mal l'accora;

così Giove si stava e Febo allora.

Signor', baron', cavalieri, e gentili

donne e donzelle far crudel lamento

vidi (grande spavento!);

d'ogni maniere genti, assai e vili,

vidi pianger lor fili;

e tale al ciel gridava

e tal sì si squarciava - tutto il viso,

e io, come conquiso,

pensava se d'Ettòr fu pianto tale:

non trovo che mai fosse più mortale.

Or chi potrebbe espremere il dolore,

or chi potrebbe espremer la tempesta,

ciascuna faccia mesta

e tenebrosa fino a mezzo il core?

"Perso aviamo il valore

e ogni ben disposto!

Omè, tu, morte, tosto - or ci disvolle!

Da poi che più non polle

la chiara lampa, <e> è spenta ogni sua vena,

or ci dispoglia di cotanta pena!".

Poi vidi come un sol, d'alba vestita,

una figura, ch'era tanto bella

che quasi parea stella.

Parea che d'ogni pena fusse uscita,

e con voce gradita

dicea: "Ché lamentate?

Deh, gli occhi rilevate - a me felice!

O quanto è bëatrice

chi scande su fra quelle eterne segge,

che più che mille e mille mondi regge!

Deh, non piangete, umana gente, omai

non lamentate più, non fate duolo,

lassate questo molo

e diponete i dolorosi lai!

Io vo fra i dolci rai

della somma Virtute:

o quanta è la salute - che lì regna!

Quest'è l'ultima insegna:

ché chi col core a lei s'e raddrizzato

sarà là su perpetüal beato.

O car signori, amici, o car parenti,

deh, non piangete, ch'io son fuor di mole:

ecco il divino prole

che voca me fra le beate genti!

Istate omai contenti

e fatene gran festa;

rilevate la testa - con amore:

ecco il mio Crëatore!

Io me ne voe a quella santa manna

dove si canta sanza fine Osanna!".

"Memento (disse poi), or mementote

che cosa e qual fortuna sia, e morte

e le sue greve sorte,

e rimembrate sue volgenti rote!

Ché a nessun fa note

le sue grevi percosse,

ma quel che si riscosse - fia beato".

Poi vidi un cerchio ornato

d'angeli e santi rilevar quell'alma:

così fra lor n'andò con verde palma.

Vanne, canzon, a chi ti vuol provare

fa che chiarisca bene il tuo latino,

e allega Augustino:

che di chi s'è veduta buona vita

gloria si debba credere infinita.