65 (RVF 332)

By Giacomo Leopardi

Mia benigna fortuna e 'l viver lieto,

I chiari giorni e le tranquille notti,

E i soavi sospiri, e 'l dolce stile

Che solea risonar in versi e 'n rime,

Volti subitamente in doglia e 'n pianto

Odiar vita mi fanno e bramar morte.

Crudele, acerba, inesorabil Morte,

Cagion mi dai di mai non esser lieto,

Ma di menar tutta mia vita in pianto,

E i giorni oscuri e le dogliose notti.

I miei gravi sospir non vanno in rime;

E 'l mio duro martir vince ogni stile.

Ov'è condotto il mio amoroso stile?

A parlar d'ira, a ragionar di morte.

U' sono i versi, u' son giunte le rime

Che gentil cor udia pensoso e lieto?

Ov'è 'l favoleggiar d'amor le notti?

Or non parl'io nè penso altro che pianto.

Già mi fu col desir sì dolce il pianto

Che condia di dolcezza ogni agro stile,

E vegghiar mi facea tutte le notti:

Or m'è 'l pianger amaro più che morte,

Non sperando mai 'l guardo onesto e lieto,

Alto soggetto alle mie basse rime.

Chiaro segno Amor pose alle mie rime

Dentro a' begli occhi; ed or l'ha posto in pianto,

Con dolor rimembrando il tempo lieto:

Ond'io vo col penser cangiando stile,

E ripregando te, pallida Morte,

Che mi sottragghi a sì penose notti.

Fuggito è 'l sonno alle mie crude notti,

E 'l suono usato alle mie roche rime,

Che non sanno trattar altro che morte:

Così è 'l mio cantar converso in pianto.

Non ha 'l regno d'Amor sì vario stile;

Ch'è tanto or tristo, quanto mai fu lieto.

Nessun visse giammai più di me lieto;

Nessun vive più tristo e giorni e notti:

E doppiando 'l dolor, doppia lo stile,

Che trae del cor sì lagrimose rime.

Vissi di speme; or vivo pur di pianto,

Nè contra Morte spero altro che Morte.

Morte m'ha morto; e sola può far Morte

Ch'i' torni a riveder quel viso lieto,

Che piacer mi facea i sospiri e 'l pianto,

L'aura dolce e la pioggia alle mie notti;

Quando i pensieri eletti tessea in rime,

Amor alzando il mio debile stile.

Or avess'io un sì pietoso stile

Che Laura mia potesse torre a Morte,

Com'Euridice Orfeo sua senza rime:

Ch'i' viverei ancor più che mai lieto.

S'esser non può, qualcuna d'este notti

Chiuda omai queste due fonti di pianto.

Amor, i' ho molti e molt'anni pianto

Mio grave danno in doloroso stile;

Nè da te spero mai men fere notti;

E però mi son mosso a pregar Morte

Che mi tolla di qui, per farme lieto

Ov'è colei ch'io canto e piango in rime.

Se sì alto pon gir mie stanche rime,

Ch'aggiungan lei ch'è fuor d'ira e di pianto,

E fa 'l ciel or di sue bellezze lieto;

Ben riconoscerà 'l mutato stile,

Che già forse le piacque, anzi che Morte

Chiaro a lei il giorno, a me fesse atre notti.

O voi che sospirate a miglior notti,

Ch'ascoltate d'Amore o dite in rime,

Pregate non mi sia più sorda Morte,

Porto delle miserie e fin del pianto;

Muti una volta quel suo antico stile,

Ch'ogni uom attrista, e me può far sì lieto.

Far mi può lieto in una o 'n poche notti:

E 'n aspro stile e 'n angosciose rime.

Prego che 'l pianto mio finisca Morte.