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By Celio Magno

Quanto in voi, donna, io miro,

tutto è grazia e bellezza

e m'empie il cor di meraviglia e foco.

S'al biondo crin mi giro,

l'oro ha minor vaghezza;

s'a l'alma fronte, il ciel sereno è un gioco;

chiamar poi rose è poco

i fior del vago viso,

o la man neve, e 'l seno.

Chi de la bocca a pieno

può 'l tesoro lodar? Chi 'l dolce riso?

Tutto è bel, tutto è caro:

ma più de' bei vostr'occhi il vanto è raro.

Son gli altri vostri onori

miracol di natura;

questo par che da Dio proprio discenda.

Quel vince ogni bel fuori

di voi; questo l'oscura:

cui cede anco ogni bel ch'in voi risplenda.

Né perché il ciglio ascenda

a tanto onor perdete

de l'altre parti il pregio:

che vostro è privilegio

parer più bella ove men bella sete.

Beltà con beltà giostra,

e vinca o perda, tutto è gloria vostra.

Così chi 'l ciel d'intorno

va contemplando e mira

ad uno ad uno i suoi ricchi ornamenti:

quinci l'azuro adorno,

quindi le stelle ammira

e la luna e le nubi alte e pendenti;

ma più ch'altro i lucenti

raggi del sol sublima,

e in lor più si compiace.

Né, s'altro men gli piace,

il ciel però di minor pregio estima,

ch'ogni cosa è perfetta,

e d'infinito bel pasce e diletta.

Anzi la maggior luce

che ne' vostr'occhi siede,

a le men chiare in voi splendor comparte;

com'anch'essa più luce

mentre arricchir si vede

da l'alte grazie a sé d'intorno sparte.

Io stupido ogni parte

adoro, e di tutte ardo

contemplator felice.

Pur, se talor mi lice

in quei lumi affisar l'avido sguardo,

tal dolcezza in me piove

che nulla invidio il paradiso a Giove.

E se mia vista inferma

contra sì chiari lampi

cede, o dar fugge a lor guardando noia,

geme e non sa star ferma:

né vuol Amor ch'io scampi,

ma che tosto ritorni a la mia gioia,

e ch'ivi, ardendo, moia;

ben ch'indi ognor rinasco,

quasi fenice nova.

E perché allor non trova

esca più dolce il cor, né d'altro il pasco,

da lor non pò né suole

o moto o raggio uscir, ch'io non l'invole.

Vidigli chini starse

dolcemente talora,

e sfavillar quasi coperti i rai:

in tal guisa mostrarse

d'aperta nube fuora

per anguste fenestre il sol mirai.

Dormir poi li trovai,

come 'l ciel mi concesse,

un dì, furtivo amante:

e 'n sì vago sembiante

posar, ch'invido il sol parea dicesse:

— Ahi, che contender ponno

con mia beltà, benché li chiuda il sonno! —

Ma quando s'alzan poi

al ciel fuor del bel velo,

e tutta la lor pompa ivi si spiega,

il sole i raggi suoi

vinti confessa, e 'l cielo

ch'in lui si fermin lungo spazio prega.

Al fin, s'in noi si piega

la lor divina fiamma,

qual cor non arde e strugge?

Chi mai più salvo fugge,

s'una sol volta del su' ardor s'infiamma?

Anzi, chi lieta sorte

non stima averne amando e strazio e morte?

Meravigliosi effetti,

che per trionfo e palma

d'amor, produce il guardo, or crudo or pio:

il ghiaccio arder ne' petti;

spegner, riponer l'alma;

far miser di felice, e d'uomo un dio.

Occhi, primo ardor mio,

fonti d'ogni valore,

specchi del sommo bene!

Ahi, che mal si conviene

mio basso stile a tanto alto splendore!

Poich'ei, già vinto e stanco,

sul cominciar de' vostri onor vien manco.

Dunque, s'altro non posso, idoli miei,

porgovi almen, divoto,

il silenzio per lode, e 'l cor per voto.