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Vinto da la pietà del nostro male,
che per sonno e vigilie mi molesta,
ch'i' scriva cosa mesta
veduta in sogno, orribile e pietosa,
scrivo, anzi volar voglio senza ale,
ché la matera è grande e non mi presta
alcun valo<r>, ch'io vesta
il nudo 'ngegno a ritrar tanta cosa.
Era la maggior luce ancora ascosa
e biancheggiava giù da l'orïente
quella che dal feriente
suo caldo fugge e subito dispare,
quando dinanzi agli occhi miei appare
una turba di donne tutte a negro
senz'alcun atto allegro
vestite, <e> si dolean sì fortemente
che me con lor fên pianger lì sovente.
Piangendo vanno e nessuna favella,
e io con loro mormorando giva,
come persona priva
d'ogni allegrezza, fino a<d> un bel bosco:
nel quale una più alta e la più bella
pianta, più verde, più fronduta e viva,
vidi che giù cadiva,
onde divenne l'aër tutto fosco.
Una voce sentimo: "Or ben conosco
ch'ogni speranza m'è venuta meno
d'esser mai nel sereno
stato ch'i' fui, più bello e più felice!".
Allor ciascuna delle donne dice:
"Andiano avanti e piangiàn con costei,
che per l'ira de' dei
serva ritorna di reina e donna,
poi ch'è caduta sua ferma colonna".
I<n> mezzo di quel bosco era la pianta
caduta; ivi una donna tanto affritta
che star non potea dritta,
tanto dolor gli avea la mente oppressa;
questa turba di donne tutta quanta
piangendo in terra avante a lei si gitta,
che ben parea sconfitta,
e ciascheduna più suo pianto ap<p>ressa.
Riz<z>ossi quella donna tanto fessa,
c'ha i crin disciolti e lacrimoso il viso,
riguardando lor fiso:
"Oimè (disse), dov'è 'l nostro alunno?".
Costor non tarde né rimesse funno,
ma, rinfrescando 'l pianto, biastimava
la morte oscura e prava,
dicendo: "Chi mai più nostre dottrine
seguiterà, a<h>i, misere tapine?".
Posto silenzio al pianto tra lor tutte,
la più degna di lor, ciò fu Iustizia,
così parlando inizia
con sospiri, con lacrime e <con> strida:
"Donna, le luci mie essere asciutte
di lacrime non ponno per trestizia,
poiché mortal nequizia
tolto m'ha 'l mio temone e la mia guida.
Non serà ma<i> più <la> mia spada fida,
le mie bilance equalmente tenute;
le mie ragion fien mute,
e senza fren ciascun farà sue voglie.
O caro figliuol mio, con le tue spoglie
porrò le mïe, sì che dir si possa:
"D'una sola percossa
morti si veggian per ciascun paese
Iustizia e l'alto duca milanese"".
Iustizia pose fine al suo parlare,
e un'altra di lor si fu levata,
Fortitudo chiamata,
così parlando nel suo gran lamento:
"No mi farò giamai più nominare
Fortezza a<l> mondo, perch'io son privata
di quel ch'era dotata,
né colonna so' più né fondamento.
Tornarò in cielo, poi ch'è 'n terra spento
quel che fermo teneva on<n>e consiglio,
il mio diletto figlio
per cui detta era fondamento e torre;
ma questo non mi puo' già, o morte, tôrre:
che l'animo divin ch'el avea seco
no me ne 'l porti meco
e con voi inseme omai delle superne
cose parlare e non pur delle inferne".
Poi dopo questo la nobil Prudenza
si levò suso e con maggior desdegno
di parlar fece segno,
e per dolor la voce tornò indietro.
Restata un poco, cominciò: "Non senza
grave dolore, a recontar io vegno
il caso aspro e malegno
che m'ha tolto di mano il chiaro vetro.
Morte m'ha posta in loco oscuro e tetro,
onde i mie' occhi e 'l mio antivedere
han perduto il potere,
perché mort'è chi li facea lucenti.
Né preterite cose né presenti
né future anche più vedere io posso,
poi che quinci è rimosso
colui che mi portava infino al cielo
ond'io rompeva de' futuri il velo".
Tacette la Prudenza e poi levòse
la quarta donna, detta Temperanza,
parlando con baldanza,
di dolor e d'affanno tutta accesa.
Disse: "O donna eccelsa, le penose
doglie ch'i' sento ciascun'altra avanza,
poi che ogni mia speranza
veggio perduta e crudelmente offesa.
Chi farà più nel mondo ormai contesa
dal poco al molto? E chi port<r>à misura,
poi ch'una sepultura
chiude 'l temperamento d'onne troppo?
Chi sa, desci<o>glia questo amaro groppo:
senza temperamento corta vita
esse<r> debba e finita,
perché cose contrarie insieme stare
senza mezzo non posson né durare".
Finito ch'ebbon le quat<t>ro sorelle
il lor lamento, e ciascheduna tacque.
Una che di lor nacque
mùnice contrafece tal cordoglio:
"Poi che morte spiatata mi divelle
dal mio signore, a cui io tanto piacque
che fino all'ultime acque
per lui fu' nominata, move<r> voglio
dall'un balzo del mondo all'altro scoglio.
In ogni nazïon e ogni gente
mostrai quanto possente
e magnanimo fusse 'l mio signore!
Dolgansi tutti del perduto onore,
Almàn, Franceschi, Ungari e Ispani,
saracini e pagani,
e tutti que' signori e gran baroni
che sentirono i frutti de' suo' doni".
Tre sacre donne, che per lor sembianti
Fede, Speranza e Carità mostrâro
tra lor deliberâro
che Carità per tutte e tre parlasse.
Incominciò: "Se i dolorosi pianti
fusse alla morte di costui riparo,
molto mi saria caro
piangere finché gli occhi ci bastasse;
ma se le voglie nostre sono in casse,
che pianger giova senza fine o modo?
Dio ne ringrazio e lodo,
quanto si de' per ogni crëatura;
quanto per carne possa in noi natura,
io mi debbo doler, perché costui
fu con tutte e tre nui
sì fervente ad amar con pura fede,
che merito di ciò presente vede".
Parvemi dopo 'l pianto maraviglia:
tanto silenzio e tanta devozione,
che quella regïone
teneva af<f>litta e l'aër ne piangeva.
Quella donna ch'io dico alzò le ciglia
e, raguardando tanta afflizïone,
un gran sospir dipone
e poi, parlando, in tal modo diceva:
"Care sorelle mie, io non credeva
a quest'atto dolente avervi insieme,
anzi ch'alle supreme
glorie, promesse a me, esser doveste:
purpura e oro e non sì triste veste,
canti sonori, e non raüchi e fiochi,
<gioia, non dolenti occhi,>
Italia regina esser chiamata
e non vedova sola abandonata!
Ma poi che questi son li onori estremi
che mi dovete fare in sempiterno,
ogn<i> allegrezza sperno
e sol vo' ragionar de' mie' affanni.
La mia misera nave senza remi,
senza vele, temon, senza governo,
veggio nel mar di verno
in gran tempesta tra Cariddi e Scilla;
e veggio spenta l'ardente favilla
ch'al<l>uminava ogni cosa che luce:
or la morte perduce
agli occhi nostri tenebra infinita.
Più non curo oggimai de la mia vita:
costui, che esser dovea mio caro sposo,
loco più glorïoso
eletto egli ha, lasciando questo lito,
ond'io non voglio giamai più marito.
Ma per veder cogl<i> occhi quant'oltraggio
morte n'ha fatto, andiamo ov'egl<i> è morto
<e> vedremo il gran torto
che fatto ci hanno i fati aspri e sinestri".
E così detto, prese 'l suo vïaggio
e l'altre drieto con grande sconforto,
finché venne a<d> un orto
lì presso, pieno d'animal silvestri:
cani, lïonze e lëopardi destri
ivi erano infiniti mescolati,
né morder<e> né aguati
facean fra lor, ma stavan tristi e vili.
Una bara con drappi vedovili
in mezzo contenea il prence eccelso,
che da noi ha divelso
morte, che 'n uno estremo punto sciolse
tutto 'l poter che mai natura accolse.
Non ave<a> ancor la donna posto fine
al suo lamento, e ciascheduna intenta
costei che si lamenta
stava a<d> udir, com'uom che fermo ascolta;
quando non di mortal, ma di divine
ombre duo schiere verso noi s'avventa
e, come chi paventa,
ciascuna verso 'l Nostro si fu volta.
Dinanzi a tutte della schiera folta
veniva un'ombra di splendor coverta,
tal che nessuna certa
figura si potea da lei ritrare:
d<i>rieto a quella io vidi seguitare
gente togata di gran dignitade,
con voci gravi e rade,
degne di tanta reverenza, ch'io
per conoscerli n'arsi del desio.
E quando fatte fû<r> più prossimane,
conobbi che Mercurio quella schiera
sotto la sua bandiera
guidava, <e> quelli grolïosi spirti.
Abiti e veste loro eran umane
e 'l viso di ciascun saria lumera
in questa bassa spera
di tenebra repiena: e chi di sirti
di raggi coronati, e chi di mirti.
Io vidi Varro, Livio e Cicerone,
Virgilio e 'l buon Catone,
e altri molti spirti glorïosi:
questi con umil detti e con pietosi
parea che ragionasson del valore,
de l'ingegno <e> del core
che 'n vita fu capace questo duca,
la cui fama convien che etterna luca.
Marte con l'altra schiera, furebondo
nel viso acceso con focosi rai,
più ch'io non scrivo assai,
terribil venne a' dolorosi lutti.
D'animo vigorosi e di profondo
consiglio sperti vi considerai
tali e tanti, che mai
io non potrei recontartili tutti.
Armati, fieri e sotto l'arme strutti,
Cesare viddi col feroce aspetto
<e> Alessandro perfetto
ragionar del Bisconte valoroso;
Camillo e l'African vittorïoso,
Anibàlle e 'l Dentato e 'l buon Cursore
lodar questo signore,
dicendo: "Sol costui di Marte 'l segno
fatto ha vittorïoso e d'onor degno".
Subito dopo questo, e duo splendori,
Marte e Mercurio, colle lor<o> corte,
con quelle donne accorte
deliberâr di non lassarlo in terra,
ma farlo degno de' celesti onori
nella spera di Giove e di Mavorte,
ove non pote morte
né del futuro mai porte si serra.
Dell'eloquenza principi e di guerra,
Cesare e Alessandro dall'un lato,
Virgilio e l'Arpinato
dall'altra parte, quella bara prese:
subito l'ale ciaschedun distese,
li dei e quelli spir<i>ti eccellenti;
non con pianti e lamenti,
ma con canti e piaceri indi fu tolto,
portato in cielo; e io dal sonno sciolto.
Canzon, tu n'andarai al mio signore,
che teco con dolore
participe con pianto e con disdegno:
costui è tanto grato
che <i> no<str>i <versi> odirà volontieri,
quantunqua che leggieri
sieno di sentimento e di dolcezza.
Penso tu 'l moverai per tenerezza
e altro non ti dico, che né come;
ma perché sappi 'l nome,
signor messer Pandolfo ell<i> è nomato,
dei Malatesti eccelso e onorato.