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“Ond'è che Osmin, quel sì felice, al cui
Gregge non nocque mai fascino o lupo,
L'altr'ier si lasciò gir giù del dirupo,
Sazio, mi credo, de' bei giorni sui?”
Sì disse Ila a Montano, ed egli a lui,
Stupido e pien d'un pensier grave e cupo:
“Ahi”, gridò, “quanto male a dir m'occupo
Di ciò che d'ascoltar poi spiace a nui!
Vedi che schianta il turbo e quercia e faggio,
Annosi e saldi, ed al sottil virgulto,
Quanto lo scuote più, men porta oltraggio.
Il volto d'umiltà mai sempre sculto
Serbiam nel cuor: n'abbia la mente il raggio,
Né temerem da' ciechi affetti insulto.”