7° Giorno

By Torquato Tasso

Roma, da poi che 'l glorioso impero

ebbe disteso da l'occaso a l'orto

e per le parti d'Aquilone e d'Austro,

al popol vincitor mirabil vista

di duo teatri in un sol giorno offerse,

i quai si congiungean volgendo a torno.

Sì che le genti in lor divise e scevre,

di cui l'una pur dianzi a l'altra parte

si stava occulta, con l'unirsi insieme

ne l'ampia forma d'un perfetto giro,

si vider tutte, e non rimase ascosto

alcun di loro, anzi mirando a cerco

ripieni i gradi de l'assisa turba,

maraviglia e diletto ebber repente

pur de l'aspetto inusitato e novo.

Ma in questo ch'allor fece il mastro eterno

gran teatro e volubile e rotante,

ch'anfiteatro di sua gloria assembra,

bench'una spera sola in sè congiunti

duo rinchiuda diversi ampi emisperi,

pur l'uno a l'altro si nasconde e cela

e de l'opposte in lor divise genti

questa mai quella non rimira o scorge.

E già nulla n'intese, e 'n dubbio visse

se pur altri abitanti avesse il mondo,

o fosse in parte solitaria ed erma

la terra ignuda, o sotto l'onde ascosa.

Nè perchè sempre intorno il ciel si volga,

sarà giamai che la girante scena

mostri i popoli a noi c'han fissi incontra

i lor vestigi ne l'aprica terra,

o noi co' nostri alberghi a lor discopra

in questi quasi pur distinti gradi,

per cui s'inalza o si dechina il polo.

Ma quel che far non può volubil giro

di tanti cieli e 'nfaticabil corso,

fa de la mente che si volge e riede

in se medesma il rapido pensiero,

ch'è quasi un suo perpetuo e vario moto.

Perchè dinanzi a lui si toglie il velo

de la terra interposta, e 'n Dio mirando

scorge nel suo gran lume il mondo accolto,

che divien quasi angusto a l'alma accesa,

che fuor del mondo è rapta, e nulla adombra

i popoli co' regni a' lumi interni.

Talchè ne' gradi lor disposti intorno

sol contemplando, il pellegrino ingegno

scopre i Finmarchi e gli ultimi Biarmi,

e scopre insieme gli Etiopi e gli Indi.

E d'un lato gli appare il freddo Carro

e 'l pigro Arturo, e pur nel tempo istesso

altro polo, altri lumi insieme ei scorge.

Non perchè il mondo a lui s'accorci e stringa,

ma perchè la sua mente in Dio s'avanza,

e divien ampia sì ch'a lei soggetto

l'universo in un guardo accoglie e mira.

Come già vide il Benedetto Padre,

ch'a l'alto ciel di mille accese lampe

segnò morendo il luminoso calle,

parte seguendo il suo pensier sublime.

Ricerca pur dove il cultor eterno

il paradiso a maraviglia adorno

facesse, e 'n quale istranio ignoto clima

fiorisser le felici e nove piante,

quando pria fu creato il padre Adamo.

Era dunque compiuta omai la terra,

compiuti i cieli, e gli ornamenti e fregi

l'opere di sei giorni avean distinte,

e quel maraviglioso alto lavoro,

quando cessando Dio d'opra novella

e dal creare, ebbe nel dì seguente,

che fu settimo giorno, alto riposo.

Nè fu poi creator di nova prole,

ma le prodotte conservando in vita,

di lor prese il governo; e di quetarsi

ne le cose create a lui non piacque.

Già fece il cielo, ed acquetarsi in cielo

non prese in grado, e i bei stellanti giri

fece, e col vago sol l'errante luna,

nè volle riposar ne l'auree stelle

o ne la sfera del sovran pianeta,

over nel cerchio de la luna algente.

Fece la terra ancor, ch'è ferma e salda,

nè riposò nella gravosa terra

che in se medesma si mantiene e giace.

Dove adunque ed in chi quiete e posa

ebbe il fattor di cose eterne e magne?

Ben è ragion che le costanti e gravi

sian quelle sole, in cui non prenda a sdegno

di riposare, anzi quiete o moto

non fu giamai senza la stabil parte.

Però sempre si move il ciel rotando

sovra i suoi poli quinci e quindi affissi.

E non si moveria, se stabil centro

ei non avesse al suo perpetuo corso.

Onde si finge il favoloso Atlante,

che 'ntorno a' poli opposti il ciel rivolge,

e ne la ferma terra i piedi appoggia.

E gli animali ancor mobili e vaghi

mover non si potrian, se 'n lor non fosse

la stabil parte che s'acqueta e posa.

E però quella che si curva e piega

nel movimento, è lor di centro in vece.

Dunque se mover debbe il motor primo,

non sol convenne ch'egli immobil fosse,

ma che 'n non mobil parte il moto eterno

fermasse ancora. E di fermarlo in terra

ei non degnò. Dove fermollo adunque?

qual de la terra è più costante mole?

Ne l'uom quetollo, e l'uom alfin de l'opre

volle crear, perchè cessasse il moto,

e se moto non fu, l'arte divina

restasse di crear l'opre moderne.

Più de la terra adunque è l'uom costante,

sì come quel che de l'eterno essempio

è vera imago, e il suo caduco e grave

spogliar si deve; e 'ncorruttibil forma

rivestendo, là suso alfin s'eterna

ne la quiete d'invisibil regno.

In questa guisa volle Iddio creando

mostrar de la sua morte alto mistero,

quasi in figura. Anzi predir da lunge,

ch'anzi i tormenti de la morte, il Figlio

devea ne l'uom quetarsi, e 'n membra umane,

a guisa di mortale, al dolce sonno

conceder gli affannati e lassi spirti.

Dunque s'acquetò Dio ne l'uom terreno,

e l'uomo in sè non ha quiete o pace?

Non han quiete in sè gli egri mortali,

ned opra di natura in sè riposa.

Ma gira il foco nel perpetuo corso

del ciel sempre inquieto e sempre vago,

l'aria agitata da contrari venti

è da se stessa ognor divisa e sparsa,

l'acqua trascorre e senza pace ondeggia.

E questa, ch'a noi par gravosa e ferma,

terrestre mole ancor si scote e crolla

da' fondamenti, e ruinose atterra

le cittati e le terre eguali a' monti,

e i monti istessi, e scissa il petto e 'l grembo,

talor ne le voragini profonde

scopre i regni di Pluto e i ciechi abissi,

e l'ultima ruina altrui minaccia.

Ma nel suo creator pace e riposo

han le create cose. E 'n se medesmo

egli s'acqueta, nè d'esterna gloria,

nè d'altro ben fuor di se stesso ha d'uopo,

ch'è sommo bene, e con riposo eterno

governa l'immortal felice regno

là 've dal travagliar ne chiama a parte.

E se 'n terra ne l'uom quetarsi eci volle,

fu perchè l'uomo in Dio s'acqueti al fine.

Però quand'egli in sì mirabil tempre

l'umanitate al suo divin congiunse,

pose a la vita faticosa e stanca

in se medesmo alfin dolce restauro;

e gloria e grazia onde s'adempia e bea

nostra natura ch'essaltar cotanto

in lui si vide. Adunque il sesto giorno

a l'opre nove fin sul vespro impose,

nè poi nova progenie o nova stirpe

egli devea creare. E ben convenne

che del gran mondo producesse il parto,

e di tutte le specie in lui raccolte

col numero di sei ch'è più fecondo.

Ma narri quel c'ha la scienza e l'arte

del numerar, come pregnante il sei,

e ne le parti sue perfetto e pieno

generar poi di sè varie figure

di numeri egli possa, e tutto aggiunga

ciò che ne le sue scole insegna il mondo.

Dicavi ancor come è infecondo il sette,

perch'egli di sè nulla alfin produce,

e di nulla è produtto, e poi sen vanti

come ei faria di gran tesoro occulto.

Or tralasciam, quasi sprezzando, a dietro

quello onde tanto va gonfia e superba

mondana sapienza, e sol ci caglia

de l'uso de' fedeli antico e sacro,

onde al settimo dì s'aggiunse onore;

l'onoraro i Giudei nel sesto giorno,

quando lieti inalzar frondose tende,

e ricovrar sotto i selvaggi alberghi.

E l'onorar nel dì famoso ancora

che per le trombe e celebrata pompa

è sonoro e festante, e pregio al sette

non men de gli altri il dì propizio accrebbe.

E 'l settimo anno fra gli antichi Ebrei

fu d'ogni riverenza e d'onor degno:

perchè ne' sei ch'eran trascorsi avanti

lecito era a ciascun fender la terra

con duro aratro e ne' solcati campi

sparger con larga mano il fertil seme.

Ma nel settimo poi contento e pago

ei raccogliea dal non arato grembo

sol quanto volontaria ella produce.

E sei anni serviva il prisco Ebreo;

libero da fatica e da servaggio

era il settimo poscia. E 'l duro giogo

de gli Assiri superbi oltre l'Oronte,

oltre l'Eufrate, in Babilonia oppresse

anni sessanta i miseri captivi,

e nove appresso; e candida refulse

l'antica libertate al popol servo

quando il sette col diece ha pieno il giro.

Or trapassiam senza dimora a' nostri.

Ben sette volte il dì cade e risorge

il giusto, cui d'Adamo il grave incarco

e la natura sua caduca atterra;

ma la grazia il solleva, e 'n questa guisa

di tal numero noi consorti andremo.

Settimo Enoch dal genitor primiero

morte non vide; e 'l gran misterio adombra

questa ch'or vive, ed a l'imperio estinto

sorvive ancor, Chiesa immortale e santa.

E settimo Mosè dal padre Abramo

prese la legge. E la cangiata vita,

l'iniquità scacciata e 'l varco aperto

a la giustizia, e Dio ch'a noi discende

con membra umane, e s'avvicina e giunge,

e più santa virtute insegna al mondo

mirabilmente, e nova legge apporta,

pur da Mosè son figurate in parte.

Ed aggiungendo pure al diece il sette,

e 'l sette appresso, dal vetusto Adamo

il figlio di Maria produtto apparve.

E poi conobbe ancora il vecchio Pietro

del numero del sette alto mistero,

che di perdono e di quiete è segno;

ma nol conobbe a pien, chè dubbio e 'ncerto

prima ne parve, e poscia ei pur l'intese,

chè rivelollo il suo Signore e mastro,

lo quale in perdonando aperse il grembo

de le sue grazie e de i tesori eterni.

Nè sette volte sole, anzi settanta

sette fiate a perdonare insegna.

Onde a la pena di Caino ingiusto

e già macchiato del fraterno sangue

il perdono di Pietro allor risponde,

quasi da l'altra parte al fallo opposto.

Ma 'l perdon del Signore adegua e passa

di Lamech condannato antica colpa:

perchè di leve error perdono angusto

par che si dia; ma se 'l peccato abonda,

ivi la grazia oltra misura avanza.

Ed a chi molto si perdona e 'ndulge,

molto concede di fervente amore

quel ch'è verace amante, e non l'infinge.

È di perdono adunque e di riposo

segno il settimo giorno, in cui cessando

il Padre eterno, di cessare essempio

diede a l'antico Ebreo, che indarno or cessa

d'opre e di fede neghittoso e tardo.

E quel settimo dì mattino ed alba

ebbe, nè vide poi la sera e 'l vespro,

ch'ancor non giunge, e non adombra il giorno,

lo qual s'illustra di perpetua luce;

ma le veci del tempo e 'l corso e i giri

chiudono i nostri dì fra mane e vespro,

in cui ciascuno ancor s'adopra e cessa,

e col riposo le fatiche alterna.

Insin che giunga spaventoso in vista

quel, che dee consumar la terra e 'l cielo,

settimo giorno minacciato inanzi

orribilmente. Allor le mura eccelse

di questa luminosa antica mole

espugnate faranno alte ruine.

E 'l foco vincitor, predando intorno

gli umidi regni, e i già fumanti e negri

campi de la fervente arida terra,

parrà che tutto abbia converso in fiamma,

sì che a pena del mondo omai disfatto

vedransi l'arse e incenerite spoglie,

quasi trofeo de la giustizia eterna.

Ma nel principio de l'orribil giorno,

in aspettando i minacciati incendi,

nozze non si faran, nè liete pompe.

E non si cambieran le care merci

fra l'Indo e 'l Mauro, o fra lo Scita algente

e l'Etiopo, anzi il timore adusto

ne la coltura de' fecondi campi

de' mortali sarà studio e fatica.

Ma d'un novo stupor la terra ingombra

attonita parrà, parran tremanti

tutte l'opre di Dio create in prima,

per l'improvviso insolito spavento.

E i giusti ancor de la sentenza estrema

timore avranno. Allora il padre Abramo

temerà non di foco o di tormento,

ma del grado d'onore a cui sortillo

la providenza del suo Re superno,

e 'n qual ordin de' giusti a lui riserba

la giustizia divina i premi e 'l loco,

o sia il primo o 'l secondo o siasi il terzo.

E 'l Re del ciel folgoreggiando in alto

dimostrerassi in bianca nube avolto;

e come nube ch'è squarciata o velo,

i cieli a lui dinanzi aperti e scissi

vedransi rivelar l'alta possanza.

E mille appariran e mille ardenti

d'essercito divin falangi e squadre,

risplendendo là sù di luce e d'armi.

Fiammeggiarà con l'oro il fino elettro

entro le spaventose oscure nubi,

e vedransi ir vagando a nembo a nembo.

E più di tuoni spaventosi udransi

terribilmente le canore trombe.

Crollati e scossi i bei stellanti chiostri

tremar tutti vedransi al gran rimbombo;

tremarà ne l'orror confusa e vinta

la natura creata; avran temenza

gli angeli stessi, e riverenti in alto

al fulminante Re staranno intorno.

Qual re di Persi mai, d'Assiri e d'Indi

sì coronato fu d'orride schiere

entro presa città, che 'l foco e 'l sangue

correndo inonda orribilmente e 'ngombra,

e di recise membra e di cosparte

ruine il ferro ancor riempie e colma?

O qual imago d'Ilion superbo,

che fu dal greco incendio arso e combusto,

qual de l'imperiosa alta Cartago

ruinosa caduta, o di Corinto

o di Numanzia pur ruina e scempio,

quai di tutti, dico io, confusa e mista

lacrimosa, sanguigna, orrida imago

potrà rassomigliarsi al già distrutto

entro a fumanti incendi e vasto mondo,

che di se stesso a sè fia rogo e tomba?

Allor rapiti fian a volo i giusti,

e le nubi saran carri volanti

che porteranli. E i duci angeli eletti

d'auriga in vece, al nubiloso carro

ciascun farà veloce ed alto il corso.

Risplenderan come lucenti stelle

allora i giusti. E dal gravoso pondo

di lor peccati e di lor colpe avinti,

cadranno i rei nel precipizio eterno

oppressi, e non sarà ch'indi risorga

alcun giamai da l'odioso incarco.

Oh grande, spaventoso, orrido giorno!

E fia pur ver ch'abbia mattino ed alba,

nè fine imponga a tanto orrore il vespro?

O pur termine fia pur anco affisso

a quel gran dì de' premi e de le pene

in quell'ultima sera? e nova luce

risplenderà maravigliosa eterna

nel giorno ottavo, onde le menti illustri?

Qual Roma, già famosa e nobil opra

del gran Quirino e del nepote Augusto,

del novo imperio fondatore e padre,

da barbarica man percossa e vinta,

cadde in se stessa e fra ruine e morti

in se medesma poi sepolta giacque;

col vicario di Cristo indi risorse

più bella a gli occhi de la mente interni,

e maggior di se stessa, anzi del mondo,

che capace non è del santo e sacro

suo regno già fondato in salda pietra;

tal (s'agguagliar si può la parte al tutto)

avrà suo fin questa caduca mole

de l'universo, e col girar del tempo

il girevol teatro a terra sparso

cader vedrassi in cenere e 'n faville.

Poi rifatto sarà dal fabro eterno,

e risorgendo in più mirabil forma

non fia suggetto al variar de' lustri,

nè mai più temerà ruina o crollo.

Ma questo ora del ciel volubil tempio

fermo sarà col sole, e 'l torto corso

fermo ancor fia de l'altre stelle erranti.

Talchè i beati avran costante albergo

là dove eterna fia pace tranquilla,

e non commossa da tempesta o turbo

pura invisibil luce e stabil giorno,

cui termine non fia l'orrida notte.

Nè correr si vedrà da mane a vespro,

e non avrà con l'ombra il giro alterno,

nè con varia stagion vicenda e corso;

ma premio avran là sù le nobili alme

di riposo e di gloria in un congiunti,

e fia somma quiete il sommo onore.

Là dispensate fian corone e palme

a' gloriosi, e seggi alti e lucenti.

E quei che guerreggiaro in lunga guerra,

quanto è la vita de' mortali erranti

sovra la terra, e riportar vincendo

del nemico Satàn in duro campo

mille vittoriose e sacre spoglie,

là sù vedransi trionfando a schiera

nel gran trionfo eterno, e 'l gran vessillo

coronati seguir del Re possente

de gli altri regi. E la divina destra

in quel d'eternità lucido tempio,

onde precipitando angel rubello

cadde, sospenderà le spoglie eccelse

e i trofei de la Croce. Oh lieto giorno,

giorno sacro e felice, in cui s'eterna

la pompa trionfal, la gloria e 'l canto

e la quiete! Allor quiete e pace

avran le menti rapide e rotanti,

c'han sì vari pensier, sì vario il moto;

ed or fuor di se stesse un dritto corso

fanno, a le cose pur caduche e basse

quasi inchinando e con distorti giri

corron talvolta oblique, e 'n se medesme

si rivolgon talora e fanno il cerchio,

o 'ntorno a quel divino immobil centro,

di cui l'anima vaga è quasi spera.

E di fortuna ancor l'instabil rota

ferma allor fia, s'ella col ciel si volge.

Riposo avranno ancora i nostri affetti

che incontra la divina eccelsa mente

fanno ritrosi passi e torto calle,

sì come opposti al più sublime cielo

soglion volgersi ancor Giove e Saturno,

e la stella di Marte e di Ciprigna.

E giusto è ben che s'allor fine avranno

i moti de le stelle erranti e fisse,

l'abbiano quelli ancor di mente e d'alma

umana, ch'assembrar del cielo il corso.

Tutti avran pace allor nel fisso punto

de la Divinità. Riposo eterno

sarà l'intender nostro e 'l nostro amore,

che in tante guise ora si varia e cangia,

e con tante volubili rivolte.

Riposo eterno fia la grazia e 'l merto,

e 'n seggio eterno. Or chi fra noi s'attempa

in aspettando il giorno, e soffra e speri,

e del tempo e del fato i duri colpi

vinca sol tolerando, e giusto oltraggio

faccia a la dispietata orrida morte.

E mentre il gran Clemente al primo essempio

la Chiesa informa ed a l'idea celeste,

seco ciascuno ancor nel puro tempio

de la mente serena Iddio raccoglia,

e gli figuri il simolacro interno

di sua pietà. Sia l'alma il sacro altare,

vittima l'innocente acceso core,

amor di carità sia foco e fiamma.

Così prepari in sè l'interno albergo,

pur volubile ancora e pur costante

ne' giri incerti, insin che 'l nudo spirto

voli a quella sublime eterna reggia

là dove è 'l sacerdozio aggiunto al regno.

Ma dove, oh dove mi trasporta il corso

del fervido pensier? Dal giorno estremo

torniamo a quello, in cui creato in prima

fu dal celeste il genitor terreno.

Dio sparsa non avea la pioggia ancora

sovra l'arida faccia e 'l secco grembo

de l'ampia terra, e 'l buon cultor de' campi

nato non era faticoso a l'opre.

Ma sorgea dal terreno un chiaro fonte

che tutto l'irrigava, e i monti alpestri

talvolta ancor bagnava e l'aspre rupi,

sì come il Nilo il verde piano inonda

de l'Egitto fecondo, e i lieti campi

di negra arena ricoperti impingua.

E fosse quello o nube aerea o fonte,

era sublime sì ch'a gli erti gioghi

mormorando spargea l'onde correnti.

Fonte, fonte fu quella, e d'alta parte

ne' princìpi del mondo ancor novello

fu a' monti in vece di piovosa nube,

non pur al polveroso ed umil suolo.

Formò dunque il Signore e 'l Padre eterno,

eterno Dio, l'uom di terrestre limo.

Ed in far questa de la specie umana

quasi statua vivente, ei pura elesse

e sincera materia, allor di novo

da l'acque separata; e 'l misto umore

colonne e spresse, e quinci e quindi il meglio

de la terra ei v'aggiunse a prova scelto:

sì che in sè non avea o colpa o vizio

quella prima materia, in cui l'albergo

fabricar volle a la più nobile alma

fornita di ragione, e quasi il tempio.

Fu la malizia poi difetto e colpa

ne la materia del corrotto seme,

onde la fame e l'importuna sete,

e di languidi morbi essangue schiera,

e la pallida morte alfin deriva.

Buono era il fabro, e la materia e l'arte

fu buona anch'ella, onde leggiadre ed alte

e ben formate fur le nove membra

a maraviglia, e forti insieme e belle

del padre Adamo, e da vermiglia terra

preser vago color le guance e 'l pelo.

E 'l nome egli medesmo indi sortio,

misterioso nome in cui s'espresse

ch'egli in terra nascea signore e donno

de l'oriente e del contrario occaso,

e de le parti d'Aquilone e d'Austro.

Ne l'alma ancora usò mirabile arte,

nè 'n farla riguardò creato essempio,

ma 'n se medesmo e nel suo propio Verbo,

di cui fece ne l'uom divina imago.

E 'n faccia gli spirò spirto di vita,

non di se stesso già divina parte,

come altri stima, ma creato spirto,

e soffiato da lui, perch'egli avvivi

ed animato faccia il nobil corpo.

Sì come Fidia d'Alessandro invitto

dopoi facendo il simolacro illustre,

la magnanima fronte al ciel rivolse,

e ripiegando la cervice altera

gli alti di lui costumi in guisa espresse,

ch'ei non contento del terreno impero

par ch'aspiri a le stelle e chieda il cielo;

così il fabro primier la fronte e gli occhi

alzò de l'uomo a le stellanti spere,

perchè là guardi, onde celeste origo

ebbe l'alma immortal, ch'eterno regno

par che chieda per grazia al Padre eterno.

Ma tutti altri animali a terra ei volse

pendenti e proni, a rimirar costretti

pur sempre la commune ignobil madre,

come sian nati obbedienti al ventre,

perchè 'l lor fine è pure il pasto e 'l cibo,

e terreno piacer gli alletta e molce.

Ma se talora oltra ragione in alto

intende l'uomo, e senza grazia o merto

aspira al cielo e superbisce ed osa,

miri la terra, e 'n sè rivolga e posi,

ch'egli nato di polve, alfin in polve

sarà converso, e 'n cor superbo appiani

ogni pensier che di se stesso il gonfia.

E come quel che serva ignobil madre

di nobil genitor produsse in vita,

spira il paterno orgoglio e l'ire e 'l fasto

de la progenie antica, e 'n alte imprese

generoso talor s'arrischia e tenta,

poi ripensando a la materna stirpe

al soverchio ardimento ei stringe il freno;

così l'uom de l'antica e bassa madre

l'umil principio suo contempli e guardi

il seno ond'egli uscì, ch'ei preme e calca

con piè superbo irriverente audace,

come s'egli dal ciel recato avesse

di materia celeste aspetto e membra.

Pensi fra sè ch'egli è animal terrestre,

che per terra ei camina, e 'n terra ei cerca

il nutrimento e si riposa in terra,

e per la terra ancora è in lite e in guerra

sovente, e corre forsennato a l'armi.

E non fa grande mai nè lieve impresa,

se non sovra la terra, e l'ire estingua,

e gli ardenti desiri ammorzi e queti.

Questo pensier ch'a l'umiltà l'inchina

alcune volte, altre il solleva al cielo

il suo spirto immortal, che 'l fine affisso

non loca in terra o pur ne l'auree stelle,

ma nel Signor, al cui sublime seggio

il ciel del cielo è quasi terra umile,

tanto è lontano a la divina altezza.

Ma non sol ne l'aspetto e ne la fronte

mirabile arte fu del mastro eterno,

che 'n ogni parte ella trapassa a dentro,

e le celate ancor figura e forma.

Ma pur sì come in rocca e 'n torre eccelsa

son disposte le guardie intorno intorno,

onde sicura da notturna insidia

il nemico lontan si scopre e vede;

così a guardia i veloci e desti sensi

collocò nella testa il fabro eterno.

Fè quasi vallo le palpebre a gli occhi,

e le ciglia pilose; e 'l varco aperse

a le sonore voci, onde trapassa

di messaggiero in guisa, a dentro il suono,

e di fuor le novelle al cuor apporta.

Ma fece a l'altre cose il passo angusto,

e quell'umide vie rivolse in giro,

qual laberinto; e più spedito calle

per doppia strada a' dolci odori aperse.

Umida e molle diè la lingua al gusto,

che distingue i sapori; e sparse il tatto

per ogni membro umano, e 'ntorno al capo

fece de le sue propie e vaghe chiome

quasi natia corona, ond'ei s'adorna

questa mole, che l'ossa intera avinse

co' nervi, che son quasi i lacci e i nodi

tenaci e lenti, ond'ei s'incurva e piega.

Fece quasi di sangue un vivo fonte

il core, ed altre fonti interne appresso.

E quasi rivi di corrente umore

le vene, che dal core a l'altre membra

portano il sangue onde s'irriga il corpo.

E tutta in tutto lui diffuse e sparse

l'ama, che 'n ogni parte è tutta ancora,

benchè tre sian in una, e sian congiunte

le due mortali a l'immortal sorella.

Perch'ella avolta entro i corporei chiostri

non sdegni d'abitar terreno albergo,

sin che 'l Signor la si richiami al cielo

da quella guardia, ov'ei la pose in terra.

Ne l'alta adunque de la nobil testa

rocca fondolla, e quasi in propia reggia.

Ivi de l'uom, ch'è quasi un picciol mondo,

a lei concesse l'onorato impero.

L'altre, come soggette al giusto regno,

ne le più basse parti il fabro eterno

dispose, e rimovendo i lochi e i seggi,

da le profane separò la sacra

potenza. E l'ira, che di fiamme ardente

e di vendetta ingorda avampa e ferve,

precipitosa pose in mezzo al petto,

ed albergolla nel sanguigno core,

nè rinchiusa starà ne' seni angusti,

ma spesso per timor s'agghiaccia e stringe.

E 'l ventoso pulmone appresso ei giunse,

che di mantice in guisa accoglie e rende

l'aure di fuori, e quel calore interno

col dolce respirar tempra e rinfresca.

La cupidigia le supreme parti

altrui concesse, e quasi a forza spinta,

si ritirò ne l'ime: ivi ricovra.

E quel cinto che l'uom traversa e fascia,

la divise da l'altra, e quasi belva

al suo presepio ivi rimase avinta.

Avidamente ivi si nutre e pasce,

anzi mille rabiose ardenti brame

empier non può famelica e vorace.

Ch'ora avaro pensier la fiede ed ange

con dura sferza, or de la face avampa

di mille amori, e tutto è foco e fiamma.

Questo ora avien che l'una e l'altra a punto

de la ragione ha scosso il giogo e 'l freno

e nemica si mostra e ribellante.

Ma quando pria creolle il Padre eterno,

nè tumulto nè guerra era ne l'alma,

ma somma pace, e 'n sommo amor concordi

ubidian de la mente al giusto impero.

E 'l suo volere era costante legge

a l'alma, di giustizia ancora amica.

In questa guisa la divina destra

formò l'uom primo non soggetto a morte,

ma per grazia immortal, non per natura,

come l'angelo fu ch'è pura mente.

E lui formò là sovra il suolo aprico

de l'antica Damasco, e vecchia fama

(se degna è pur di fede) ancor l'afferma.

Poi trasportollo entro l'ameno e lieto

suo paradiso, che d'ombrose piante

e di feconde a maraviglia adorno

fè l'arte e l'opra del cultore eterno.

Loco è ne l'Oriente, ove percossa

dal sol vicino più s'accende e flagra

quella maggior del cielo adusta fascia

posta in mezzo fra 'l cerchio onde rivolge,

quasi fermato, il sole il corso errante

da l'albergo del Cancro, e l'altro giro

in cui dal Capricorno indietro ei torna.

Quivi di piante coronato e d'ombre

un altissimo sorge e sacro monte,

là dove nè vapor ristretto in nebbia

o 'n nube ascende o condensato in pioggia,

e non vi spira ancor procella o turbo

obliquo e denso o fulmine tonante.

Nè vi giunge del sol ritorto il raggio

in guisa ch'egli l'aria infiammi e scaldi.

Però benchè nel pian la terra avampi,

e tepidisca le frondose falde

del vago monte, al molle erboso tergo

col soverchio calor non toglie il verde,

variando stagione, o noia apporta,

nè a la sua fiorita e lieta fronte.

Ma l'odorate sue dipinte spoglie

fioriscon sempre e le corone eccelse.

E rugiada dal ciel, che 'n perle accolta

stilla più larga, le corone ingemma,

e d'argento le fa le spalle e 'l seno.

Però ch'ivi l'algente ed umida ombra

sempre col chiaro dì lo spazio adegua,

onde quanto le scema il caldo giorno,

tanto la fresca notte indi l'accresce.

Arroge il cristallino e chiaro fonte,

lo qual di largo umor l'irriga e sparge,

e versa di piacer ampio torrente.

E vi s'aggiunge ancora il rezzo e l'aura,

ch'aura non è, che di vapor terreno

fumante e grave esali impura e mista,

e col torbido volo i vaghi spirti

disperda per quell'aria e cresca e scemi,

e talor cessi e perda il moto e l'ali.

Ma (se creder ciò lece) aura celeste

fatta è dal giro del sereno cielo,

e move d'Oriente, e 'nchina e piega

le fronde e i rami a la contraria parte

dolce spirando e con perpetue tempre.

Qui pose il Padre eterno il padre Adamo.

E degno il fè di quel felice albergo,

in cui produsse ogni più bella in vista

stirpe frondosa o più soave al gusto.

Del paradiso ancor piantò nel mezzo

il legno de la vita, e 'l legno insieme

ch'a distinguer dal bene insegna il male.

E 'l fiume del piacer le piante asperge,

poi fuor del paradiso inonda e corre

rapidamente, e si divide in quattro.

Fison fu detto il primo, or detto è Gange,

quasi emulo del mare, il qual circonda

de gl'Indi la feconda aprica terra,

ove le vene son del lucido oro,

ove il carbonchio pur fiammeggia e vince

col suo splendor le tenebre notturne.

E, lieto, il prasio ancor verdeggia e splende

con mille altre lucenti e care gemme.

E somigliante a la più nota oliva

vi sorge il bdelio, e frondeggiando adombra

e lacrime odorate instilla e sparge

lacrime amare, ma lucenti in vista.

E Gebon il secondo, or Nilo appella

nova non pur, ma già vetusta etate.

Questo a la terra d'Etiopia intorno

corre, ed impingua i campi al verde Egitto.

Il terzo si chiamò dal corso il Tigre,

perch'ei nel corso la saetta assembra,

e serba ancor l'antica gloria e 'l nome.

Corre contra gli Assiri Eufrate il quarto.

E l'uno e l'altro pria congiunto, e scevro

poscia, e di novo alfin confuso e misto,

de la Mesopotamia il suol rinchiude.

Santissimo cultor di sacro monte,

a lato a cui Parnaso umile e basso

sarebbe in vista, e 'nchinerebbe a prova

la sua gemina fronte e 'l doppio giogo,

benchè di lauri s'incoroni ed orni;

non dirò, siami tu d'Apollo in vece,

ma tu discopri del fallace Apollo

mille menzogne, e tu rivela il vero,

che ne l'antichità si sta sepolto,

e ne' profondi tuoi misteri ascoso.

Tu, che 'l tuo paradiso adorno e lieto

facesti, in lui spargendo il rezzo e l'ombra,

tu, che versasti l'urne a' puri fonti,

ed apristi a' gran fiumi occulto il varco;

tu il sito scopri e 'l gran principio ignoto,

e 'l non costante lor cangiato corso.

Tu 'l facesti, e rifar la terra e 'l cielo

potresti ancora, e del tuo ardente spirto

spira a gran pena a me l'aura celeste.

È ver che 'l terzo cielo, ove fu rapto

già Paulo col pensier levato a volo,

sia terren paradiso? è terra in cielo?

e ne la sfera de l'opaca Luna

è pura terra forse? e spechi e selve

vi sono? e veri seggi e verdi chiostri

cingon là sù selvaggi ombrosi tempi?

e se terra non è confusa e mista

col cielo, onde la luna il volto adombra?

o pur onde l'adombra errante ingegno,

che terra e paradiso in ciel ricerca?

L'audace peregrino indarno agogna

mentre di qua del Cancro ei pur ne chiede,

o pur di là del Capricorno opposto,

in più temprata zona; e 'ndarno i fonti

ei spia del Nilo, ove la fama antica

già riporli solea nel vasto grembo

de' monti de la luna, o quei del Gange

nel Caucaso gelato, o 'n monti Armeni

quelli ond'escon veloci Eufrate e Tigre?

e s'ivi pure ei lor ritrova e scorge,

come il tuo paradiso il vivo fonte

ha di quattro famosi e chiari fiumi?

forse il tuo paradiso il giro integro

de l'inarata ancor terra feconda

fu in quel de l'innocenza antico stato?

o variaro i fiumi il letto e 'l corso?

e dal primiero or fan lungo viaggio?

cotanto può mutar l'età vetusta?

Forse nel paradiso i primi fonti

sorgono mormorando e chiari al cielo,

e poi sommersi entro 'l profondo grembo

de la caliginosa oscura terra

van sotterra girando i ciechi regni,

sin che di novo apparsi in chiara luce

altri fonti di sè ne l'erte rupi

fan de l'aspre montagne esposte a' sensi?

Ma i primi fonti ancor nascondi e copri

al vano studio de' mortali erranti,

non pur a l'animosa e debil vista.

Occulto è dunque il gran principio interno

del puro fonte, onde il piacer si versa.

E quando tutta ne' dilluvi accolti

giacque sommersa la gran madre antica,

quel fonte sol non si diffuse e sparse.

E fu da l'acque allor sicuro il sacro

monte di paradiso, e 'l loco eletto

a l'umana natura e 'l fido albergo,

ch'al cerchio de la luna è sì congiunto.

Ma qual di ciò sia l'ombra antica, o 'l vero

ch'illuminar può le moderne carte,

rivelal tu. Tu, che le menti illustri,

santissimo cultor del nostro ingegno,

che fai de l'alma un paradiso adorno,

in cui le piante son pensier sublimi

in contemplar di te nutriti e colti.

E d'una fonte istessa i quattro fiumi

son le quattro virtuti in sè distinte.

Ma quel fonte se' tu: tu vivo fonte,

che d'eterno piacer le menti aspergi,

ond'ogni alta virtù deriva e nasce.

Or te stesso dimostri a l'ombra, a l'aura,

or nel rubo fiammeggi, e in viva fiamma

altrui ti manifesti e 'n luce ardente.

Dio l'uomo in guisa di traslata pianta,

chè pianta è l'uom, nel paradiso ameno

locò portato dal fecondo suolo,

ove prima creollo; e quivi in guardia

il pose di quel lieto e dolce loco,

perch'egli oprasse, e già creato indarno

egli non era a neghittosa vita.

Bench'uopo non facea fatica od opra

a quella antica e più feconda madre,

madre da' parti non lassata e stanca,

ch'avea di mamme in vece i fiumi e fonti,

onde versava umor sì largo e dolce.

Certa, maravigliosa, alma Pandora,

che l'ampio vaso avea ripieno e colmo

di tutti i doni, onde diletta e giova.

Ma più belle opre, e di più belle parti

a l'uom si convenia l'alta coltura.

Perch'adornar devea la nobil mente

di cari fregi e di virtù sublimi,

fra cui tiene pietà le sedi eccelse.

Pietà, ch'è vero culto onde s'adora

ne l'alma riverente il Re del cielo.

È tra gli antichi Ebrei canuta e sacra

fama, ch'al figlio ereditaria il padre

lasciò quasi per mano, indi s'accrebbe,

e vola e spazia ancor canora e grande.

E questa afferma al suon di varie lingue,

e con mille ali il suon divolga e porta,

che mentre l'uom vivea sciolto e solingo,

senza la fragil sua consorte errante,

non ancora creata, il dolce loco

de' suoi diletti, il paradiso ameno

del suo piacer non fu sembiante a' nostri.

Perchè fra' nostri la non colta selva

lieta frondeggia, e non ha senso il bosco

d'arbori pieno, e con perpetuo onore

serbano alcuni ognor le frondi e 'l verde.

Altri sol verdeggiando i cari germi

mandano allor che giovinetto è l'anno,

e la stagione in giovenil sembianza

di sue ghirlande va superba e lieta.

Altri soglion produrre i dolci frutti

sì cari a l'uomo, altri a le fere il cibo.

Ma 'l paradiso del Signore adorno

animate avea già l'altere piante,

e tutte avean favella e senso o mente.

O maraviglie del Signore eccelse,

in cui nulla è di falso, o 'l finto adombra

quel che di vero si nasconde e cela.

E disser questi ancor che 'l novo mondo

era a l'uom, cche pur dianzi in terra nacque,

quasi un'ampia città, ch'ignobil mastro

non fè di rozzo legno e rozza pietra,

nè circondolla di caduche mura,

nè di stagnante umor fosse palustri

cavolle intorno. Ivi sicuro e lieto

l'uom si vivea, come signore e donno

de gli animai che 'l suolo e 'l mar produce,

che tutti ad obedir eran costretti.

Molti apprendean sotto il soave impero

a servir volontari in lieta pace.

Avea l'ampia città divine leggi,

assai più salde che 'n metalli e 'n marmi,

scritte ne la natura. Avea gli antichi

suoi cittadini illustri, anzi celesti:

gli angeli dico, e le superne menti,

che sortir colà sù sì larghi campi

di pura luce e di splendore eterno,

ed abitar ne gli stellanti alberghi.

L'uom felice vivea tranquilla vita,

sincerissima ancor, qual novo figlio

ed erede immortal del Re del cielo,

del suo zelo ripieno e del suo spirto,

formando a suo piacer la mente, e i passi

per le vestigia sue drizzando in alto,

o per le vie de la virtù sublime,

per le quai solo è di poggiar concesso

a l'alme che sen fanno a Dio ritorno.

E perchè a l'uomo ereditario il regno

si deveva qua giù nel basso mondo

sovra gli altri animai c'han vita ed alma,

ed al re nominare i suoi conviensi

soggetti e servi, e conosciuti a nome

separarli ne l'opre e ne gli offici,

come la virtù lor richiede e 'l merto,

tutti condusse il suo Signore e Padre

insieme gli animali a lui davanti,

perch'ei pensasse imporre a tutti i nomi

propi, e quai conveniansi a lor natura.

E fè come il maestro allor ch'ei sveglia

ne l'alma giovenil l'abito interno,

e prova fa del suo veloce ingegno:

però che allor non traviò dal vero

tanti nomi imponendo il padre Adamo,

anzi l'occulte qualitati espresse

de gli animali, e' lor costumi interni,

in guisa tal ch'al primo suon distinto

de l'umana favella era compresa

di ciascun la natura; anzi commossa

e placida obedia veloce e pronta

a quelle imperiose alte parole.

Ma se tanti animai che 'l mar produce,

e 'l fiume e 'l lago ne l'ondoso grembo,

tanti che l'ampia terra in seno alberga,

fur noti a l'uom primiero, e mossi e tratti

sol da la voce, e mansueti umili

venian, deposto il lor superbo orgoglio,

la natia ferità, gli sdegni e l'ire,

obedienti e chini al giusto impero,

qual maraviglia fia s'altri racconta

de' suoi tardi nepoti illustri essempi?

E Temistocle pur n'adduce, e Ciro

imperator de' Persi, e 'l duce mauro,

a cui non di cameli o d'elefanti

e di mille africane orride belve,

varie di forme, di natura e d'opre,

ma di fidi guerrieri i nomi a pieno

fur noti. Tanto da quel primo essempio

la natura miglior traligna e perde.

Ma perchè nulla è mai costante e ferma

cosa mortale, e si trasmuta e cangia

ivi più spesso, ove reale altezza

l'animoso pensier solleva ed erge,

convenne che l'uom primo e 'l re primiero,

ch'espressa aveva in sè del novo mondo

quasi l'imago e 'l simolacro esterno,

anzi l'imago pur del Re del cielo,

da cui formate avea la mente e l'alma,

convenne, io dico, a l'uomo, anzi fu d'uopo

ch'egli d'errore e di miseria umana

fosse a' nepoti il primo essempio in terra.

Femina fu cagion di tanta colpa,

di tanti mali e de l'istessa morte.

Femina a disprezzar l'alto divieto

del Re celeste lusingando il mosse.

Poich'ebbe collocato il Padre eterno

l'uomo in quel vago paradiso ameno,

sin ch'ei, come deveva, alfin traslato

fosse a la gloria del celeste Regno,

gli comandò, non per ministro o 'n sogno,

o traendol di sè, nè l'alta voce

risonò in rubo acceso o 'n vaga nube,

ma parlò per se stesso al padre Adamo

come a gli angeli suol, s'ei pur capace

era di sua divina alta favella.

E la sua mente in sì mirabil modo,

ch'esprimer non si puote, allor commosse.

"Prendi," gli disse "Adamo, il caro cibo

d'ogni pianta che sia nel paradiso,

chè le concedo tutte, e solo io vieto

quella de la scienza, onde s'apprende

e si distingue poi dal bene il male.

Perchè in qual giorno sia che di lei gusti,

morrai di morte". Oh minaccioso impero!

oh terribil sentenza! oh grave pena!

Ma l'uom semplice ancor nel puro stato

di quella pura e candida innocenza

il non commesso male, occulto, ignoto,

non conobbe ab experto, e non s'accorse

che Dio vita è de l'alma, e 'n preda a morte

l'abbandona partendo, ond'ella pere

nel suo peccato e ne la colpa ingiusta.

Ma doppia minacciava e fiera morte

ne l'aspro suo divieto il Re del cielo.

Come la bianca e semplice colomba

nata di novo, e non avezza ancora

a' perigli mortali, in mezzo a l'alma

porta seco un natio timore interno,

che la spaventa de la fiera morte,

onde visto da lunge augel rapace

spiega l'ali volanti, e si dilegue;

così ne l'uom fu di natura in vece

la voce minacciosa e 'l gran divieto,

per cui non conosciuta omai paventa

la morte; arroge poi la propia colpa

nata da quel sapere, anzi de l'opra,

chè non è nel sapere o colpa o vizio.

Ma pur fu da piacere e da lusinga

vinta alfin quella tema, ond'egli osando

de l'ignoto sapere il dolce gusto

provar, poi violò la prima legge.

E col peccato allor dischiuso il varco

trovò la morte, ond'ella entrò nel mondo

per ampissima porta; e 'n guisa ingombra

or le sue parti, che la terra e 'l mare

son un regno di morte atro e funesto.

E qui l'imperio trionfando a forza

non pur ella usurpò nel padre Adamo

e ne la stirpe che traligna e perde,

ma 'n tutti gli animai che 'l mondo accoglie

sin che la Vita le non giuste prede

ritolse a morte, e trionfò d'inferno.

Sì come egro languente è spesso ingordo

di caro cibo, che soave al gusto

a la salute è reo, talchè s'avanza

l'ardente febre, ond'ei morendo alfine

è de la morte sua cagione e colpa,

perchè male ubedì severa legge,

che 'l medico prescrisse a' vaghi sensi;

così dal dilettoso e dolce inganno

fu vinto Adamo, e la cagione antica

egli a se stesso fu d'orrida morte.

Non Dio: chè non creò la morte e i mali

la divina bontà, ma i nostri errori,

e del nostro peccar previde il fallo,

e 'l consentì. Chè se 'l peccar non fosse,

non sarebbe virtù di mente o d'alma.

E perch'alma ondeggiante in questo amaro

mar de la tempestosa e dubia vita

non s'affondasse alfin tra scogli e sirti,

quasi governo, onde rivolga il corso,

legge a lei diede, e dirizzolla al porto

de la salute e de la pace eterna.

Ma vide Dio che scompagnato e scevro

l'uom non devea menar sì lunga vita

in guisa pur di solitaria belva.

Però pensò di fare a l'uom solingo

la compagna e l'aiuto a lui simile.

Ed in Adamo infuse il dolce sonno,

ed irrigò di placida quiete

tutte le membra a sonnacchioso e lento.

E quinci d'una costa il molle corpo

edificò della consorte; e poscia

la nova sposa gli condusse inanzi.

E disse Adamo in placido sembiante:

"Osso de l'ossa, e di mia carne è carne

questa fatta da me donna e virago.

Però lasciando l'uom la madre e 'l padre,

a la consorte sua sarà congiunto".

L'uno e l'altro era allor le membra ignudo,

e non avea di ciò vergogna ancora:

perchè non anco era in caduche membra

legge, a quella sublime e giusta legge

de la ragione avversa e ribellante.

Però nulla bramaro il velo o 'l manto

a quelle nude alfine ascose parti,

a cui la nova età poi d'oro e d'ostro

cercò le vesti, e ricca e varia pompa

con mille preziosi ed aurei fregi.

In questa guisa fece il Padre eterno

questa del mondo sì mirabil mole,

e l'uom creò, ch'è quasi un picciol mondo,

e la compagna sua formò da sezzo,

e pose fine a le sue nobili opre.

Allor non solo le superne menti,

gli angeli dico e le virtù celesti,

essaltando lodar l'eterno Padre,

ma i cieli anco il lodaro, e 'nsieme a prova

l'acque ch'ei sovra i cieli avea raccolte,

il celebrar con alto e chiaro suono.

Lodollo il sole, e voi lucenti stelle,

e tu 'l lodasti ancora, o bianca luna.

O nubi, e voi, voi nubi oscure e nembi,

e voi nevi e pruine, e voi tonando

il celebraste ancor folgori ardenti.

E 'nsieme risonar la notte e 'l giorno

del suo gran nome, e 'l gran rimbombo accolto

s'udì ne la serena e chiara luce

e ne l'oscure ed orride tenèbre.

La terra ancor sovra se stessa al cielo

essaltava il Signor con lodi eccelse.

E l'essaltar sovra il lor giogo i monti

alpestri e duri, e i verdi ombrosi colli,

e mormorando insieme il mar sonante.

E mormorar i fonti e i vaghi fiumi

s'udian del glorioso e santo nome.

E gli augelli ne l'aria, e i vaghi pesci,

e le selvagge e mansuete belve

facean de le sue lodi un chiaro canto.

Lodarlo poscia entro gli adorni tempi

i sacerdoti ne' sonori carmi.

E l'anime de i giusti, e i nudi spirti

non tacquer le divine eterne lodi.

Talchè a lui di tre mondi un sol concento

de la sua eccelsa gloria ognor rimbomba,

ma pur questo corporeo e veglio e stanco,

e seco l'altro che s'invecchia e langue,

dopo sì lungo raggirar de' lustri,

già de' secoli al fine il loda e canta.

E dice: "O mio Signore e Padre eterno,

che già di nulla mi creasti adorno

mirabilmente, e mi servasti in vita

poscia nel gran dilluvio e ne gli incendi,

io per me son caduca e grave mole,

e ruinosa alfin, non pur tremante.

Ma la tua destra mi sostiene e folce

sì ch'io non caggio. E 'n me rivolge 'l corso

perpetuo ancor sopra la stabil terra.

Talchè 'n sì lunga età, lasso e vetusto,

a me stesso fanciullo ancor somiglio,

e gli ornamenti miei non vario o perdo,

nè di tanti lucenti ed aurei fregi

manca pur uno. E s'io da te disgiunto,

senza indugio sarei converso in nulla.

Quanto m'è dato, a te mi unisco amando,

e ne le parti mie ti adoro e cerco

umilemente, e te sospiro e bramo.

E ti piango talor, e in folta pioggia

quasi mi stillo, e 'l mio fallire incolpo.

E nel pianto e nel canto a te consacro,

quanto lece, me stesso, acciò che a sdegno

non prenda in me la tua divina imago,

e 'l simolacro di tua mano impresso.

Ma fuor di me pur ti ricerco e piango.

Dove sei? dove sei? chi mi ti asconde?

chi mi t'invola, o mio Signore e Padre?

Misero, senza te son nulla. Ahi lasso!

E nulla spero: ahi lasso! e nulla bramo.

E che posso bramar se 'l tutto è nulla,

Signor, senza tua grazia? A te di novo

sovra me stesso pur rifuggo, e prego

teco sovra me stesso unirmi amando.

Già mi struggo d'amor, languisco amando.

E s'altro incendio mi consuma e strugge,

l'amor tuo più lucente, e 'n altra forma

poi mi rifaccia, e le fatighe e 'l moto

tolga a la mia natura egra e languente.

Abbia riposo alfin lo stanco e veglio

mondo, che pur s'attempa, e 'n te s'eterni

sin che sempre non sia volubil tempio,

ma di tua gloria alfin costante albergo".

Così ragiona il mondo. E sorda è l'alma

che non ascolta i suoi rimbombi e 'l canto,

e seco non congiunge il pianto e i prieghi.