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By Bernardo Tasso

Lasso, se desiando corro a morte,

e se tornan fallaci i pensier miei

e le speranze in su 'l più bel fiorire,

omai ritrarmi, over fuggir devrei

da la mia Donna che spietata e forte

d' Amor non teme i fieri sdegni e l' ire;

e se possibil è col ben morire

salir a vita più tranquilla e lieta,

e se l' ultimo dì di queste pene

è 'l primo a le serene

ore dove 'l martir nostro s' acqueta,

qual maligno pianeta

mi tiene in vita in sì gravoso affanno,

e mi fa d' anno in anno

più desiar chi mi fugge e s' asconde,

e chiamar chi non m' ode e non risponde?

Ben potrò lagrimando aggiunger piume

a l' alma, che da questo carcer sciolta

voli nel Ciel, donde prima discese,

ma che questa crudel che non m' ascolta

cangi l' empio ostinato suo costume

non fia giamai, né che mi sia cortese.

Le voglie aveva a la mia morte intese

quel giorno Amor, che mi mostrò da prima

costei, che 'n vista era pietosa e umile,

acciò ch' avendo a vile

me stesso, lei de' miei pensieri in cima

ponessi, che con lima

ardente rode il cor, né posso aitarmi,

perché ragion, che l' armi

donar mi deveria per mia salute,

par che li preghi miei sprezzi e rifiute.

Fugge la speme, e 'l desir monta e sale,

che dietro a sé mi tira infermo e lasso

deove incender mi veggio a parte a parte,

né volger posso in loco alcuno il passo

per ritrarmi dal duol ch' ognor m' assale,

che tosto non la scorga in quella parte;

né mai 'l fiero pensier da me si parte,

che fatto al mio desio compagno eterno,

me la dipinge in nove e varie forme;

e se la carne dorme,

per far del viver mio crudel governo,

sin da l' oscuro inferno

mena del Sonno i più fidi messaggi,

che per torti viaggi

vanno a l' accesa innamorata mente,

il riposo sgombrando immantinente.

Come farfalla a la spietata luce

vago del mio morir seguo ad ognora,

e dentro i lumi bei mi struggo et ardo;

e se qualche piacer seco talora

un suo sereno e dolce sguardo adduce,

è contra 'l mio martire infermo e tardo,

ch' ei fatto per usanza in me gagliardo

in mezzo del mio cor donno si vive,

e con la forza sua fiero contrasta;

e se talor non basta

questa di lui contra le luci vive,

le voglie, che son prive

d' ogni speranza, in suo soccorso chiede,

le quai con presto piede

mi sgombrano del core ogni dolcezza,

e 'n van bramar mi fanno alta bellezza.

Troppo è crudele, Amor, la mia ventura,

se dagli occhi più bei che miri 'l Sole

mi vien vita sì acerba e sconsolata,

e da le dolci angeliche parole

è l' alma mia d' ogni suo ben spogliata.

O sorte troppo fiera e dispietata,

se lo sguardo ch' altrui dà gioia e pace

mi dona affanno, e fa sì lunga guerra,

né mi pone sotterra,

perché meco il desio che mi disface

e l' amorosa face

non sieno spenti; ahi cruda empia beltate,

che col vel di pietate

vestita, e con sembiante pien d' amore

chiudi sì alpestro e sì selvaggio core!

Canzon, se nulla il lamentar mi giova,

a che annoiar i proximi e i lontani

col gridar, col pregar, col sospirare,

se quella che beare

mi poria sol con atti dolci e umani,

per far da me lontani

tutti i piacer de la vita amorosa,

soperba e disdegnosa

mirando la mia sorte acerba e ria,

lieta si gode de la pena mia?