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Addio chi sta, ch'io me ne vo cantando,
forse qual fece con Plutone Orfeo
per non voler da morte eterno bando;
ma non arabo, tartaro o caldeo
fia che m'intenda, perché il mio linguaggio
non è di quel lignaggio
che contra il gran Superbo Dio produsse.
Ma se alcun mio consorte adrieto fusse,
chiuda la porta per costume antico!
I' so' ben quel ch'io dico
(Sulpicia, Tisbe, or già più non sonno
ché dormono il suo sonno)
e cibo il ventre senza degni lai:
onor con vere lodi non amai!
Speranza di pietate e di iustizia,
sincera fede e manifeste prove
fin qui m'hanno tenuto con mestizia;
ma vedo ben che se dal ciel non piove
la grazia che l'om brama, indarno spera;
perché Fortuna altera
percuote il giusto e sempre volge e gira.
Questa Ercule som<m>erse e Deianira,
non dico i tramutati regni e seggi;
ché, se ben guardi e leggi,
innumerabel volte il mondo ha sfatto.
Poi vidi alcun disfatto
nel proprio nido e rilevato altrove,
unde il mio bon camin di qui si move.
Fug<g>ir voglio l'invidia che percosse
il prudente Anacarsi, o le salute
di Crasso ricco e sue mortal angosse;
cupidità di pace e di virtute
son le catene che mi stringe il fianco,
sì che non fra mai stanco
di cercar vita, poi ch'io sarò terra.
E se l'ira di Dio non si disserra
sopra di me, ben vederà l'effetto
tal che m'ha tolto a petto
ingratamente e contra ogni ragione
(o crudo guidardone!):
riveder possa il prego di Tobia,
temprando Roboàm, Saul e Golia!
Ma poi che così piace al mio distino,
chinar voglio le spalle e la mia spene
riponer tutta nel grembo divino.
Io so che Lui già ruppe le catene
di Quinto Cincin<n>ato e di Camillo,
e redrizzò il vessillo
di Gaio Mario e poi di Massenissa.
A Cristo Redentor la mente ho fissa,
a Lui me ricomando e a la sua Sposa,
che nella glorïosa
turbe, morendo, l'anima conserve;
e' pesci o le proterve
fere selvagge sepellisca il velo,
lassando a l'ossa per coperchio il cielo.
A voi, donne liggiadre, lasso il frutto
di ciò che ho guadagnato voi servendo,
e anche il proprio, s'el vi piace, in tutto.
Il cor che già fu vostro non vi rendo,
ma lassovi per quello un voler cieco
e varia gloria sieco,
nulla fermezza, orgoglio e ipocresie,
le false viste e le pi<n>zocarie,
il pronto lacrimar, la poca fede.
Vi lasso per erede
di guerra eterna chi v'ama e onora;
in avarizia ancora
vi lasso soffocate e nel mal dire,
sprez<z>ando ogni virtù fino al morire.
Le pompe e le iniustizie e le rapine,
le invidie, le superbie e tiran<n>ie
lasso a chi mai non pensa di suo fine;
robar le croce, usar le simonie
lasso a' seguaci de l'antico Mago,
che nel profundo lago
hanno sommerse lor vaghe diademe;
<e> i sacrilegi e per un boto il seme
del padre Abràm uccider senza colpa.
Voglio con osse e polpa
esser di cui nel mondo so sì infida!
Né qui orecchie di Mida
besogna al parlar mio, ch'ognun intende
u' viva l'arco sotto sacre bende!
A mercadante dico, e non a ebrei,
i stocchi tuoi usura i mal contratti,
sempre leggendo il Miserere mei.
Ai poveri amatori e menticatti
balli con canti, i piacer vani e brevi
e tutti i mie' relevi
lasso liberamente, anzi confermo!
O cieco seme, fragellato e infermo,
arai tu mai sì chiara e bella luce
che cangi stato e duce,
vivendo fuor di guerra e senza inganni?
Io vi riservo i panni,
se mai di tanto pelago uscirete,
contento più qual Marte de la rete!
Di tutti <l>i altri vizii e pensier frali
Passifè scellerata e fornicace
con il suo tauro faccio eredi eguali;
Claudia, Semiramìs, Mir<r>a e Canace,
Ario, Sardanapalo, Erode e Iuda,
Diomede con sua cruda
e cieca voglia, Olinferne, Epicuro,
difendan tutti l'usitato furo
e siano essecutori al voler mio,
lassando a l'alto Dio
ogni iusta vendetta del mio male.
Ora mi pongo in ale,
fuggendo Amore, fraude e gelosia,
poi che di libertà son posto in via!
Vommene adunque, e meco porto quello
che già molt'anni in podestà non eb<b>i,
mentre durai nell'aspro Mongibello;
ma tal ne ride e rise ch'io nol creb<b>i,
che non men doglia arai del suo cantare
qual io del lacrimare;
né varrà ch'el si penta e perdon chieda.
Così mi piace che t'appalpi e veda
passarne il tuo gran fallo e il tuo appetito,
poscia che a tal partito
ogni valor hai perso, ogni tua fede.
Ahi, tristo mai chi crede,
Amor, nel tuo coraggio esser fermezza,
ché sempre volgi in pianto ogni allegrezza!
Or, conchiudendo, in una a tutti dico:
chi dubita, a suo <danno> il provi chiaro,
ma simil fiamma accenda il mio nimico!
Prego ciascun che del mio stato amaro
abbi pietà, pregando il summo Iove
che mai non mi rimove
l'antiche brame, e salvi il mio camino.
Come sbandito, e non qual pellegrino,
usanza fuggo, e se morendo fia
qualche persona pia
che mi sotterri, assai ne lo ringrazio;
ma per più crudel strazio
vorrei da' babüini esser scoperto,
perché nel ciel del tutto aspetto merto!
Se, discorrendo Europa, canzonetta,
uom che 'l mio torto ha non lì vedrai
(perché, come tu sai,
alcun che pianga il morto non si trova),
siegui il vïaggio e cova,
mentre ch'ognun t'intende, e poi l'invita:
ché mai sicura non fia la tua vita.