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By Antonio Tebaldeo

Usanza è de ciascun che stato sia

percosso in acqua, in foco o in ceppi avinto,

per far la gente a sé benigna e pia

portare al collo il suo caso depinto,

ma perché mal depinger se potria

il mio più strano assai che un laberinto,

mostrando il vo' cum questa cetra mesta

e cum la poca voce che mi resta.

Udreti come invan suo ingegno adopra

chi pensa di fugir Amor c'ha l'ali,

né sì bon scudo è ch'el difenda o copra

tanta virtute han soi dorati strali:

e chi si asconde alfin convien si scopra,

onde poi trova radopiati e' mali,

com'io che vo spargendo amare strida,

e così va chi in sé tropo se fida.

Io fui ne la mia prima e verde etate,

benché esaltar non doverei me stesso,

d'aspetto sì gentil, di tal beltate,

che di me ardeva l'uno e l'altro sesso.

Lucrezia, ch'ebbe in sé tanta onestate,

avrebbe ogni penser casto demesso

veduta una sol volta mia belleza,

ma in me non manco fu superbia e aspreza.

E come ad Ecco fu crudel Narciso,

così verso ogni donna era protervo,

né mai sguardo d'alcuna o dolce riso

accender puòte in me pur un sol nervo.

Odiava chi laudava il mio bel viso,

vivendo più silvatico ch'un cervo.

O quanti preghi, o quanti don' sprezai,

quanti animi gentil' languir lasciai!

E per esser sicuro e più possente

a' colpi del fanciul alato e cieco,

cercai de farmi da la patria assente,

pensando contrastar meglio cum seco.

Et alïeno al tutto da la gente,

per stanza ellessi un solitario speco;

vestìmi alor di questo portamento

e crescer mi lassai la barba al mento.

Era questa spelunca a un monte in cima

che chi v'entra s'oblia ogn'altra cura.

Ivi abitò già una sibilla in prima,

come in marmo mostrava una scrittura.

Denanti giù correndo a la valle ima,

mormorando passava un'acqua pura,

amica al sonno, e de l'entrata l'arco

d'edera si vedea vestito e carco.

A la bocca de l'antro in ciel sorgea

una gran quercia che col verde manto

da l'estivo fervore il deffendea:

mai non fu sito delettevol tanto.

E credo quando Natura il facea

aver volse in quel loco il primo vanto.

Austro né Borea in quella parte regna,

ma una aura dolce, placida e benegna.

Ivi eran mille fonti e mille rivi,

fiori infiniti, boschi ombrosi e spessi,

naranci a copia, limon', cedri e olivi

genebri, lauri, pin', mirti e cupressi;

et arbori non mai del suo onor privi,

ai quai son frutti a ogni stagion concessi.

Non ebbe Alcinoo sì mirabil' piante

nel bel giardin de le figlie d'Atlante.

Trovar non si potrebbe altra montagna

più conveniente a solitaria vita.

Da un canto il mar vicin la tocca e bagna,

che l'occhio pasce e a contemplar invita.

Da l'altro, una spaziosa e gran campagna

da Cerere e da Bacco assai nutrita,

d'armenti piena, greggi e di capanne,

ove s'odono ognor zuffoli e canne.

Qui feci nido senza andar più intorno

cum la persona travagliata e rotta.

La prima sera, nel morir del giorno,

ecco un leon venire a quella grotta

ch'avea lì drento il suo antiquo sogiorno.

Or pensa tu s'ebbi paura alotta!

Venendo quello a me, getta'mi in terra:

ché a chi se umilia mai non suol far guerra.

Turbosse prima e 'l suo passo ritenne,

ma poi che inanti a sé me vide steso,

tutto mansueto ad odorar mi venne,

onde io m'assicurai ch'era suspeso.

Lui per compagno suo sempre mi tenne

e m'ha da tuti gli animal' diffeso;

né de la preda sua mi fu scortese,

e dir posso ch'io vissi a le sue spese.

Così vivendo in solitario loco,

passando andava i mei giovenil' anni.

E cum varii esercizii a poco a poco

il tempo dispensava senza affanni,

cercando ogni piacere e ciascun gioco

che fusse contra agli amorosi inganni:

or intento cum gli ami a' fiumicelli,

et or col visco a' simplicetti uccelli.

Or mi ponea a seder sopra d'un sasso,

mirando il mare, or questa nave, or quella;

e se, per pioggia, uscir non potea a spasso,

ordiva rete dentro alla mia cella.

O tessea sporte e, quando era già lasso,

scorrevo qualche istoria antica e bella;

e più degli altri autor', legeva Ovidio

che Amor fugir insegna e 'l suo fastidio.

Ma Amor che de chi 'l fugge è sempre a' fianchi,

mi combatea continuamente il core.

E poi che vide i mei crin' fatti bianchi,

mi cominciò assalir cum più furore;

e quando i membri mei tenea più franchi,

si reser vinti dal superchio ardore,

tal ch'io lasciai le silve e gli antri foschi,

ché Amor quando vòl tira un om de' boschi.

E insin da prima avuto aria vittoria,

ma quel crudel tardò la sua vendetta

per più mia infamia e per magior sua gloria,

perché vechieza a lui manco è sugetta.

Tolto m'ha l'inteletto e la memoria

e dato a chi straziarmi se diletta.

Né trovo altro ristor che andar disperso,

narrando a ognuno il mio caso perverso.

Non era meglio, oimè, dopoi che 'n sorte

avea d'entrar ne l'amoroso groppo,

entrarli ne l'età robusta e forte?

C'ogni poca fatica a un vechio è troppo.

Ma sper che presto mi soccorra Morte,

c'ormai venir dovrebbe di galoppo;

ché, se ben gli anni mei passati io conto,

se al fin non son, apresso li son gionto.

E però voi che rebelanti sète

a quel signor c'ogni cor aspro move,

a lui senza difesa vi rendete:

ch'io ho fatto per fugir tutte le prove,

pur alfin preso m'ha come vedete,

e già prese Pluton, Nettuno e Iove.

Esempio sono al mondo e chiaro specchio

che chi gioven non ama, ama poi vecchio.