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Usanza è de ciascun che stato sia
percosso in acqua, in foco o in ceppi avinto,
per far la gente a sé benigna e pia
portare al collo il suo caso depinto,
ma perché mal depinger se potria
il mio più strano assai che un laberinto,
mostrando il vo' cum questa cetra mesta
e cum la poca voce che mi resta.
Udreti come invan suo ingegno adopra
chi pensa di fugir Amor c'ha l'ali,
né sì bon scudo è ch'el difenda o copra
tanta virtute han soi dorati strali:
e chi si asconde alfin convien si scopra,
onde poi trova radopiati e' mali,
com'io che vo spargendo amare strida,
e così va chi in sé tropo se fida.
Io fui ne la mia prima e verde etate,
benché esaltar non doverei me stesso,
d'aspetto sì gentil, di tal beltate,
che di me ardeva l'uno e l'altro sesso.
Lucrezia, ch'ebbe in sé tanta onestate,
avrebbe ogni penser casto demesso
veduta una sol volta mia belleza,
ma in me non manco fu superbia e aspreza.
E come ad Ecco fu crudel Narciso,
così verso ogni donna era protervo,
né mai sguardo d'alcuna o dolce riso
accender puòte in me pur un sol nervo.
Odiava chi laudava il mio bel viso,
vivendo più silvatico ch'un cervo.
O quanti preghi, o quanti don' sprezai,
quanti animi gentil' languir lasciai!
E per esser sicuro e più possente
a' colpi del fanciul alato e cieco,
cercai de farmi da la patria assente,
pensando contrastar meglio cum seco.
Et alïeno al tutto da la gente,
per stanza ellessi un solitario speco;
vestìmi alor di questo portamento
e crescer mi lassai la barba al mento.
Era questa spelunca a un monte in cima
che chi v'entra s'oblia ogn'altra cura.
Ivi abitò già una sibilla in prima,
come in marmo mostrava una scrittura.
Denanti giù correndo a la valle ima,
mormorando passava un'acqua pura,
amica al sonno, e de l'entrata l'arco
d'edera si vedea vestito e carco.
A la bocca de l'antro in ciel sorgea
una gran quercia che col verde manto
da l'estivo fervore il deffendea:
mai non fu sito delettevol tanto.
E credo quando Natura il facea
aver volse in quel loco il primo vanto.
Austro né Borea in quella parte regna,
ma una aura dolce, placida e benegna.
Ivi eran mille fonti e mille rivi,
fiori infiniti, boschi ombrosi e spessi,
naranci a copia, limon', cedri e olivi
genebri, lauri, pin', mirti e cupressi;
et arbori non mai del suo onor privi,
ai quai son frutti a ogni stagion concessi.
Non ebbe Alcinoo sì mirabil' piante
nel bel giardin de le figlie d'Atlante.
Trovar non si potrebbe altra montagna
più conveniente a solitaria vita.
Da un canto il mar vicin la tocca e bagna,
che l'occhio pasce e a contemplar invita.
Da l'altro, una spaziosa e gran campagna
da Cerere e da Bacco assai nutrita,
d'armenti piena, greggi e di capanne,
ove s'odono ognor zuffoli e canne.
Qui feci nido senza andar più intorno
cum la persona travagliata e rotta.
La prima sera, nel morir del giorno,
ecco un leon venire a quella grotta
ch'avea lì drento il suo antiquo sogiorno.
Or pensa tu s'ebbi paura alotta!
Venendo quello a me, getta'mi in terra:
ché a chi se umilia mai non suol far guerra.
Turbosse prima e 'l suo passo ritenne,
ma poi che inanti a sé me vide steso,
tutto mansueto ad odorar mi venne,
onde io m'assicurai ch'era suspeso.
Lui per compagno suo sempre mi tenne
e m'ha da tuti gli animal' diffeso;
né de la preda sua mi fu scortese,
e dir posso ch'io vissi a le sue spese.
Così vivendo in solitario loco,
passando andava i mei giovenil' anni.
E cum varii esercizii a poco a poco
il tempo dispensava senza affanni,
cercando ogni piacere e ciascun gioco
che fusse contra agli amorosi inganni:
or intento cum gli ami a' fiumicelli,
et or col visco a' simplicetti uccelli.
Or mi ponea a seder sopra d'un sasso,
mirando il mare, or questa nave, or quella;
e se, per pioggia, uscir non potea a spasso,
ordiva rete dentro alla mia cella.
O tessea sporte e, quando era già lasso,
scorrevo qualche istoria antica e bella;
e più degli altri autor', legeva Ovidio
che Amor fugir insegna e 'l suo fastidio.
Ma Amor che de chi 'l fugge è sempre a' fianchi,
mi combatea continuamente il core.
E poi che vide i mei crin' fatti bianchi,
mi cominciò assalir cum più furore;
e quando i membri mei tenea più franchi,
si reser vinti dal superchio ardore,
tal ch'io lasciai le silve e gli antri foschi,
ché Amor quando vòl tira un om de' boschi.
E insin da prima avuto aria vittoria,
ma quel crudel tardò la sua vendetta
per più mia infamia e per magior sua gloria,
perché vechieza a lui manco è sugetta.
Tolto m'ha l'inteletto e la memoria
e dato a chi straziarmi se diletta.
Né trovo altro ristor che andar disperso,
narrando a ognuno il mio caso perverso.
Non era meglio, oimè, dopoi che 'n sorte
avea d'entrar ne l'amoroso groppo,
entrarli ne l'età robusta e forte?
C'ogni poca fatica a un vechio è troppo.
Ma sper che presto mi soccorra Morte,
c'ormai venir dovrebbe di galoppo;
ché, se ben gli anni mei passati io conto,
se al fin non son, apresso li son gionto.
E però voi che rebelanti sète
a quel signor c'ogni cor aspro move,
a lui senza difesa vi rendete:
ch'io ho fatto per fugir tutte le prove,
pur alfin preso m'ha come vedete,
e già prese Pluton, Nettuno e Iove.
Esempio sono al mondo e chiaro specchio
che chi gioven non ama, ama poi vecchio.