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Mentre co' caldi raggi
Sirio dal cielo ardea
le verdi cime de' frondosi faggi,
de la sua Galatea
in queste voci Batto si dolea:
– O più sorda che l' onde
d' Adria, via più selvaggia
che qualunque animal bosco nasconde,
qual tigre in erma piaggia
ti diede il latte, acciò che 'l mio cor aggia
per te sempre a dolersi?
Alza del mar la fronte,
o bella Ninfa, e i capei biondi e tersi,
or ch' a l' altro orizzonte
si volge il ricco carro di Fetonte;
lascia l' amata Dori,
mentre Nettunno irato
percuote col tridente i salsi umori,
e 'n questo verde prato
dammi dopo tant' anni un dì beato.
Non son più vaghe queste
piagge verdi e frondose,
che primavera di be' fiori veste,
che l' acque alte e schiumose
il più del tempo irate e tempestose?
Non è l' umida e vile
alga degno soggiorno
di tua vaga beltà, Ninfa gentile:
vedi qui d' ogn' intorno
il depinto terren vago et adorno
di fior candidi e gialli
e di tenere erbette,
e tra be' colli fresche ombrose valli
u' Ninfe leggiadrette
danzan sovente in lieta schiera strette;
vedi i dritti arbuscelli
ne le piaggie vicine,
che difendon dal sole i vaghi augelli,
il cui frondoso crine
scherza con l' aure dolci e pellegrine,
e i mormoranti rivi
su l' arene d' argento
andar co' pesci lor nudi e lascivi
con corso tardo e lento,
facendo ognuno a remirarli intento;
mira l' aere sereno,
che 'l sol pinge e colora,
di puritate e di vaghezza pieno,
ove Favonio e Flora
vanno a diletto lor spaziando ognora;
odi dolce armonia
che fan tra' verdi rami
i vaghi augelli in bella compagnia,
e par ch' ognun ti chiami
pregandoti che Batto apprezzi et ami.
Ti serbo una cervetta
che torna a la capanna,
tosto che parte il dì, tutta soletta,
e al suon de la mia canna
di saltar co' pastor lieta s' affanna:
esci, Ninfa, da l' acque
e vieni in questi lidi
verdi, là dove tua beltà mi piacque,
dove prima ti vidi
sprezzar del gran Ciclope i feri gridi.–