74
O magnanime donne, in cui biltate
posto ha sua forma, e voi, superni dei,
udite i dolor mei,
dell'impia morte e aspra crudeltate!
Prendete essemplo e prendavi pietate,
leggiadre giovinette, al mio cordoglio,
ch'i' non so quale scoglio
non si movesse a far di me vendetta.
I' fui ne' teneri anni giovinetta
leggiadra sì che spesse volte i rai
del bel sol contrastai
né potè lui a me toglier vigore.
I' non temea del traditor d'Amore
né di sua guerra né di suo trattato
ma avea diliberato
di viver sempre serva di Dïana.
E spesso andavo sola a una fontana,
mostrando alle chiare onde il mio bel viso,
che tal forse Narciso
non vide, quando il suo tanto gli piacque.
Ninfe già non curavan le chiare acque
mentre miravan gli occhi miei giulivi,
e negli ornati rivi
del fonte mi facean seder tra loro.
Ivi era nato un sacro arbor d'alloro
che copria il fonte e poi con sua ombrìa
una rama stendia
nella finestra d'un mio car consorto.
E gli edifizii circundavan l'orto
del parentado mio ch'era lì sito,
sì che mai apparito
ivi non era alcun fuor di mia gente.
Io non so per che caso (o me dolente!)
da un mio cugin fu convitato un giorno
un giovinetto, adorno
ne' modi, vago, onesto e pellegrino;
il qual, mirando, vide nel giardino
da l'una parte il fonte e la verdura,
da l'altra mia figura,
nel mezzo il dispiatato dio d'amore.
E l'occhio vago che m'aperse il core
in un punto mirando fu mirato,
perché un simil fato
il suo voler col mio giunse ad un tratto.
Non fu a giugner l'occhio mio sì ratto
quanto paura, anzi stupor m'assale,
e l'amoroso strale
a figgermi nel cuor le sue quadrella.
Non mi potea restar, sì mi martella
Amor dicendo: "Mira con disio
questo novello dio
venuto in terra a domandar merzede!".
E Onestà, ch'ancor non gli dà fede,
più volte disse: "Omè, Dïana, corri,
per Dio, or mi soccorri
ch'io temo che 'l tuo aiuto non sia tardo!".
Poi mi dicea Amor: "Quel suo bel guardo
vorresti tu vederlo in altra forma
sì che Dïana l'orma
gli desse d'Ateòn, facendol cervo?".
Oimè, perché già ciaschedun mio nervo
mi si strugge di duol mentr'io ci penso?
E quel dolore immenso
mi fece in terra quasi tramortire.
Ma poi ch'alquanto si cessò il martire:
"Vinta hai l'impresa, omai di te mi fido!"
invocando Cupido,
di nuovo remirai l'alta finestra.
In nella quale ancora Amor balestra
saette d'oro a quel corpo divino,
con l'aureato crino
composto in ciel nel benedetto coro.
Qual Ganimede, omè, qual Polidoro,
qual Ipolito bello, qual Narciso
non rimarria conquiso
di biltà da costui ch'ogni altro eccede?
Isperando merzé con pura fede,
miravo l'occhio suo più bel che 'l sole,
e quel fronte che vole
portar la fama omai d'ogni bellezza.
Le guance sue, di tanta leggiadrezza,
di color immortal ch'io non so dirti,
vivificar gli spirti
si veggono a chi 'l guarda per diletto;
il mento piccinino e 'l fiero petto,
la bianca man che a Bacco saria bella,
i modi e la favella
arieno inamorato un cor di pietra.
Da poi mirava lui che dentro impietra:
trafitto per amor, fisso mirava
e merzé domandava
con l'occhio, ché la lingua nol può dire.
Intanto l'ombra cominciò a parire
e Febo col suo carro gira 'l monte,
onde da quel bel fonte
feci una con Amor di lì partenza.
Non mi può più veder per riverenza
de' mie' congiunti dentro a quel giardino,
ma spesso per cammino
a caval vidi il nobile scudieri.
Or sopr'uno or sopr'altro bel destrieri,
per le strade che van dal mio palazzo
venia per suo sollazzo
nel cavalcar più fier che leöpardo.
Or corre or salta, e io misera il guardo
con l'occhio assai più presto che baleno:
"Ahi, gentil palafreno
(dicea fra me), riguarda il mio signore!".
E poi dicea: "O dispiatato Amore,
che m'hai condotto a questo ministerio,
perché 'l suo desiderio
col mio non fai in un punto felice?
Modo non so trovar, se tu nol dice,
ch'abbracciar possa sue membra leggiadre,
però che l'impia madre
sospetta già di lui, di me tien cura".
E così stemo assai tempo a la dura,
per fin che un mio parente fu creato
ambasciador, mandato
in lunghe parti e strane del paese.
Il giovin, che d'amor sentia l'offese,
seppe con gli attenenti mie' sì fare
che venne ad abitare
nel luogo donde quel s'era partito.
Un contigüo mur tenia spartito
il suo viso dal mio, ma non il core;
onde più forte amore
m'accese, quando 'l vidi esser sì presso.
E lagrimando a' pie' del muro spesso
maladiceva i fati e la fortuna
e i cieli e ancor la luna,
che messo avien quel mezzo fra noi dui.
Ma poco tempo trapassò che lui
per affanni d'amor si levò suso
e fe' nel muro un buso,
mentre ch'ogni animal dormendo posa.
Allor del letto mi levai angosciosa,
combattuta d'amor, tutta infiammata,
già come disperata
or qua or là per casa trascorrendo.
Mentr'io andavo Amor maladicendo,
il giovinetto vee per la fessura
del mur la mia figura
e sente il dir della dolente voce.
"O signor mio, ch'ad una simil croce
d'Amor siàn posti (cominciò lui a dire),
tu sol mi fai morire:
per Dio, soccorri un poco al mio tormento!
D'amorosi pensieri io son sì vento
che, se 'n prestarmi aiuto non se' accorta,
tu vederai qui morta
in brieve spazio mia gentil persona".
Con simile parol' costui ragiona
con le quale Parìs si tolse Elèna;
ma paura ogni vena
mi fe' tremar, da poi che l'ebbi udito.
E ricordar mi fe' del mal partito
che prese Tisbe, e della morte acerba
che fe' sopra dell'erba,
a' pie' del mor che poi cangiò colore.
"Che pensi, tapinella (disse Amore),
non ve' tu quel per cui sei sì penata?
Serai tu tanto ingrata
ch'a sì gentil parlar non dia risposta?
Deh, non, per Dio, tu sai ben quanto costa
il pentersi da poi: pensa nel grido
che diè la trista Dido
poi che non poté più veder Enea!".
Lassa, questo pensier sì mi mordea
che ritrar non mi puotti da l'impresa,
ma senza altra diffesa
seguii con presto passo ove Amor vole.
Cominciai lagrimando este parole:
"O lume agli occhi miei qual sempre adoro,
soccorrimi, ch'io moro
per tua cagion, se non mi dai rimedio!
Dentro al mio cor Amor posto ha l'assedio,
tal che ogni difesa seria in vano:
se la tua degna mano
non mi soccorre, el mi convien morire!".
"Le pene tue mi dan maggior martìre,
gentil madonna, assai che 'l mio dolore
(rispose il mio signore):
o crudel mur, perché non mi dai loco?".
L'un si consuma, l'altro arde nel foco,
l'un chiama aiuto, l'altro misercordia;
e non giova concordia
aver tra noi, ché 'l mur c'era nimico.
Ognun è ricco e ciascuno è mendico,
e stavàn come Tantal che vuol bere
e non ne può avere,
ben che abbia assai dell'acqua intorno al viso.
Poi cominciò a parlar con presto aviso
il giovinetto più bel che Ansalonne:
"O fior di quante donne
fûr mai al mondo, ascolta il mio parlare!
Un modo a nostre voglie sol mi pare,
che in eterno le farà contente:
non temer di nïente,
poi che tu segui Amor, sii animosa!
Tu dei saper ch'io non ebbi mai sposa
e di stirpe gentil son procreato,
e sono più onorato
che uom che viva in tutto mio paese.
Io son fornito di ciascuno arnese,
sì che più nulla ti de' dar temenza:
facciàn dunque partenza,
che insieme viveren sempre felice!".
Pensai più volte quel che costui dice,
e ben che Amor mi desse grande ardire,
el mi paria morire
mentre pensava far tal dipartita:
ricordandomi allor della smarrita
Adriana rimasa su nel lito,
poi che si fu partito
quel che per sua cagion vinse il gran mostro.
E poi dicea fra me: "Per certo il nostro
amor non potrebbe esser con inganno,
pensando nell'affanno
che lui per me mostrò allor d'avere".
Nell'ultimo pensai pur di volere
venir a quel che ne seguì mia morte,
e con parole accorte
risposi a quel, che in desiderio aspetta:
"Fa, signor mio, di me che ti diletta,
pur che la mente tua tenghi piatosa
a prendermi per sposa
quando saremo in tuoi paesi gionti.
Ma prima il giurerai con atti pronti
per quanti son deïficati in cielo
e per lo sacro velo
che portò quella a cui mo sol diservo!".
"Io priego il ciel che ciaschedun mio nervo
sia fulminato simile a' Giganti,
e gli dei tutti quanti
mi sien contrarii e tutto il mondo in guerra;
chiudasi l'aere e aprasi la terra
ad inghiottirmi senza alcun riparo,
come fe' ad Anfiaro,
e sia contra di me ciascuna stella;
dal ciel tempesta e sùbita procella,
qual Faraòn già nel mar Rosso vidde,
e scontrimi in Caridde
e cibo sia de' pesci o d'altre fiere,
s'io non ti sposo ancor per mia mogliere;
e non che sposa, ma serai madonna,
al mio viver colonna,
conforto agli occhi, pace e ver diletto!".
Questo parlar produsse tanto effetto,
che non sì tosto della notte il nodo
si sciolse, che noi 'l modo
trovamo del partir sùbito allora.
E mentre che le stelle a l'Aûrora
tutte fan loco, salvo che Dïana,
lassai la ninfa eguana
con l'altre dee e 'l fonte e 'l bel verzieri;
e nell'arcion d'un possente destrieri
posemi Amor con sue opre leggiadre;
ma la dolente madre
non si svegliò alla sùbita rapina.
Lassa, ben ch'io invocasse ogni divina
ed eterna potenza e ciascun nume,
che 'l loro sacro lume
fusse al mio andar principio, guida e duce,
non pote' sì invocar la santa luce
ch'a me volgesse la beata spera,
ma l'infernal Megera
e l'infelice uccel mi fu presente;
le triste voci e l'anime dolente
mi venien presso, e non Giove o Mercurio;
ogni spietato augurio
mi dicea il mal che mi dovea seguire.
Ma io, cupida pur di voler gire
una col signor mio senza intervallo,
mossi il presto cavallo
e da' segni mortal levai gli orecchi.
Chi ci vedea, dicea: "Simil parecchi
natura non produsse mai nel mondo:
or qual viso giocondo
non perderia la fama tra costoro?".
Il sol mostrava omai un color d'oro
e parte n'era giunta allo dì oma',
e già l'aurata chioma
lustreggiava per lui, sì m'era presso.
"El convien che oramai veloce gresso
via ci conduca" disse il giovinetto,
perché nessun difetto
al disïato andar rendesse impaccio.
Allora il destro sul sinistro braccio
mi pose ragionando pur d'amore,
e così in picciol ore
giungemo a li confin di quel distretto.
Io non saprei discrivere il diletto
(né lingua non seria che 'l proferisse)
ch'io ebbi, quando el disse:
"Omai noi siamo fuor d'ogni pensieri!
Quivi è un fiume dove i buon destrieri
lassaren rinfrescar nell'acqua un poco,
e noi con festa e gioco
laudiamo Amore e tutti gli altri dii!".
Intanto una gran voce chiaro udii,
che non una, ma più dicean: "Prendete!";
e chi dicea: "Correte
a' passi, che non possa trapassare!".
Incominciommi ogni senso a tremare,
e fisso rimirava il mio compagno:
"Deh, non vi date lagno,
madonna (disse), e cavalchiàn via forte!".
Credea fuggire e seguitava morte
dirieto a lui sì come abandonata,
già tutta sgomentata,
timida fatta e divenuta mesta.
Poco durò l'andar, che una foresta
terribile a mirar mostrando scura,
giunti sol per paura,
ciascun procaccia di trovar ricovero.
E faciavàn come animal che, povero,
si ve' dell'arme natural privato,
che ad ogni picciol guato
a un sùbito gridar ritrova il centro.
Ma poi che stati assai fummo lì dentro,
che non sentimmo spesseggiar le strida,
ben ch'io fussi smarrida,
volsesi il giovinetto ai servidori:
"Io voglio andare a saper che romori
son stati questi e poi andaren via,
e voi per compagnia
della mia donna rimarrete seco;
ch'io non vo' che nessun venga con meco!".
E poco seguitò dopo la traccia,
che sentì che una caccia
questa era stata drieto a un cavriolo.
Da me non si cessò timor né duolo
fin ch'io nol vidi inanzi a me tornato,
il qual con viso grato
disse: "Io non veggio nulla da temere;
ma mi par meglio alquanto rimanere
con la mia donna in questo loco fosco,
e voi nell'aspro bosco
(disse a' famigli) cercarete intorno".
E dismontò del palafreno adorno,
prese la staffa e dismontai po' io;
e così si partìo
ciascun di quelli e rimanemo nui.
Sùbito e presto cominciò po' lui:
"Io ardo e struggo d'amorosa face;
rendimi dunque pace,
ché qui non è più mur che ci dia impacci!".
Allor risposi: "Gli amorosi lacci
che insieme te e me sai che legâro
già non diliberâro
che pudicizia qui perdesse il grado;
ma quando trovaren tuo parentado,
e sposata m'avrai come hai promesso
e confermato spesso,
avrai d'amor l'effettüal vittoria".
"Io son disposto d'aver questa gloria
tra me 'nanzi che 'l sol venga all'occaso;
però son qui rimaso!"
replicò il traditor subito allora.
Questo parlar fra me stessa m'accora
e con piatosa voce lacrimando
e più volte pregando
ch'alli promessi patti tenga fede;
quanto più dico tanto lui men crede,
talvolta priega e talvolta minaccia
e d'accostar la faccia
dell'un viso con l'altro assai procura.
Poi ch'io non potti più stare alla dura,
per minor male al suo voler m'adusse:
quivi venne Venusse,
che di veder tal cosa avea gavazzo.
Preso che 'l traditore ebbe sollazzo
e di mia fanciullezza il fior rapito,
tra sé prese partito
lassarmi tra le fiere in quel diserto.
Io t'ho il principio e 'l mezzo discoperto,
lettor, perché nel fin la crudeltade
ti commuova a pietade
e a maledir l'impetüosa mano.
O cruda stella o spirito profano
nimico a pace a ciò il tenia trafisso,
o furia dell'abisso
contraria a me gli sopravenne adosso.
L'iniquo, dal pensier tutto commosso,
or qua or là per la foresta guarda:
"Omai è l'ora tarda
e qui non si può star se non digiuno!
(cominciò lui) Io vo' mirar se alcuno
di nostra gente a ritornar s'assetta,
e voi una ghirlandetta
fra 'l tempo tesserete per mio amore".
Così da me si partì il traditore;
e io simplice e pura a quell'ingrato
avea già cominciato
a coglier di quei fior ch'eran lì varii;
ma poco stando, ché mirando a l'arii
io vidi il sol che poco avea a gir longe:
allor mi si componge
l'animo di dolore e ogni spirto.
Il capel d'òr si cominciò a far irto
e ciascun senso par che si distruga,
onde sùbita fuga
dirieto al traditor seguir m'invia.
Ciascuno sterpo un animal paria:
qual mi par orso e qual mi par leopardo;
quanto più oltre guardo,
tanto la selva mi parea più folta.
Lassa, tapina me, dov'io son colta,
a morir qui tra questi luoghi alpestri,
che gli animal silvestri
in brieve spazio mi devoraranno!
E tanto andai per quella selva erranno
che dalla lunga vidi il giovinetto
andar per quel distretto
giunto già presso ad un terribil foce.
Quanto potei, gridai con maggior voce:
"Deh, torna, signor mio, or mi conforta,
ch'io son già quasi morta,
o fin ch'io giungo a te, per Dio, m'aspetta!".
Quanto più grido, tanto più s'affretta
in nel fuggir veloce; alcuna volta
inver di me si volta,
mirando i modi e la spietata caccia.
E fa come animal che si discaccia,
che quando al correr si vede vantaggio
si volta per vïaggio
mirando il passeggiar del bon levriere.
Dolor sopra dolor crudel mi fière
e più che d'animal la poca fede,
e pensai che merzede
a domandare più non mi giovava.
Silvano e gli altri dei tutti invocava
c'hanno ne' boschi piena libertade,
che mossi a caritade
salva mi tresser di quel mortal nido.
Or quindi or quinci per la selva strido
e, i tristi passi miei mossi all'in suso
e mo rivolti in giuso,
piangendo pur chiamava: "Aiuta, aiuta!".
Nulla speranza mai mio cor saluta,
ma ad ora ad or mi par sentire i denti
di tigri e di serpenti,
di idre, di lion, di lupo e d'orso.
Ahi, impio Amor, dov'era il tuo soccorso?
Ché poi ch'io volsi tua legge seguire,
tu lassarmi morire
non mi dovevi in sì disperso loco!
Cacciando lì Dïana in festa e gioco
m'apparve, omè, e mostrossi nimica
a me che fui impudica
sotto l'amore, e dinegommi aiuto.
Penso, s'io avessi tanto core avuto
ch' i' fussi andata a lei con pura fede
a domandar merzede,
forse a qualche pietà l'avria commossa.
Ma i sensi miei non ebber tanta possa,
come chi erra che non vuol concordia
né cerca misercordia
dal suo signor, da poi ch'egli ha fallito.
Ahi, lassa me, che mai sì grave invito
contra d'Amor non ebbe donna alcuna
né che sotto la luna
fusser le carni sue tanto straziate!
E po' pensava se mai sventurate
furono donne per cagion d'Amore,
che con simil dolore
rendessen l'alma al ciel provando morte.
Se mai vi furon, suoi martìr conforte
assai sarien a me con minor lagna;
avendoci compagna,
temperaria più il mio dolore intenso,
e più volte pensando nell'immenso
dolor che provò Tisbe alla fontana:
di se stessa inumana,
fu per Pirràmo di sua vita priva.
Oimè, oimè, ch'ella può esser diva
rispetto a me, perché non fu tradita,
anzi perdé la vita
il suo signor con quella spada propia!
Mira la ninfa che perdé la copia
del bel Parìs in Grecia navicando,
e mira Biblìs, quando
al scelerato amor si sottomise!
E pensa in Dido, che d'amor s'uccise,
ché sol costei dovrebbe esser riparo
al tuo piangere amaro,
e fu d'Amor, come tu se', gabbata!
E poi diceva: "Oimè, ch'ella menata
non fu tra' boschi a sì dolente sorte,
sì che già la sua morte
non debbe dare a me conforto e pace!".
Poi penso a Filomena che non tace,
ben che ancor abbia sua lingua tagliata:
ella s'è vendicata,
e io, misera, a ciò non vedo modo!
A te non fie punito il crudel frodo,
benché Medea ancor per simil duolo
il suo proprio figliuolo
cibar facesse al suo padre Iasonne!
Ma io, che son tra le dolente donne
la più infelice, perché almen non posso
ricoverargli adosso
con una spada e dimembrarlo tutto?
Ma poco s'indugiò che 'l grave lutto
fu più e più forte, ché la nostra luce
a tramontar s'adduce,
e già mostrava i boschi essere oscuri.
"O dei superni, non istate duri,
deh, prendavi pietà di qui cavarmi
e di tal pene trarmi!":
le man piegate, al ciel levai le luce.
E poi seguii dove fortuna adduce
i passi miei nell'oscurata valle,
e tra l'orribil calle
vagando gìa, sì come furiosa.
E poi dicevo: "O madre dolorosa,
a lo cui viver fui unica spene,
pace, conforto e bene,
ecco ch'io moro e tu non mi soccorre!".
Mentre ch'io stava, il dispietato corre
con mortal faccia, e ben ch'ïo vedesse
con che viso venesse
verso di me, assai mi die' conforto.
E' nella effigie sua mostrava smorto
con fiero cor d'ogni pietà mendico,
come chi il suo nimico
sùbito aspetta a far di lui vendetta.
"Fa (disse) omai di te che ti diletta!
S'io ti menassi, io potrei esser preso
o in altro modo offeso:
però tu sola a camminar t'invia!
Qui son pastor che per lor cortesia
t'aiuteran, da poi che ti vedranno;
forse ti condurranno
in luogo dove salva potrai stare.
Io non volea di qua da te tornare,
ma pur m'ha mosso qualche misercordia;
non star più in discordia,
egli è mo tardi: briga a fuggir fore!".
Pensa fra te, lettor, come 'l mio core,
udendo tal parlar, diventò ghiaccio;
ma in ginocchion mi caccio,
con le man giunte e gli occhi al ciel levati:
"Per quanti sono in ciel deïficati,
e per li sacri giuri che facesti
allor che promettesti
quel che dei ben saper che non mi scorda,
non so se di color mo ti ricorda
che fêr contra li dei nel loco sagro:
deh, non esser tanto agro
e non aver gli spirti tuoi tanto empî!
Che fai, signor, che 'l mio voler non empi?
Di modi e di costumi sei gentile:
deh, vogli esser umìle
(cominciai poi) alla mia fanciullezza!
Non è orso o lion di tanta asprezza,
quand'egli è ben commosso a crudeltade,
che a qualche pietade
sol le lacrime mie nol commovessero.
Se i sospiri e la fé non ti movessero
aver pietà, pur il divin timore
e 'l nostro unico amore
mover dovria tua mente ad aiutorio,
gli occhi e le man che sembran pur d'avorio,
che sol per te soffriscon tanto male!
Vorrai tu ch'animale
feroce sïa qui mia sepoltura?
O signor mio, io non ebbi paura,
servendo te, venir contra Dïana;
ma, s'io fussi una strana,
placar dovrei gli orecchi a compassione!".
"Non fa mestier seguir più tal sermone
(rispose il traditor), ch'io son disposto
a partirmi via tosto
senza di te, e sia quel ch'esser puote!".
Il parlar di costui il cor percuote
a tremar, come chi batte in Caridde,
o Mario, quando vidde
sopra la testa la tagliente spada!
Più volte replicai, non una fiada,
per gli uomin, per la terra e per gli dei
e per gli affanni mei
per lui sofferti, che non mi sconforte;
ma poi ch'io vidi apresso me la morte,
e che né dio né uom più non m'aida,
dissi con grave strida:
"Nimico di pietà, figgiti un poco!
Poi ch'el convien che dentro a questo loco
queste misere carne abbian lor letto,
assai minor dispetto
mi fia il morir da te ch'altri m'uccida!
Sol quella man ch'a viver mi disfida
sia che i miei giorni faccia qui finire,
ch'io non voglio più gire
chiamando aiuto, poi che tu mi lassi!".
Io pensai pur che cotal dir placassi
in qualche modo la sua mente cruda,
ma con la spada nuda
volsesi verso me quello inumano.
Col cor divoto al ciel levai la mano,
da poi ch'io vidi la mortal tempesta:
con voce grave e mesta
in tal modo invocai l'alta potenza:
"O lume eterno, o divina clemenza,
o superno Motor clemente e pio,
o giustizia di Dio
che invocata col cor sempre soccorri;
de l'impia morte a far vendetta corri!
O Eölo, o Nettunno con tue posse,
Megera e Antroposse,
Proserpina con gli altri dei d'abisso,
non ritenete il vostro braccio fisso,
ma fate di costui simil disfazio
e punite lo strazio
che fa di me la dispietata mano!
Saetta, Giove, e fabrica, Vulcano,
sopra le carni a questo traditore
che con legge d'amore
nei boschi oscuri a morte mi conduce!
Sia contra lui ogni beata luce
e sian le stelle a disfarlo in concordia,
perché misericordia
è contra un traditor esser feroce!
Fovente terra, converte in atroce!
Che dove el passa sia un Mongibello,
tal che pure a vedello,
non che a toccarlo, lui si strugga e arda!
I' priego il ciel che ciò che costui guarda,
quant'ella sia più disïosa e bella,
si converta in procella
che a divamparlo mai non gli dia pace!
Gli animal tutti e quello uccel rapace
ch'umana carne becca e fanne guasto
prendan di te lor pasto,
l'aër nimico e sempre ti sia oscuro!
Ogni pietoso cor ver te sia duro,
e 'l cibo perda la sua propria forma,
consimile a quell'orma
ch'avvenne a quel che l'òr facea col tatto!
Oimè, oimè, se pur avesse fatto
come fe' la sua donna a Menelao,
o quella d'Anfiarao,
i' non sarei nell'ultimo partito!
Oimè, lassa, che per tôr marito
costui di cui le man son empie e ladre,
lassai la trista madre
nel proprio nido e disprezzai l'onore!
Dov'è la festa, dove, traditore,
che far per me da' tuoi parenti cresi?
Usasi in tuoi paesi
consumar in tal forma il matrimonio?
O glorïoso lume, o divin conio,
o disprezzati giur' che costui fece,
vendicate la nece
che 'l dispietato cor mi fa sentire!
Assai men doglia mi seria il morire,
quando serò tra l'altre tapinelle
anime, se novelle
sentirò del traditor aspre e crude.
Vezzose giovinette, siate nude
di pietate e crudel contra ciascuno,
per amor di quest'uno
a cui chiamar mercede è stato indarno!
O mare, o Po, Tesìn, Tevero e Arno,
o ciascun fiume d'ogni ornata riva,
per Dio, se costui arriva
tra le vostre acque, fatene vendetta!
Io non voglio più star, ch' i' so m'aspetta
in nell'abisso già Adriana e Dido;
oimè, ch'io sento il grido
di molte che vi stanno in sempiterno!
Io trovarò nel tenebroso inferno
Proserpina, Fillìs, Fedra leggiadra,
Medea e Clëopadra,
e so che aran di me compassïone.
Non lassarò per quel l'aspra mozione,
ma sol per questo iniquo vo' cercare;
ché, se 'l posso trovare,
ver lui incitarò ogni dimonio!
Io non conosco spirito sì erronio,
né aspro cor di tigre o di serpente,
che, udendo me dolente,
non si rivolti a lui con mortal rabie.
E voi che rimanete, siate savie,
piccole e grande, giovene e polzelle,
di non esser sì felle
ch'assentiate, com'io feci, ad Amore!
Mirate pur quant'egli è traditore:
che chi mai dal principio a lui consente,
non giova esser dolente,
poi che a lui consentir mostra una fiada!
Oimè, ch'io veggio qui la mortal spada
che arà il mio cor di sùbito sommerso:
ma priego l'universo
di tanta crudeltà ne sia memoria!".
Seguir non posso la dolente istoria,
ch'al fin delle parole il colpo lassa
tal che 'l petto mi passa,
e poi si fonda a vulnerar la testa;
infin ch'io caddi morta alla foresta.
E' fuggì poi, che dir non è mestiere:
alle affamate fiere
fûr le mie carne cibo e nutrimento;
e fu di questa vita il lume spento.