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By Torquato Tasso

O figlie de la terra,

compagne de l'aurora,

Aure, de l'aria albergatrici erranti,

che qui, dove mi serra

duro destin, talora

date audienza a' miei noiosi pianti;

o de gli afflitti amanti

secretarie cortesi;

de l'Amor messaggere

fide, caute e leggere,

che là portate i lor sospiri accesi

e i lamenti e le doglie

ov'è chi li ode e con pietà li accoglie;

io, che tanto più sono

d'ogni amante infelice

quanto odio è più d'amor pronto a far danno,

Aure, in voi spargo il suono

che del mio petto elice

or giusto sdegno ed or non giusto affanno.

Non d'un soave inganno

di voce lusinghiera,

non d'un guardo furtivo,

non d'un sembiante schivo,

non d'una fronte rigida e severa,

non d'un guanto, o d'un velo

che gigli copra e rose, i' mi querelo;

misero! ma mi doglio

de' più novi tormenti

ch'abbia il regno de l'odio o de la sorte,

e veggio farsi scoglio

pietade a' miei lamenti,

tinta nel volto di pallor di morte;

né posso aprir le porte

di questo vivo inferno,

ove son de gli errori

gli angioli i punitori,

perch'io sfoghi cantando il duolo interno,

novo Orfeo, con la cetra,

tanto la mia Proserpina s'impetra!

Aure, a cui parte alcuna

non si serra, e che l'ale

dispiegate da l'uno a l'altro polo,

là 've già fuor di cuna

segna fanciul reale

con non sicure ancor vestigia il suolo,

drizzate il pronto volo,

e mormorar mie note

col suon de' vostri spirti

tra fiori e lauri e mirti

del magnanimo Cosmo oda il nipote,

e pietosi i miei duoli

d'Arno alternino i cigni e gli usignoli.

Quivi il mio nome intenda

da la nutrice, o s'ella

figlia è del sonno o s'è di sue compagne;

ed a formar l'apprenda

con lingua a la mammella

usa che ancor da lei non si scompagne;

né per pietà si lagne,

né versi alcuna stilla

sovra la mia sciagura,

ché la sua gioia pura

non desio che per me sia men tranquilla;

ma per segno di pianto

sol mostri gli occhi rugiadosi alquanto.

E riguardando il padre

sembri almen che gli dica:

"Signor, perché s'invidia a gli anni miei

chi l'opre tue leggiadre

tolga a morte nemica,

e 'n fra gli eroi le sacri e i semidei?

Chi de gli avi i trofei,

le palme e le corone

orni di stelle eterne?

Chi le chiome materne

raffiguri nel ciel, novo Conone?

Chi m'inviti con carmi

dietro a chi per età precorre a l'armi?"

Canzon, non lunge a la città de' fiori

sorge un bel Poggio ameno:

ivi il fanciullo è de le Grazie in seno.