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O figlie de la terra,
compagne de l'aurora,
Aure, de l'aria albergatrici erranti,
che qui, dove mi serra
duro destin, talora
date audienza a' miei noiosi pianti;
o de gli afflitti amanti
secretarie cortesi;
de l'Amor messaggere
fide, caute e leggere,
che là portate i lor sospiri accesi
e i lamenti e le doglie
ov'è chi li ode e con pietà li accoglie;
io, che tanto più sono
d'ogni amante infelice
quanto odio è più d'amor pronto a far danno,
Aure, in voi spargo il suono
che del mio petto elice
or giusto sdegno ed or non giusto affanno.
Non d'un soave inganno
di voce lusinghiera,
non d'un guardo furtivo,
non d'un sembiante schivo,
non d'una fronte rigida e severa,
non d'un guanto, o d'un velo
che gigli copra e rose, i' mi querelo;
misero! ma mi doglio
de' più novi tormenti
ch'abbia il regno de l'odio o de la sorte,
e veggio farsi scoglio
pietade a' miei lamenti,
tinta nel volto di pallor di morte;
né posso aprir le porte
di questo vivo inferno,
ove son de gli errori
gli angioli i punitori,
perch'io sfoghi cantando il duolo interno,
novo Orfeo, con la cetra,
tanto la mia Proserpina s'impetra!
Aure, a cui parte alcuna
non si serra, e che l'ale
dispiegate da l'uno a l'altro polo,
là 've già fuor di cuna
segna fanciul reale
con non sicure ancor vestigia il suolo,
drizzate il pronto volo,
e mormorar mie note
col suon de' vostri spirti
tra fiori e lauri e mirti
del magnanimo Cosmo oda il nipote,
e pietosi i miei duoli
d'Arno alternino i cigni e gli usignoli.
Quivi il mio nome intenda
da la nutrice, o s'ella
figlia è del sonno o s'è di sue compagne;
ed a formar l'apprenda
con lingua a la mammella
usa che ancor da lei non si scompagne;
né per pietà si lagne,
né versi alcuna stilla
sovra la mia sciagura,
ché la sua gioia pura
non desio che per me sia men tranquilla;
ma per segno di pianto
sol mostri gli occhi rugiadosi alquanto.
E riguardando il padre
sembri almen che gli dica:
"Signor, perché s'invidia a gli anni miei
chi l'opre tue leggiadre
tolga a morte nemica,
e 'n fra gli eroi le sacri e i semidei?
Chi de gli avi i trofei,
le palme e le corone
orni di stelle eterne?
Chi le chiome materne
raffiguri nel ciel, novo Conone?
Chi m'inviti con carmi
dietro a chi per età precorre a l'armi?"
Canzon, non lunge a la città de' fiori
sorge un bel Poggio ameno:
ivi il fanciullo è de le Grazie in seno.