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Nel mille quatrocensessanta e cinque
d'agosto una mattina a dì ventotto,
al cor grievi pensier fùr apropinque,
perché colui ch'a Venere sta sotto
non pensa mai se non poter servire
a' raggi suoi, che l'han così condotto.
Tornando una mattina da udire
e da veder quel sacro sacramento,
giugnendo in casa a mensa volendo ire,
quella che di me fé 'ngeneramento
con duo mie fratri mi parloron corto;
ma ella cominciò il proponimento,
el qual diss'ella a me ch'egli era morto
quel propio ben ch'io disidero al mondo,
onde per questo i' ne presi sconforto,
perch'io pensavo a quel tempo giocondo
ch'aùto avevo e speravo d'avere
e cogitando scesi giù al fondo.
Volendo il certo ingegnarmi sapere,
e così sendo, feci premissione
per la sua alma a Dio di buon volere:
po' che aver non potia consolazione
del corpo, intesi a l'alma dare aiuto
e salmi dir per lui coll'orazione.
E 'n un punto il mio almo fu pentuto,
perch'io pensai prima voler sapere
s'egli era vero il caso conosciuto.
Non potendo in tal doglia più manere,
presi partito con afrizïone,
volendo tal vïaggio sol tenere.
E ambulando in questa aflïzione,
mi riscontrai in un mie sozio caro,
ch'alquanto miticò la passïone,
perch'io gli dissi il mio dolore amaro
ed egli a me: - Dove se' tu invïato? -
I' gnene dissi e mi diè un riparo.
E quando tal ripar m'ebbe mostrato,
insieme ci aviamo ragionando,
onde che 'n San Martin fui capitato.
Con umiltà e' mi venne pregando
ch'i' dovessi con lui quivi ristare,
ché con meco verrebbe poi cercando
qualcun che mi dovessi dichiarare,
in parlar fiorentino e non todesco,
se questo tal di vita avia a mancare.
E nel voltar ch'io fe', viddi Francesco
de' Ricci, il quale avevo in lui fidanza
e che nel dirmi il vero era manesco.
Quando Simon fornì la sezza stanza,
i' m'acostai al Francia con sospiri;
dissi: - Io ti parlerò con aroganza,
a ciò che mitigar possa e martiri
ch'i' ho portato e porto in questo giorno,
come mie vista il mostra, se ben miri;
perché mi par ricever troppo scorno
d'un caso che m'ha 'l cor tutto conquiso:
però ricorro a te, compagno adorno,
ché chiaro son che mi puoi dare aviso
di questo dubio che mi par sì strano,
se 'l tuo vicino s'andò a paradiso -.
Ed egli a me: - Tu ti mostri lontano
che par che da Firenze tu non sia:
ïarsera morì, quest'è certano -.
Pensa s'a me turbò la fantasia;
quando a quel modo lui m'ebbe parlato,
el cor coll'almo mio misse in resia.
E' disse a me: - Tu par svemorato -,
perché di mio dolor si fu accorto.
Disse: - Sta' lieto e non adolorato,
acciò che chiaro il caso i' t'abbia pôrto:
colui che è morto si è il terzo fratello
di chi tre soli amasti; piglia conforto -.
Ond'è ch'allora i' fe' come l'uccello:
quando vede venir la primavera,
viene in amore e fa un riso bello.
Ma per far chiara tutta la matera,
dissi: - I' non ne conosco più ch'un paio;
deh, dimmi il nome suo e come egli era! -
Ed egli a me: - Per far fiorir tuo maio,
undici anni è che questo tal fu nato:
pulclo era e nome avea Niccolaio.
Ma fa' che 'ntenda ch'egli è ben malato
il secondo fratel di quel ch'amasti
e anche quel tre lune hai seguitato -.
Ed io a lui: - Se mai amor mi portasti,
se ti ricorda, dimmi in concrusione
quanti giorni è che con lui favellasti -.
Veggendomi allenare la passione,
mi disse che gran male aveva aùto,
ma migliorata era la infezione.
E quando il caso vero ebbi saputo,
ringraziai l'alto Iddio e sua clemenza
di tanto benificio riscevuto.
E poi, sendo col Francia alla presenza,
dissi: - Perdona a me che a disagio
tenuto ho te -, e sì presi licenza.
A casa mi tornai al mio bell'agio,
pensando poi la sera di tornare
nella via che petito ho tal palagio,
sempre pensando di poter parlare
al meschinel ch'è nel letto malato
e la suo malattia vorrei levare.
Quando a Dio parrà, l'arà sanato.