77
Mentre nel vetro rilucente e puro
vostra beltà mirate a parte a parte,
e divenite in lui via più superba
de le cotante grazie in voi cosparte,
che sole e senza par mai sempre furo,
deh non v'incresca ancor l'alta et acerba
pena, che 'l mio cor serba
dal dì che vago e del mio petto in bando
in voi si pose amando,
da le cagioni ir misurando; e spero
che, se nol puote altrui lingua né mia,
la vostra imagin sia
che di voi e di me vi scopra il vero,
e 'l rigor vostro poi renda men fero.
Quando in mille lacciuoi, mille ritegni,
ove Amor altri e se medesmo annoda,
del bellissimo crin torcete l'auro,
e con fastosa ma verace loda
dite: — Non ebber mai le piante e i regni
de le nepoti del gran vecchio Mauro
così nobil tesauro;
né così vaghe e preziose arene
Indo o Pattolo tiene; —
dite anco con pensier dolce et umano:
— Io son sì ricca, e 'l mio fedel amico
si sta nudo e mendico
a contemplar il mio pregio sovrano,
e piange e brama e chier mercede in vano. —
Poi quando a mezzo la serena fronte,
tra schietto avorio e naturale smalto,
Amor in maestà seder mirate
con lo scettro e l'insegne erette in alto,
e vi son le sue prove aperte e conte
e le forze e 'l valor che voi gli date;
gli occhi in parte abbassate
ov'io da' suoi portieri indarno chieggio
chi dinanzi al suo seggio
conduca un dì me supplice e devoto,
perché accettar ne le sue man non nieghi
le mie carte, i miei preghi:
e fiavi allor senza intervallo noto
quanto duol sia bramar giustizia a voto.
Mirate lampeggiar le stelle ardenti,
che ripercosse dal lucente obietto
infiamman l'aria di fulgor celeste,
ad un sol dolce giro il più ristretto
gelo de l'Alpi a distillar possenti,
quando più Borea le montagne infeste;
et allor dite: — Queste
acceser nel suo cor l'incendio grave,
onde il miser non have
posa, né spera estinguerlo giamai.
Or imparo da te, dolce mio sguardo,
che 'l refrigerio tardo
è mia nequizia; e prima anco peccai,
ma non credeva io già tanti suoi guai. —
Pinger vedete primavera eterna
l'amene piagge del felice volto
di fresche rose e lucide viole
e, per entro, uno stuol di grazie accolto,
ch'occhio mortal visibilmente scerna,
con gli amori menar dolci carole,
e dite: — Ohimè, il mio sole
perché la speme in lui secca e consuma?
Perché d'oscura bruma
circonda i suoi desir per ogni tempo?
Dal ciel che gira a me sereno sempre
con più soavi tempre
non imparo io a spirar, ch'egli è ben tempo,
aura ch'anco in lui solva il freddo tempo? —
Mòstravi de la bocca, altero nido
d'angelica eloquenza, i novi onori,
e vi giura l'essempio suo verace
che rubin, perle, o preziosi odori
non ha la ricca Aurora in alcun lido
di sì gran vanto: or se cotanto piace
mentre si posa e tace,
vi mostri anco un pensier cortese e pio
qual face, qual desio
le sagge umili note e 'l vago riso
portin ne l'alme altrui, mentre si move;
e con qual forza e dove
me rapir, me da me tenner diviso
quel dì, ch'io mi rivolsi a lor sì fiso.
Bianca neve è 'l bel collo, e 'l largo petto
di vivo marmo lucido e tremante:
e nel mezo un sentier vago, che guida
su l'ali del desir lo sguardo amante
a la felice casa del diletto.
Ohimè, ma colà dentro un cor s'annida,
crudo, freddo, omicida,
che non cura d'amor face o faretra,
ma da' sospiri impetra
maggior durezza per antica usanza.
Deh miratelo omai più fiso un poco,
e dite: — In questo loco
che non abbia pietà più larga stanza
è pur contrario a sì bella sembianza. —
La bella man di candido alabastro,
ch'or il pettine move, et ora scioglie
a contender col sol l'aurate chiome,
or l'increspa, or le tesse, or le raccoglie
d'intorno al capo con purpureo nastro,
e in mille nodi le compone, e come,
mirate alfine, e come
la gemma avivi in lei gli ardori suoi;
e mirate anco poi
qual mi discenda in sen dal lato manco,
e l'apra sì, che ne divelle l'alma;
e dite: — Ahi fera palma,
uccider chi si rende afflitto e stanco,
e di sangue macchiar pregio sì bianco. —
Canzon, tu fingi invan ragioni e vezzi:
che 'l reo specchio da noi più la rubella,
quanto più vaga e bella
a lei stessa la mostra, onde ne sprezzi;
o le cada ei di man, sì che si spezzi.