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By Erasmo da Valvasone

Mentre nel vetro rilucente e puro

vostra beltà mirate a parte a parte,

e divenite in lui via più superba

de le cotante grazie in voi cosparte,

che sole e senza par mai sempre furo,

deh non v'incresca ancor l'alta et acerba

pena, che 'l mio cor serba

dal dì che vago e del mio petto in bando

in voi si pose amando,

da le cagioni ir misurando; e spero

che, se nol puote altrui lingua né mia,

la vostra imagin sia

che di voi e di me vi scopra il vero,

e 'l rigor vostro poi renda men fero.

Quando in mille lacciuoi, mille ritegni,

ove Amor altri e se medesmo annoda,

del bellissimo crin torcete l'auro,

e con fastosa ma verace loda

dite: — Non ebber mai le piante e i regni

de le nepoti del gran vecchio Mauro

così nobil tesauro;

né così vaghe e preziose arene

Indo o Pattolo tiene; —

dite anco con pensier dolce et umano:

— Io son sì ricca, e 'l mio fedel amico

si sta nudo e mendico

a contemplar il mio pregio sovrano,

e piange e brama e chier mercede in vano. —

Poi quando a mezzo la serena fronte,

tra schietto avorio e naturale smalto,

Amor in maestà seder mirate

con lo scettro e l'insegne erette in alto,

e vi son le sue prove aperte e conte

e le forze e 'l valor che voi gli date;

gli occhi in parte abbassate

ov'io da' suoi portieri indarno chieggio

chi dinanzi al suo seggio

conduca un dì me supplice e devoto,

perché accettar ne le sue man non nieghi

le mie carte, i miei preghi:

e fiavi allor senza intervallo noto

quanto duol sia bramar giustizia a voto.

Mirate lampeggiar le stelle ardenti,

che ripercosse dal lucente obietto

infiamman l'aria di fulgor celeste,

ad un sol dolce giro il più ristretto

gelo de l'Alpi a distillar possenti,

quando più Borea le montagne infeste;

et allor dite: — Queste

acceser nel suo cor l'incendio grave,

onde il miser non have

posa, né spera estinguerlo giamai.

Or imparo da te, dolce mio sguardo,

che 'l refrigerio tardo

è mia nequizia; e prima anco peccai,

ma non credeva io già tanti suoi guai. —

Pinger vedete primavera eterna

l'amene piagge del felice volto

di fresche rose e lucide viole

e, per entro, uno stuol di grazie accolto,

ch'occhio mortal visibilmente scerna,

con gli amori menar dolci carole,

e dite: — Ohimè, il mio sole

perché la speme in lui secca e consuma?

Perché d'oscura bruma

circonda i suoi desir per ogni tempo?

Dal ciel che gira a me sereno sempre

con più soavi tempre

non imparo io a spirar, ch'egli è ben tempo,

aura ch'anco in lui solva il freddo tempo? —

Mòstravi de la bocca, altero nido

d'angelica eloquenza, i novi onori,

e vi giura l'essempio suo verace

che rubin, perle, o preziosi odori

non ha la ricca Aurora in alcun lido

di sì gran vanto: or se cotanto piace

mentre si posa e tace,

vi mostri anco un pensier cortese e pio

qual face, qual desio

le sagge umili note e 'l vago riso

portin ne l'alme altrui, mentre si move;

e con qual forza e dove

me rapir, me da me tenner diviso

quel dì, ch'io mi rivolsi a lor sì fiso.

Bianca neve è 'l bel collo, e 'l largo petto

di vivo marmo lucido e tremante:

e nel mezo un sentier vago, che guida

su l'ali del desir lo sguardo amante

a la felice casa del diletto.

Ohimè, ma colà dentro un cor s'annida,

crudo, freddo, omicida,

che non cura d'amor face o faretra,

ma da' sospiri impetra

maggior durezza per antica usanza.

Deh miratelo omai più fiso un poco,

e dite: — In questo loco

che non abbia pietà più larga stanza

è pur contrario a sì bella sembianza. —

La bella man di candido alabastro,

ch'or il pettine move, et ora scioglie

a contender col sol l'aurate chiome,

or l'increspa, or le tesse, or le raccoglie

d'intorno al capo con purpureo nastro,

e in mille nodi le compone, e come,

mirate alfine, e come

la gemma avivi in lei gli ardori suoi;

e mirate anco poi

qual mi discenda in sen dal lato manco,

e l'apra sì, che ne divelle l'alma;

e dite: — Ahi fera palma,

uccider chi si rende afflitto e stanco,

e di sangue macchiar pregio sì bianco. —

Canzon, tu fingi invan ragioni e vezzi:

che 'l reo specchio da noi più la rubella,

quanto più vaga e bella

a lei stessa la mostra, onde ne sprezzi;

o le cada ei di man, sì che si spezzi.