78
Se il Ciel sempre sereno e verdi i prati
Sieno all'armento tuo, Floro gentile,
Se sempre in tuo favor splendano i fati,
Dimmi: onde avvien ch'oltre l'usato stile,
Mentre a pascer l'erbetta il gregge attende,
Tu importun lo respingi al chiuso ovile?
Mira che dal suo carro ancor non scende
Languido il Sol, né le fredd'ali ombrose
Ancor la notte intorno al Ciel distende.
Perché dunque, o Pastor, sì frettolose
Muovi le piante? ah! che l'accese brame
Ti sollecita Amor con fiamme ascose.
Tu t'inganni, o Cloanto: io l'empie trame
D'Amor ben so, né, pria che cada il lume
Diurno, egli è che altrove mi richiami.
Tempo ben fu che del possente Nume
Soggiacqui all'ire, e a suo talento io corsi,
Qual fuor del lido impetuoso fiume.
Ah! non conobbi il traditor, né scorsi
Venir d'alto lo stral, né il mio periglio
Col fido lume di ragion precorsi.
Sol me ne avvidi allor che, di consiglio
E di speranza privo, a me convenne
Della mia libertà pianger l'esiglio.
Un lustro intero in servitù mi tenne
L'empio Signor, poiché per trarmi fuore
Del laberinto io non avea le penne.
Quando, o d'amica stella almo favore
Fosse, o, cangiando il naturale istinto,
Ver' me pietoso divenisse Amore,
A un tratto io me sentii libero e scinto
Dal giogo, e rotta la servil catena,
Onde fu il cor con ignominia avvinto.
Indi l'antica mia pace serena
Tornossi, e lieto alla mia greggia accanto
Men vivo, e or compie il second'anno appena.
Molto devi agli Dei, che, dopo tanto
Errar tra i flutti tempestosi, in porto
Han ricondotto il debil legno infranto.
Ma perché un dì, non a bastanza accorto
In verde età, di risolcarli vago,
Non resti alfin nell'onde infide assorto,
Odi ciò che ad Elpin disse Silvago,
Per trarlo fuor del torbido elemento,
Ove giacque tanti anni, e fu presago:
"Sai tu che cosa è Amor? cruccio e tormento.
Sai che cosa è bellezza? è neve al Sole.
Sai che cosa è la Donna? è foglia al vento."
Ma contra Amor più non facciam parole.
Dimmi, per qual nuovo pungente sprone
Pensi lasciar le pecorelle sole?
Alindo ier vid'io: quei, che n'espone
Cose al vil vulgo ignote, e in brevi accenti
I gran' litigj infra i Pastor' compone.
Noi su quel colle i greggi al pasco intenti
Unimmo, u' con Evandro accolte in schiera
Posar' d'Arcadia le primiere genti;
E sotto un faggio egli mi disse ch'era
Nobil Pastor da i lidi del Tesino
Giunto poco anzi a quest'alma riviera.
Mi disse che da lungi e da vicino
Pastore eguale a lui mai non s'udio
Nell'armonia del canto suo divino.
Ond'io, che lui d'udir nutro il desio,
Pria che dall'etra il Sol faccia partita,
Alla capanna sua ratto m'invio:
Colà pur anco a cantar seco unita
Va de' nostri Pastori la miglior parte,
Che ardor di gloria al bel cimento invita.
Tu pur, che un dì de' versi tuoi le carte,
Cloanto, empiesti, all'erudita giostra
Vieni, e in opra porrai l'ingegno e l'arte.
Tempo già fu, quando l'età si mostra
Tutta di Febo e delle Muse amica,
Ch'io risonar facea l'Arcada chiostra.
Or col piè vacillante a gran fatica
Potrei di Pindo sormontar le cime,
Degli anni miei sotto la soma antica.
Ma pur teco verrò; ché se le prime
Ascree faville io più non sento, almeno
Saprò far plauso alle più scelte rime.
Andiamne dunque; e al Pastorel Tirreno
Lascio, per te seguir, la greggia mia,
A lui la cura, a lui la verga e il freno.
Ma perché lungi è il loco, e perché sia
Men duro e grave a noi l'andar per questa
D'alpestro colle faticosa via,
Or cosa tu mi svela, onde fu desta
In me tal meraviglia, che confuso
In ripensarla il mio pensier ne resta.
L'altr'ier, mentre ch'Alcon dal monte ingiuso
Spingea la greggia, aspra mortal saetta
Giunse del Capro tra le corna e 'l muso;
E il pianse estinto, allor che sull'erbetta
Egro il vide e languente, e, al Ciel converso,
Sol richiedea dell'uccisor vendetta.
Tu su quel Capro entro il suo sangue immerso
Alcune allor frondi applicasti, e il dardo
Ratto traesti fuor, di sangue asperso.
Indi la piaga a risaldar non tardo,
In breve tempo a lui rendesti il moto
E il perduto vigore e il senso e il guardo.
Or d'erba sì felice a me fa' noto
Il nome, e dove cresca, e qual natura
In sen le infuse alto potere ignoto.
Ascolta, o Floro, e ascrivi a gran ventura
Che un segreto io riveli a te sì raro,
Che ogni piaga mortal risana e cura.
Tu ben conosci quel Pastor sì chiaro,
Pari a Sincero, a Titiro, ed a quanti
Per l'Arcade foreste alto cantaro;
Quei, ch'eternò con aureo stile i vanti
Del Ligure Nocchier, che ignote arene
Primo scoperse a i pellegrini erranti.
Vuoi tu che io no 'l conosca? ei di me tiene
Cura, e un tempo ei mi fu maestro, e impose
Sovente alle mie Muse e premj e pene.
Eudosso è questi: or ti potrei dir cose ...
Ma di': fors'egli a te primier scoprio
Di una tal pianta le virtudi ascose?
Egli appunto: egli fu, che presso un rio
Colse quell'erba, e palesommi il nome
E le virtù, che in lei natura unio.
Com'aspra ortica ha le sue foglie, e come
Origano selvaggio ha il fior, che cinto
Tutto d'intorno è di purpuree chiome.
Nasce d'Ida nel colle, e il gran Perinto
Ne trasportò su i nostri campi il seme,
Ov'ancor serba il suo nativo istinto.
Dittamo è il nome: Ella si bagna e preme,
E, tratto il sugo dalle verdi foglie,
Con quel di panacea si mesce insieme.
D'ambo i due sughi un sol se ne raccoglie,
E, quante volte poi la piaga s'unge,
Ne svelle il dardo ed il dolor ne toglie.
Poi lievemente il fosco umor s'emunge
Con tersi lini ... Ma non vedi, o Floro,
Che dal sinistro fianco Alindo giunge?
Amici, il Ciel vi salvi. Ecco ov'il coro
De' Pastori s'aduna: or qui prendete
Sul molle praticel dolce ristoro.
Io sol uno attendea; pur due qui siete,
Egualmente a me cari: io non credei
Chiuder due prede in un'istessa rete.
Alindo, io qua rivolsi i passi miei
Con quell'ardor, con cui le rime e il canto
Soglio correre a udir de' giuochi Elei.
Minor non fia quel d'oggi; entriamo, e, intanto
Che ne' Cantor' s'accenda il sacro fuoco,
Soli fra noi favellerem da un canto.
Così mi sembra ampio e sublime il loco,
Che l'albergo, ove sugge ambrosia e manna
Il sommo Pan, può vincerlo di poco.
Questa d'un gran Pastore è la Capanna,
D'elce tessuta e d'immortale alloro,
Non di sambuco o di palustre canna.
Né vi stupite già che ampio tesoro
Un mirabil suo Capro a lui comparte,
Che mai non muore e sempre il vello ha d'oro.
Mirindo è il nome! e sì l'ingegno e l'arte
Risplende in lui, che sa spiegar d'ogni erba
Le virtù più segrete a parte a parte.
Nel canto poi (benché d'etate acerba
Goda il bel fiore) è sì famoso e chiaro,
Che Arcadia di sé stesso ir fa superba.
Mirate or l'altro, che a lui siede a paro,
Ricco non men di numeroso armento,
Non men nei pregi d'eloquenza raro.
Laricle egli è, che con un solo accento
Meraviglia ed amor desta in chi l'ode:
Io ben lo so, che tante volte il sento.
E sebben sue virtudi asconder gode,
Ad onta un dì d'ogni altro Pastorello
Avrà ne' giuochi Elei la prima lode.
Ecco là Basilindo: io non favello
Dell'alte doti e de' gran' pregi suoi,
Ch'ei d'Arcadia non è Pastor novello.
Ei venne qua sin da' primi anni, e in lui
Crebbe in un coll'età senno e consiglio,
E in breve diventò chiaro fra nui.
Ma perché di virtute il premio è figlio,
Vedrassi un dì col manto di viole,
Che forse ancor diventerà vermiglio.
Quell'altro poi, che in Lazio carme suole
Cantar sì dolcemente, che potria
Trar Citerea dalla celeste mole,
Dispiega l'ali per l'alpestra via,
E, le notti sacrando alla fatica
D'eruditi sudor', sé stesso obblia.
Gregge ei non pasce già, né miete spica,
Ma ne' sacri d'Arcadia antichi riti
Il desio di saper pasce e nutrica.
Fidalgo è il nome. Appena egli ha compiti
I quattro lustri, e già di lui la fama
Vola dal Gange a gl'Iperborei liti.
Vedete Erasto? quel Pastor, cui brama
Della verace lode agita e scuote,
E tutti a sé d'Arcadia i genj chiama;
Anch'egli in peregrine eccelse note
Così cantò, che meraviglia impresse
Alle vicine genti e alle remote.
Il sommo Pan lui per ministro elesse
Nell'antico suo Tempio, ed ei vagheggia
Sue divine sembianze in giro espresse,
Talché poté sull'adorata reggia
Del supremo salir sacro Pastore
E al colle Palatin guidar la greggia:
E qui nuovo acquistò lustro ed onore,
Qui con sue chiare doti e pellegrine
In dolce servitù trasse ogni core.
Né il suo pregio maggior son le divine
Sue dolci rime, ma de' gravi studj
Sotto il gran fascio ha incanutito il crine:
E pur vuol che sua fronte anch'oggi sudi,
Ché all'altra riva ei non potria gli estremi
Anni portar delle bell'opre ignudi.
Ma perché il merto per lodar non scemi,
Taccio gli altri Pastor', che pur sarieno
Degnissimi di storie e di poemi.
Or quali in mezzo al gran consesso, pieno
D'alta virtù, spirti d'onor novelli
Non udirete favellarvi al seno!
Io so che presso a i saggi Pastorelli
Sovente il caldo e le faville intesi
Di quel valor, che folgoreggia in quelli;
E dietro l'orme lor tant'alto ascesi
Sovra me stesso, che per gli erti calli,
Ove la gloria alberga, il corso presi,
E, sollevando il piè dall'ime valli,
Spesso n'andai per lo cammin che fanno
Del Sol gl'infaticabili Cavalli.
Ben questo è un vanto di costor, che sanno
Spinger le basse menti alle bell'opre
E fare al tempo e a morte illustre danno.
Quindi non fia che 'l fero dente adopre
Contro di lor la domatrice etate,
O 'l mostro vil, che l'altrui gloria copre.
Oh felici campagne! oh fortunate
Selve d'Arcadia, che i tesori immensi
Non d'oro già, ma di virtù serbate!
Or dimmi quale a i vincitor' dispensi
Premio Mirindo.
Entro la terrea mole
Premio non v'è, che la virtù compensi.
Ma perché giunge al tramontar del Sole
Ogni Pastor già stanco dal viaggio,
Piccol ristoro apparecchiar si suole.
Finché del chiaro Sol l'ardente raggio
Il suol per dritto calle a mirar prese
E di frondi spogliò l'abete e 'l faggio,
Di fresco latte amica man cortese
In tondi nappi di cristallo diede
Dolce conforto all'arse labbra accese.
Or ch'ogni rio s'agghiaccia e Borea fiede,
Cangiossi il fresco latte in caldo umore,
Soave umor, che ogni bevanda eccede.
Pari all'aride bacche è il suo colore,
Ma paragon non truovo, onde s'apprenda
Il delicato suo dolce sapore.
Cred'io ben che ogni dì Giove ne prenda,
Quando dal letto di Giunon se n'esce,
Pria che del mondo al gran governo attenda.
Denso ei si scorge, indi si frange e mesce
Col fior dell'Indo zucchero, e, nell'onda
Bollente immerso, ivi fermenta e cresce;
Ed allorché fuori del vaso inonda,
S'agita con gentil verga leggiera,
Finché sull'orlo il fior spumante abbonda.
In certe tazze poi di creta Ibera
A poco a poco il chiuso umor si versa,
Sinché ciascuna sia colma ed intera.
Una bevanda tal d'ambrosia aspersa
Tanto a noi piace, quanto in prima aurora
Il timo all'agnellin piace e la persa.
Ma darvi altre contezze inutil fora.
Se vi punge di onor stimolo ardente,
Unite agli altrui canti i vostri ancora.
Io di cantar non oso, e nol consente
La greve età, che ognor m'incalza e preme,
E tutte in me l'Ascree faville ha spente.
Io, che di Pindo mai per le supreme
Vie non ascesi, invano or fia che adopre
L'arte e l'ingegno a cantar vosco insieme.
Scherzi meco, o Cloanto: alle bell'opre
Modestia umil nuova bellezza imprime,
E più degno è il valor, quando si copre.
Guari non è che al chiaro Eroe sublime,
Che alla Senna real leggi comparte,
Sacrasti in lode ossequiose rime.
De' versi tuoi ben mi ricordo in parte,
E so che quel gran Re festi simile
A un fratello di Pan, chiamato Marte.
Tu ancor piangesti un dì, Floro gentile,
De' più scelti Pastori in compagnia,
Il perduto Carmindo in dolce stile.
Dicesti allor che ricalcate avria
L'orme di lui l'innamorato Tebro,
Ma legge eterna ad altro mar l'invia.
V'intesi io pur, se non fui stolto od ebro,
E cantai vosco, e mi avanzaste, quanto
Avanza annosa quercia umil genebro.
Floro, seguiamo Alindo; e sol suo vanto
La chiara lode o 'l nero biasmo sia,
Che acquisterà fra gli altri il nostro canto.
Ma per l'orme di lui voglio che pria
Facciam tra noi la prova.
Or via seguite,
Se v'aggrada così, la traccia mia.
L'altr'ier si posero
Due Colombette
D'Alfeo sul lido,
E vi composero
Di fresche erbette
Lor dolce nido.
Di là spedite
Poi sen volarono
Sul mio tugurio.
Or voi mi dite
Qual mi recarono
Felice augurio.
Duo Corvi scesero
Ier tra le fratte
Con nere piume,
Ma un nuovo presero
Color di latte
Nel vicin fiume.
O Pastorelli,
Voi, ch'ascoltate
Sì bel portento
De' strani Augelli,
Deh mi svelate
Qual fia l'evento.
Ier sopra un'Élice
Volar fu visto
Un Pipistrello,
Ch'avea di félice
Con lauro misto
Un ramoscello,
E or dentro, or fuori
Seco traea
Stuol d'augelletti.
Dite, o Pastori,
Se buona o rea
Sorte mi aspetti.
Sempre il Merlo de' fiumi in riva giace;
Sempre sul faggio il Calderin si posa;
Al Passer l'olmo, e 'l lauro al Tordo piace.
Sempre l'Upupa sta tra gli antri ascosa;
Sempre il Gufo del Sol celasi al raggio;
Giuno ama il giglio, e Venere la rosa.
Sempre l'Ape su i fior', sempre il selvaggio
Fruson vola al boschetto in sull'aurora;
Piace l'olmo alla Vite, e l'edra al Faggio.
Vedi come s'annebbia e si scolora
Cintia fuor dell'usato. Ah! ben vegg'io
Del partito Carmindo i segni ancora.
Ve' che più non allatta il vicin Rio
Col suo limpido umor rose e viole:
Carmindo, onor d'Arcadia, - ahimè! - partio.
Vedi sanguigno in Occidente il Sole;
Vedi che 'l crin di nuvole s'ammanta.
Ahi! che partì Carmindo, e il Ciel sen duole.
Canta sul Maggio l'Usignuolo, e canta
Di mezz'Ottobre il garrulo Fringuello:
In gabbia questo e quel su verde pianta.
Canta in riva al Meandro il bianco Augello;
Canta Progne d'Aprile in sull'arrivo:
Questa per doglia e per letizia quello.
Canta la Rana in sul palustre rivo;
La Cicala cantando si distrugge:
Quella alla pioggia e questa al Sole estivo.
Sapreste voi perché tant'ira adugge
Tauro, punto d'Amor, che, in fuga vòlto,
Spezza sue corna al primo sasso e mugge?
Sapreste ond'è che porti il fuoco accolto
La Lucciola nel seno e splender soglia,
Quand'è più il Ciel caliginoso e folto?
Sapreste voi perché d'April si spoglia
Di sua vecchiezza il serpe e poi s'adorna
D'oro novello la dipinta spoglia?
Un dì mi disse Elcino, Elcin, di nostre
Arcade chiostre inclito fregio e onore,
Che l'Uom non muore, allorch'ei muore, e vita
Gode infinita ancor dopo la morte.
Felice sorte di chi all'altra riva
Mai non arriva, e 'l viver corto e frale
Far può immortale e pien d'anni novelli!
Ma i Pastorelli, che scorgete intorno,
D'ogni altro a scorno, il bel segreto sanno:
Essi vivranno, poi che darà luogo
L'estremo rogo all'ultime faville,
Mill'anni e mille.
Silvio mi disse un dì, Silvio, che nacque
Del Po sull'acque e Cintia andò seguendo,
Che l'Uom, vivendo entro le selve ascoso,
Può gir famoso e farsi al Mondo chiaro.
Oh pregio raro di chi in rozza balza
Tanto s'innalza, ch'indi ogni Uom lo scorge,
E onor gli porge, e gli dà lode e vanto!
Ma quei, che accanto al gran Mirindo stanno,
Più ch'altri sanno la mirabil arte,
E da ogni parte a sé traggon d'intorno
In ciascun giorno, anzi in ciascun momento,
Cent'occhi e cento.
Oh fortunati adunque e al Ciel diletti
Di rozzi tetti Abitatori inculti!
Al mondo occulti un dì voi non sarete,
Né mai morrete, ché novella vita,
All'altra unita, anni miglior' prepara.
Oh sorte rara! oh gloriosi spirti!
Che, qual su i mirti cresce abete od elce
E sovra l'umil felce altero faggio,
Tanto col saggio oprare e col sublime
Canto, che imprime Amor, gli altri avanzate.
Oh! se l'irate Muse e la rubella
Mia fera stella ...
Amici, or basta: è tempo omai che s'oda
Fra gli altri in schiera il vostro stil sì grato,
E di me al pari ogni Pastor ne goda.
Venite dunque.
Ecco ti siamo a lato.
Febo, tu dona alla mia man la Cetra.
Pan, tu mi presta alla Sampogna il fiato.
E a sì felice sera arrida l'Etra.