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By Auteur inconnu

Se il Ciel sempre sereno e verdi i prati

Sieno all'armento tuo, Floro gentile,

Se sempre in tuo favor splendano i fati,

Dimmi: onde avvien ch'oltre l'usato stile,

Mentre a pascer l'erbetta il gregge attende,

Tu importun lo respingi al chiuso ovile?

Mira che dal suo carro ancor non scende

Languido il Sol, né le fredd'ali ombrose

Ancor la notte intorno al Ciel distende.

Perché dunque, o Pastor, sì frettolose

Muovi le piante? ah! che l'accese brame

Ti sollecita Amor con fiamme ascose.

Tu t'inganni, o Cloanto: io l'empie trame

D'Amor ben so, né, pria che cada il lume

Diurno, egli è che altrove mi richiami.

Tempo ben fu che del possente Nume

Soggiacqui all'ire, e a suo talento io corsi,

Qual fuor del lido impetuoso fiume.

Ah! non conobbi il traditor, né scorsi

Venir d'alto lo stral, né il mio periglio

Col fido lume di ragion precorsi.

Sol me ne avvidi allor che, di consiglio

E di speranza privo, a me convenne

Della mia libertà pianger l'esiglio.

Un lustro intero in servitù mi tenne

L'empio Signor, poiché per trarmi fuore

Del laberinto io non avea le penne.

Quando, o d'amica stella almo favore

Fosse, o, cangiando il naturale istinto,

Ver' me pietoso divenisse Amore,

A un tratto io me sentii libero e scinto

Dal giogo, e rotta la servil catena,

Onde fu il cor con ignominia avvinto.

Indi l'antica mia pace serena

Tornossi, e lieto alla mia greggia accanto

Men vivo, e or compie il second'anno appena.

Molto devi agli Dei, che, dopo tanto

Errar tra i flutti tempestosi, in porto

Han ricondotto il debil legno infranto.

Ma perché un dì, non a bastanza accorto

In verde età, di risolcarli vago,

Non resti alfin nell'onde infide assorto,

Odi ciò che ad Elpin disse Silvago,

Per trarlo fuor del torbido elemento,

Ove giacque tanti anni, e fu presago:

"Sai tu che cosa è Amor? cruccio e tormento.

Sai che cosa è bellezza? è neve al Sole.

Sai che cosa è la Donna? è foglia al vento."

Ma contra Amor più non facciam parole.

Dimmi, per qual nuovo pungente sprone

Pensi lasciar le pecorelle sole?

Alindo ier vid'io: quei, che n'espone

Cose al vil vulgo ignote, e in brevi accenti

I gran' litigj infra i Pastor' compone.

Noi su quel colle i greggi al pasco intenti

Unimmo, u' con Evandro accolte in schiera

Posar' d'Arcadia le primiere genti;

E sotto un faggio egli mi disse ch'era

Nobil Pastor da i lidi del Tesino

Giunto poco anzi a quest'alma riviera.

Mi disse che da lungi e da vicino

Pastore eguale a lui mai non s'udio

Nell'armonia del canto suo divino.

Ond'io, che lui d'udir nutro il desio,

Pria che dall'etra il Sol faccia partita,

Alla capanna sua ratto m'invio:

Colà pur anco a cantar seco unita

Va de' nostri Pastori la miglior parte,

Che ardor di gloria al bel cimento invita.

Tu pur, che un dì de' versi tuoi le carte,

Cloanto, empiesti, all'erudita giostra

Vieni, e in opra porrai l'ingegno e l'arte.

Tempo già fu, quando l'età si mostra

Tutta di Febo e delle Muse amica,

Ch'io risonar facea l'Arcada chiostra.

Or col piè vacillante a gran fatica

Potrei di Pindo sormontar le cime,

Degli anni miei sotto la soma antica.

Ma pur teco verrò; ché se le prime

Ascree faville io più non sento, almeno

Saprò far plauso alle più scelte rime.

Andiamne dunque; e al Pastorel Tirreno

Lascio, per te seguir, la greggia mia,

A lui la cura, a lui la verga e il freno.

Ma perché lungi è il loco, e perché sia

Men duro e grave a noi l'andar per questa

D'alpestro colle faticosa via,

Or cosa tu mi svela, onde fu desta

In me tal meraviglia, che confuso

In ripensarla il mio pensier ne resta.

L'altr'ier, mentre ch'Alcon dal monte ingiuso

Spingea la greggia, aspra mortal saetta

Giunse del Capro tra le corna e 'l muso;

E il pianse estinto, allor che sull'erbetta

Egro il vide e languente, e, al Ciel converso,

Sol richiedea dell'uccisor vendetta.

Tu su quel Capro entro il suo sangue immerso

Alcune allor frondi applicasti, e il dardo

Ratto traesti fuor, di sangue asperso.

Indi la piaga a risaldar non tardo,

In breve tempo a lui rendesti il moto

E il perduto vigore e il senso e il guardo.

Or d'erba sì felice a me fa' noto

Il nome, e dove cresca, e qual natura

In sen le infuse alto potere ignoto.

Ascolta, o Floro, e ascrivi a gran ventura

Che un segreto io riveli a te sì raro,

Che ogni piaga mortal risana e cura.

Tu ben conosci quel Pastor sì chiaro,

Pari a Sincero, a Titiro, ed a quanti

Per l'Arcade foreste alto cantaro;

Quei, ch'eternò con aureo stile i vanti

Del Ligure Nocchier, che ignote arene

Primo scoperse a i pellegrini erranti.

Vuoi tu che io no 'l conosca? ei di me tiene

Cura, e un tempo ei mi fu maestro, e impose

Sovente alle mie Muse e premj e pene.

Eudosso è questi: or ti potrei dir cose ...

Ma di': fors'egli a te primier scoprio

Di una tal pianta le virtudi ascose?

Egli appunto: egli fu, che presso un rio

Colse quell'erba, e palesommi il nome

E le virtù, che in lei natura unio.

Com'aspra ortica ha le sue foglie, e come

Origano selvaggio ha il fior, che cinto

Tutto d'intorno è di purpuree chiome.

Nasce d'Ida nel colle, e il gran Perinto

Ne trasportò su i nostri campi il seme,

Ov'ancor serba il suo nativo istinto.

Dittamo è il nome: Ella si bagna e preme,

E, tratto il sugo dalle verdi foglie,

Con quel di panacea si mesce insieme.

D'ambo i due sughi un sol se ne raccoglie,

E, quante volte poi la piaga s'unge,

Ne svelle il dardo ed il dolor ne toglie.

Poi lievemente il fosco umor s'emunge

Con tersi lini ... Ma non vedi, o Floro,

Che dal sinistro fianco Alindo giunge?

Amici, il Ciel vi salvi. Ecco ov'il coro

De' Pastori s'aduna: or qui prendete

Sul molle praticel dolce ristoro.

Io sol uno attendea; pur due qui siete,

Egualmente a me cari: io non credei

Chiuder due prede in un'istessa rete.

Alindo, io qua rivolsi i passi miei

Con quell'ardor, con cui le rime e il canto

Soglio correre a udir de' giuochi Elei.

Minor non fia quel d'oggi; entriamo, e, intanto

Che ne' Cantor' s'accenda il sacro fuoco,

Soli fra noi favellerem da un canto.

Così mi sembra ampio e sublime il loco,

Che l'albergo, ove sugge ambrosia e manna

Il sommo Pan, può vincerlo di poco.

Questa d'un gran Pastore è la Capanna,

D'elce tessuta e d'immortale alloro,

Non di sambuco o di palustre canna.

Né vi stupite già che ampio tesoro

Un mirabil suo Capro a lui comparte,

Che mai non muore e sempre il vello ha d'oro.

Mirindo è il nome! e sì l'ingegno e l'arte

Risplende in lui, che sa spiegar d'ogni erba

Le virtù più segrete a parte a parte.

Nel canto poi (benché d'etate acerba

Goda il bel fiore) è sì famoso e chiaro,

Che Arcadia di sé stesso ir fa superba.

Mirate or l'altro, che a lui siede a paro,

Ricco non men di numeroso armento,

Non men nei pregi d'eloquenza raro.

Laricle egli è, che con un solo accento

Meraviglia ed amor desta in chi l'ode:

Io ben lo so, che tante volte il sento.

E sebben sue virtudi asconder gode,

Ad onta un dì d'ogni altro Pastorello

Avrà ne' giuochi Elei la prima lode.

Ecco là Basilindo: io non favello

Dell'alte doti e de' gran' pregi suoi,

Ch'ei d'Arcadia non è Pastor novello.

Ei venne qua sin da' primi anni, e in lui

Crebbe in un coll'età senno e consiglio,

E in breve diventò chiaro fra nui.

Ma perché di virtute il premio è figlio,

Vedrassi un dì col manto di viole,

Che forse ancor diventerà vermiglio.

Quell'altro poi, che in Lazio carme suole

Cantar sì dolcemente, che potria

Trar Citerea dalla celeste mole,

Dispiega l'ali per l'alpestra via,

E, le notti sacrando alla fatica

D'eruditi sudor', sé stesso obblia.

Gregge ei non pasce già, né miete spica,

Ma ne' sacri d'Arcadia antichi riti

Il desio di saper pasce e nutrica.

Fidalgo è il nome. Appena egli ha compiti

I quattro lustri, e già di lui la fama

Vola dal Gange a gl'Iperborei liti.

Vedete Erasto? quel Pastor, cui brama

Della verace lode agita e scuote,

E tutti a sé d'Arcadia i genj chiama;

Anch'egli in peregrine eccelse note

Così cantò, che meraviglia impresse

Alle vicine genti e alle remote.

Il sommo Pan lui per ministro elesse

Nell'antico suo Tempio, ed ei vagheggia

Sue divine sembianze in giro espresse,

Talché poté sull'adorata reggia

Del supremo salir sacro Pastore

E al colle Palatin guidar la greggia:

E qui nuovo acquistò lustro ed onore,

Qui con sue chiare doti e pellegrine

In dolce servitù trasse ogni core.

Né il suo pregio maggior son le divine

Sue dolci rime, ma de' gravi studj

Sotto il gran fascio ha incanutito il crine:

E pur vuol che sua fronte anch'oggi sudi,

Ché all'altra riva ei non potria gli estremi

Anni portar delle bell'opre ignudi.

Ma perché il merto per lodar non scemi,

Taccio gli altri Pastor', che pur sarieno

Degnissimi di storie e di poemi.

Or quali in mezzo al gran consesso, pieno

D'alta virtù, spirti d'onor novelli

Non udirete favellarvi al seno!

Io so che presso a i saggi Pastorelli

Sovente il caldo e le faville intesi

Di quel valor, che folgoreggia in quelli;

E dietro l'orme lor tant'alto ascesi

Sovra me stesso, che per gli erti calli,

Ove la gloria alberga, il corso presi,

E, sollevando il piè dall'ime valli,

Spesso n'andai per lo cammin che fanno

Del Sol gl'infaticabili Cavalli.

Ben questo è un vanto di costor, che sanno

Spinger le basse menti alle bell'opre

E fare al tempo e a morte illustre danno.

Quindi non fia che 'l fero dente adopre

Contro di lor la domatrice etate,

O 'l mostro vil, che l'altrui gloria copre.

Oh felici campagne! oh fortunate

Selve d'Arcadia, che i tesori immensi

Non d'oro già, ma di virtù serbate!

Or dimmi quale a i vincitor' dispensi

Premio Mirindo.

Entro la terrea mole

Premio non v'è, che la virtù compensi.

Ma perché giunge al tramontar del Sole

Ogni Pastor già stanco dal viaggio,

Piccol ristoro apparecchiar si suole.

Finché del chiaro Sol l'ardente raggio

Il suol per dritto calle a mirar prese

E di frondi spogliò l'abete e 'l faggio,

Di fresco latte amica man cortese

In tondi nappi di cristallo diede

Dolce conforto all'arse labbra accese.

Or ch'ogni rio s'agghiaccia e Borea fiede,

Cangiossi il fresco latte in caldo umore,

Soave umor, che ogni bevanda eccede.

Pari all'aride bacche è il suo colore,

Ma paragon non truovo, onde s'apprenda

Il delicato suo dolce sapore.

Cred'io ben che ogni dì Giove ne prenda,

Quando dal letto di Giunon se n'esce,

Pria che del mondo al gran governo attenda.

Denso ei si scorge, indi si frange e mesce

Col fior dell'Indo zucchero, e, nell'onda

Bollente immerso, ivi fermenta e cresce;

Ed allorché fuori del vaso inonda,

S'agita con gentil verga leggiera,

Finché sull'orlo il fior spumante abbonda.

In certe tazze poi di creta Ibera

A poco a poco il chiuso umor si versa,

Sinché ciascuna sia colma ed intera.

Una bevanda tal d'ambrosia aspersa

Tanto a noi piace, quanto in prima aurora

Il timo all'agnellin piace e la persa.

Ma darvi altre contezze inutil fora.

Se vi punge di onor stimolo ardente,

Unite agli altrui canti i vostri ancora.

Io di cantar non oso, e nol consente

La greve età, che ognor m'incalza e preme,

E tutte in me l'Ascree faville ha spente.

Io, che di Pindo mai per le supreme

Vie non ascesi, invano or fia che adopre

L'arte e l'ingegno a cantar vosco insieme.

Scherzi meco, o Cloanto: alle bell'opre

Modestia umil nuova bellezza imprime,

E più degno è il valor, quando si copre.

Guari non è che al chiaro Eroe sublime,

Che alla Senna real leggi comparte,

Sacrasti in lode ossequiose rime.

De' versi tuoi ben mi ricordo in parte,

E so che quel gran Re festi simile

A un fratello di Pan, chiamato Marte.

Tu ancor piangesti un dì, Floro gentile,

De' più scelti Pastori in compagnia,

Il perduto Carmindo in dolce stile.

Dicesti allor che ricalcate avria

L'orme di lui l'innamorato Tebro,

Ma legge eterna ad altro mar l'invia.

V'intesi io pur, se non fui stolto od ebro,

E cantai vosco, e mi avanzaste, quanto

Avanza annosa quercia umil genebro.

Floro, seguiamo Alindo; e sol suo vanto

La chiara lode o 'l nero biasmo sia,

Che acquisterà fra gli altri il nostro canto.

Ma per l'orme di lui voglio che pria

Facciam tra noi la prova.

Or via seguite,

Se v'aggrada così, la traccia mia.

L'altr'ier si posero

Due Colombette

D'Alfeo sul lido,

E vi composero

Di fresche erbette

Lor dolce nido.

Di là spedite

Poi sen volarono

Sul mio tugurio.

Or voi mi dite

Qual mi recarono

Felice augurio.

Duo Corvi scesero

Ier tra le fratte

Con nere piume,

Ma un nuovo presero

Color di latte

Nel vicin fiume.

O Pastorelli,

Voi, ch'ascoltate

Sì bel portento

De' strani Augelli,

Deh mi svelate

Qual fia l'evento.

Ier sopra un'Élice

Volar fu visto

Un Pipistrello,

Ch'avea di félice

Con lauro misto

Un ramoscello,

E or dentro, or fuori

Seco traea

Stuol d'augelletti.

Dite, o Pastori,

Se buona o rea

Sorte mi aspetti.

Sempre il Merlo de' fiumi in riva giace;

Sempre sul faggio il Calderin si posa;

Al Passer l'olmo, e 'l lauro al Tordo piace.

Sempre l'Upupa sta tra gli antri ascosa;

Sempre il Gufo del Sol celasi al raggio;

Giuno ama il giglio, e Venere la rosa.

Sempre l'Ape su i fior', sempre il selvaggio

Fruson vola al boschetto in sull'aurora;

Piace l'olmo alla Vite, e l'edra al Faggio.

Vedi come s'annebbia e si scolora

Cintia fuor dell'usato. Ah! ben vegg'io

Del partito Carmindo i segni ancora.

Ve' che più non allatta il vicin Rio

Col suo limpido umor rose e viole:

Carmindo, onor d'Arcadia, - ahimè! - partio.

Vedi sanguigno in Occidente il Sole;

Vedi che 'l crin di nuvole s'ammanta.

Ahi! che partì Carmindo, e il Ciel sen duole.

Canta sul Maggio l'Usignuolo, e canta

Di mezz'Ottobre il garrulo Fringuello:

In gabbia questo e quel su verde pianta.

Canta in riva al Meandro il bianco Augello;

Canta Progne d'Aprile in sull'arrivo:

Questa per doglia e per letizia quello.

Canta la Rana in sul palustre rivo;

La Cicala cantando si distrugge:

Quella alla pioggia e questa al Sole estivo.

Sapreste voi perché tant'ira adugge

Tauro, punto d'Amor, che, in fuga vòlto,

Spezza sue corna al primo sasso e mugge?

Sapreste ond'è che porti il fuoco accolto

La Lucciola nel seno e splender soglia,

Quand'è più il Ciel caliginoso e folto?

Sapreste voi perché d'April si spoglia

Di sua vecchiezza il serpe e poi s'adorna

D'oro novello la dipinta spoglia?

Un dì mi disse Elcino, Elcin, di nostre

Arcade chiostre inclito fregio e onore,

Che l'Uom non muore, allorch'ei muore, e vita

Gode infinita ancor dopo la morte.

Felice sorte di chi all'altra riva

Mai non arriva, e 'l viver corto e frale

Far può immortale e pien d'anni novelli!

Ma i Pastorelli, che scorgete intorno,

D'ogni altro a scorno, il bel segreto sanno:

Essi vivranno, poi che darà luogo

L'estremo rogo all'ultime faville,

Mill'anni e mille.

Silvio mi disse un dì, Silvio, che nacque

Del Po sull'acque e Cintia andò seguendo,

Che l'Uom, vivendo entro le selve ascoso,

Può gir famoso e farsi al Mondo chiaro.

Oh pregio raro di chi in rozza balza

Tanto s'innalza, ch'indi ogni Uom lo scorge,

E onor gli porge, e gli dà lode e vanto!

Ma quei, che accanto al gran Mirindo stanno,

Più ch'altri sanno la mirabil arte,

E da ogni parte a sé traggon d'intorno

In ciascun giorno, anzi in ciascun momento,

Cent'occhi e cento.

Oh fortunati adunque e al Ciel diletti

Di rozzi tetti Abitatori inculti!

Al mondo occulti un dì voi non sarete,

Né mai morrete, ché novella vita,

All'altra unita, anni miglior' prepara.

Oh sorte rara! oh gloriosi spirti!

Che, qual su i mirti cresce abete od elce

E sovra l'umil felce altero faggio,

Tanto col saggio oprare e col sublime

Canto, che imprime Amor, gli altri avanzate.

Oh! se l'irate Muse e la rubella

Mia fera stella ...

Amici, or basta: è tempo omai che s'oda

Fra gli altri in schiera il vostro stil sì grato,

E di me al pari ogni Pastor ne goda.

Venite dunque.

Ecco ti siamo a lato.

Febo, tu dona alla mia man la Cetra.

Pan, tu mi presta alla Sampogna il fiato.

E a sì felice sera arrida l'Etra.