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Con sproni alla ragion, col freno a' sensi
presi, donne, ad amar, quant'amar lice,
la divina beltà, che fra gli accensi
miei spirti vive altera e vincitrice.
Fammi i be' lumi suoi ne l'alma intensi
gran frutto eterno trar d'umil radice;
ch'è tal la virtù loro, alta e gradita,
ch'a bellissimo oprar l'anima invita.
Di così bella e inestinguibil luce
il mio foco gentil ne l'alma splende,
che de l'alta cagion sua prima luce,
ond'è norma celeste a chi più intende.
Pensier non giunge ov'ei porta e conduce,
se di nube d'error già mai s'offende;
e s'io ne faccio pur talor querela,
vien da l'imperfezion ch'il ver mi cela.
Ma quanto posso gire a l'alta meta
che mi scopre il suo lume, andar m'ingegno,
né per volger di sol né di pianeta
cercherò di cangiare il divin segno;
e se l'empio Destino a gli occhi vieta
veder del proprio oggetto il caro pegno,
non è però che con divin pensiero,
non mi trasformi ognor nel suo bel vero.
Egli è pur tale il suo bel lume santo
ch'ognor mi scorge al desïato bene,
che m'è nettare il foco, ambrosia il pianto,
soavi i lacci, e dolci le catene;
ond'io mi tengo pur felice tanto,
ch'io vivo del desio fuor d'ogni spene;
e, rimembrando sol la sua dolce ombra,
ogni basso pensier dal cor mi sgombra.
Quanto più col desio l'alma s'interna
ne la bella cagion de' miei martiri,
tanto ne la maggior bellezza eterna
d'una in altra sembianza par ch'aspiri;
poi la contempla, e mentre in lei s'eterna
sopra a tutt'altri luminosi giri,
visto quant'ogni bel men bello sia
di lei, la segue e tutte l'altre oblia.
Per questa scala al Ciel, volando poggia
l'alma sovente, e 'n Dio si riconduce;
ché, lasciato il terren suo stato, alloggia
nel vero fonte de l'eterna luce,
ove poi gode in sì beata foggia
l'infinita bontà ch'in lei riluce,
che, quanto far si può, fatta felice,
non s'erge in alto poi, che più non lice.
Così potessi, a' gran pensier lo stile
agguagliando, mostrare altrui di fuore
la bella fiamma, ch'ogni nebbia vile
da me scacciando mi nutrisce il core:
ch'infiammerei ogn'anima gentile
per l'imagine sua d'eterno Amore,
u' la prima virtù l'obbietto prese,
quando il raggio divin ne l'alma scese.
Ma perché tanto in loco alto e sublime
sen va lieve poggiando il mio desio,
giugner non ponno a quel sì basse rime,
come l'alma per lui s'unisce a Dio;
né per forza d'ingegno o di sue lime,
potria agguagliarlo altrui parlare o mio:
ché maggior soma fora a sì gran zelo,
che non d'Atlante a sostenere il Cielo.
Però mi taccio omai, donne, ch'in parte
basta aver del mio ardor l'effetto môstro;
né v'ammirate se talora in carte
alzolo, or con la voce, or con l'inchiostro,
perché da quello alt'onestà non parte,
com'avete di creder già dimôstro:
ma è tal, ch'a dirne solo alzar mi sento
dov'io posso schernir la nebbia e 'l vento.