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Se mai fu che in verde sponda
Di bell'onda,
Rubicon, ten gissi altero,
Or più lieto il piè d'argento
Movi lento
Sul purpureo tuo sentiero;
Ché di nozze un alto grido
Il tuo lido
Chiaro fa più del Peneo,
Dove i Numi, a mensa assisi,
Fra sorrisi
Unir' Tetide a Peleo;
Onde poi fu dato al Mondo
L'iracondo
Per gran cor celebre Achille,
Sotto il cui nome tremendo
Tutta ardendo
Ilio andò sciolta in faville.
Già coprì d'armi e cavalli
Le tue valli
Di furor Marte tutt'ebro,
Quando Cesare superbo
Giogo acerbo
Da sé scosse, e 'l pose al Tebro.
Ben allor di trombe e d'arme
Fiero carme
Fé sonar la spiaggia e 'l monte,
Sicché, pavido e tremante,
Le tue piante,
Più ch'al Mar, volgesti al fonte.
Ma se avvolta in bianco velo
Or dal Cielo
Scende Venere festiva,
Perché tu non alzi tutti
I tuoi flutti
A danzar sull'aurea riva?
Vedi già più chiaro intorno
Farsi il giorno,
Rider erbe e nascer fiori;
Vedi il Sol come sfaville
Di ben mille
Lucidissimi splendori.
Senti l'aura, senti il rio
Mormorio
Temprar placido e sereno;
E tra' rami i lor diletti
Gli augelletti
Scioglier garruli dal seno.
Carolar Fauni e Silvani,
Driadi e Pani
Miri al suon di mille cetre;
E gli Amori a stuolo a stuolo
Sciorre il volo
Cinti d'archi e di faretre;
E intrecciar con bel lavoro
Laccio d'oro
L'alme Grazie ad Imeneo:
Onde in uno ei, c'ha ristretto
Doppio affetto,
Di duo cori alza un trofeo.
Se congiunse arte amorosa
Giglio a rosa,
Coppia mai non fé sì bella,
Qual formò vaga unione
Bel Garzone
Con gentil nobil Donzella.
D'alta stirpe ei chiaro germe
Sulle ferme
Fiso pende orme degli Avi,
Che di porpore latine
Cinti il crine
Già n'andar' famosi e gravi:
Ch'altri in Toghe ed altri in Saghi
Furon vaghi
D'Edre e Querce ornar le chiome,
Onde ancor con aurea tromba
Dalla tomba
Fama eterna alza il lor nome.
Ben di lui, ch'or sulla Sena
Regge e frena
Lungo il Miso alme divote,
Ricco il cor di tanti e tanti
Regj vanti,
Degno ed emulo, e Nipote;
Di lui dico, in cui diffuse
L'alme Muse
Sulle labbra han l'onde Ascree;
Cui sul crin mitrato d'auro
Serpe il lauro
Delle rive erme Dircee.
Ma di lui chi dir poria,
Se non pria
Tutto Febo in sen gli spiri?
Candid'alma, alto pensiero,
Cor sincero,
E in gran mente almi desiri.
Qual è poi veder l'Aurora,
Mentre indora
Co' suoi rai l'eterea mole,
O bell'Iride, che scioglie
Le sue spoglie,
E l'asciuga incontro al Sole,
È il veder l'inclita Sposa,
Luminosa
Di quell'or, ch'il Mondo apprezza,
Sebben fuor di tanta luce
Più riluce
Lo splendor di sua bellezza.
Ma lodar beltà mortale,
Lieve e frale,
È far pompa d'un bel fiore,
Che sull'alba appar ridente,
Poi repente
Sul merigio e langue e muore.
Beltà vera, unica ed alma
È dell'alma,
Che di giel non sente oltraggio,
Ch'al mancar dell'età verde
Mai non perde
De' suoi fior' l'Aprile e 'l Maggio.
Casto core, anima pura,
Ch'assicura
Sol in Dio speranza e zelo;
Chiuse voglie in pensier santo,
Perché quanto
Lascia in terra acquisti in Cielo,
Son di lei doti più rare,
Sempre chiare,
Ch'ombra d'anni non imbruna;
E que' fregi, ond'ella splende,
Da sé prende,
E son suoi, non di fortuna.
Or da coppia sì felice
Sperar lice
Lunga un dì serie d'Eroi,
Ch'al girar d'anni e di lustri
Fieno illustri
Norma e speglio a' lidi tuoi.
Già Imeneo scuote le tede:
Ecco riede
L'uno e l'altro unito Amante.
Odi il popolo, ch'applaude,
Qual di laude
Mandi all'Etra aura festante.
Or vivete, Alme, concordi;
Né discordi
Mai dall'un l'altro desio;
E l'ardor, ch'in voi s'è appreso,
Sempre acceso
Non mai spegna onda d'obblio.
Nascan poi da' figli i figli,
Ne' consigli
Chiari in pace, illustri in guerra,
Che fra stenti e fra riposi
Gloriosi
All'onor vivano in terra.
Sì dicea: quando incresparte
L'onde sparte
Vidi in giro, e in grave aspetto
Uscir Veglio, a cui dal crine
Cadean brine,
D'alghe cinto il capo e 'l petto.
E appoggiato a l'urna il fianco,
Qual chi stanco
Seco volge alti disegni,
Ambe al Ciel le luci affisse,
E sì disse,
Sciolti all'onda i suoi ritegni:
“Oh del Ciel Monarca eterno,
C'hai governo
Sulle sfere, e 'l tutto reggi,
Con cui sempre si consiglia,
Indi piglia
La Natura ordini e leggi;
Poich'in vincolo gradito
Sul mio lito
Sì bell'Alme unisci e leghi,
Sia tua gloria in mio vantaggio
Sciorre un raggio,
Onde a te saglian mie' preghi.
Tu feconda il casto grembo,
Ed un nembo
Piovi in lui d'alme più belle,
Perché poi, lasciato il Mondo
Più giocondo,
Tornin pari alle lor stelle.”
Tacque; e 'l Savio alzò la fronte,
Ruppe il Ponte,
E feroce anch'egli rise.
Tonò 'l Cielo; e sul Garampo
Scese un lampo,
Ch'a' lor voti amico arrise.
La Cittate allor di Brenno,
Che per senno
Nome al Ciel famoso spande,
Festeggiò saggia e guerriera,
Perché spera
Per lor farsi un dì più grande.