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Signor, tempra l'affanno, e al ciglio augusto
Rendi il sereno, onde gioisca il Mondo:
Grave è l'incarco, è ver, ma al grave pondo
Chi di sé men confida è più robusto.
Sgridar potriasi il tuo timor d'ingiusto
Dal tuo gran cor, d'ogni virtù fecondo;
Ma, s'ei tace modesto, odi facondo
Dirti il Cielo: “Io ti scelsi, ed io son giusto.”
E ben mirasti a i primi albor' del Regno
Scintillare improvvisa Iri di pace,
Di fortunato Impero e dono e pegno.
Deh, mio Signor, perdona al labbro audace:
Della Chiesa di Dio farti sostegno,
Se il Ciel vuol, s'a noi giova, a te dispiace?