8 (RVF 37)
Si è debile il filo, a cui s'attene
la gravosa mia vita,
che, se Dio non l'aita,
ella fia tosto di suo corso a riva,
però che dopo l'empia dipartita,
che da quel sommo bene
io feci, ogni mio bene
m'è tolto sì che più non ho ond'io viva.
L'alma, che resta priva
de la sua dolce vista,
sedendo in pianti trista,
pur prega il pio Signor ch'al cor ritorni.
O ben felici giorni,
in cui Iesu perduto si racquista.
Ma quando fia per me sì grato tempo?
Spero, ma nel sperar troppo m'attempo.
Il tempo passa, e l'ore son sì pronte
a fornir il viaggio,
ch'assai spazio non aggio
pur a pensar, com'io corro a la morte.
A pena spunta in oriente un raggio
di sol, ch'a l'altro monte
de l'adverso orizonte
giunto 'l vedrai per vie lunghe e distorte.
Onde, essendo sì corte
le vite de' mortali,
e i corpi gravi e frali,
perché non levo ai ciel il cor e 'l viso?
Da' quai nullo è diviso
tal che 'l desio non possa mover l'ali,
porgendo Dio favor suo sempre usato
a sollevarci a quel felice stato.
Mercè dunque di lui, ch'ancor i'veggio
gli sguardi suoi soavi,
quai vide chi le chiavi
ebbe del ciel, per cui tornar li piacque
al cor, e pianger quegli error suoi gravi.
Però s'io vado o seggio,
altro al Signor non cheggio
ch'i raggi suoi, ch'aver mai non mi spiacque.
Ma queste torbid'acque,
che da' tartarei fiumi
vengono, quei bei lumi
m'ascosero; ché spesso chiaro die
fer le tenebre mie,
e 'l rimembrar fa ancor ch'io mi consumi.
E quanto era mia vita allor gioiosa,
m'insegna la presente aspra e noiosa.
E perché ragionando si rinfresca
quel ardente desio,
che nacque il giorno ch'io
lasciai di me la peggior parte a dietro,
perciò a me dico: non porre in oblio
l'amor, ma chiedi l'esca,
ond'egli ognior più cresca.
E se dal sommo Dio tal grazia impetro,
certo cristallo o vetro
non mostrò mai di fuore
nascosto altro colore,
ché l'alma mia più chiari assai non mostri
tutti gli affetti nostri.
Onde, perché contrito i' sento il core,
di pianger gli occhi son dì e notte vaghi,
per fin che di perfetto amor m'appaghi.
Conosco ben che negli umani ingegni
fermezza non si trova,
ché se vien cosa nova
al senso, il cor si turba e muta voglia.
E perché amor infermo poco giova,
bisogno è ch'io m'ingegni
tener gli spirti pregni
di buon desir, ch'in un sol bene accoglia
i miei pensier, per doglia
a Dio levando gli occhi,
cui prego ognior che tocchi
il cor e che si faccia così a dentro,
che quando a lui rientro,
mai più dal dolce affetto non trabocchi.
Aspetto dunque, o Dio, tue sacre luci,
ch'ad acquistar tuo amor mi siano duci.
O vero, vivo, eterno lume e sole,
Iesu di grazia pieno,
il guardo tuo sereno
non mi negar, ove sì caldi sono
raggi d'amor, che mai non vengon meno:
le dolci tue parole
quand'al mio cor lor sole
entroro, oh che cortese e sacro dono.
Però cheggio perdono
d'ogni colpa e offesa,
per cui mi vien contesa
tua dolce voce, onde spesso a virtute
per acquistar salute
scorta era la mia voglia, e tutta accesa
d'amor; ma, lasso, che dopo giamai
sentito altr'io non ho, salvo che guai.
Del tuo sermon, Signor, sommo diletto
gli spirti son sottili
e gli accenti gentili,
non però nei superbi e cor alteri
possono intrar, ma solo negli umili.
Perciò l'uomo, che 'l petto,
la mente e l'intelletto
enfiati porta, come alpestri e feri
luoghi, giamai non speri,
ch'in quelli pur un'ora
tu, Dio, faci dimora.
Onde, acciò che ritorni a te e stia ferma,
d'umiltà l'alma afferma,
sì ch'io te cola come il ciel t'onora,
ove si vede tua gran cortesia,
e dov'io prego che 'l mio albergo sia.
Canzon, s'in alto loco
Iesu Re nostro vedi
(ben so che certo credi
ch'ogni ben chiuda sua possente mano),
digli com'io lontano
riposto in terra, de' suoi sacri piedi
vo ricercando l'orme, pur ch'io possa,
né maggior ben ha un uom di carne e d'ossa.