8 (RVF 37)

By Girolamo Malipiero

Si è debile il filo, a cui s'attene

la gravosa mia vita,

che, se Dio non l'aita,

ella fia tosto di suo corso a riva,

però che dopo l'empia dipartita,

che da quel sommo bene

io feci, ogni mio bene

m'è tolto sì che più non ho ond'io viva.

L'alma, che resta priva

de la sua dolce vista,

sedendo in pianti trista,

pur prega il pio Signor ch'al cor ritorni.

O ben felici giorni,

in cui Iesu perduto si racquista.

Ma quando fia per me sì grato tempo?

Spero, ma nel sperar troppo m'attempo.

Il tempo passa, e l'ore son sì pronte

a fornir il viaggio,

ch'assai spazio non aggio

pur a pensar, com'io corro a la morte.

A pena spunta in oriente un raggio

di sol, ch'a l'altro monte

de l'adverso orizonte

giunto 'l vedrai per vie lunghe e distorte.

Onde, essendo sì corte

le vite de' mortali,

e i corpi gravi e frali,

perché non levo ai ciel il cor e 'l viso?

Da' quai nullo è diviso

tal che 'l desio non possa mover l'ali,

porgendo Dio favor suo sempre usato

a sollevarci a quel felice stato.

Mercè dunque di lui, ch'ancor i'veggio

gli sguardi suoi soavi,

quai vide chi le chiavi

ebbe del ciel, per cui tornar li piacque

al cor, e pianger quegli error suoi gravi.

Però s'io vado o seggio,

altro al Signor non cheggio

ch'i raggi suoi, ch'aver mai non mi spiacque.

Ma queste torbid'acque,

che da' tartarei fiumi

vengono, quei bei lumi

m'ascosero; ché spesso chiaro die

fer le tenebre mie,

e 'l rimembrar fa ancor ch'io mi consumi.

E quanto era mia vita allor gioiosa,

m'insegna la presente aspra e noiosa.

E perché ragionando si rinfresca

quel ardente desio,

che nacque il giorno ch'io

lasciai di me la peggior parte a dietro,

perciò a me dico: non porre in oblio

l'amor, ma chiedi l'esca,

ond'egli ognior più cresca.

E se dal sommo Dio tal grazia impetro,

certo cristallo o vetro

non mostrò mai di fuore

nascosto altro colore,

ché l'alma mia più chiari assai non mostri

tutti gli affetti nostri.

Onde, perché contrito i' sento il core,

di pianger gli occhi son dì e notte vaghi,

per fin che di perfetto amor m'appaghi.

Conosco ben che negli umani ingegni

fermezza non si trova,

ché se vien cosa nova

al senso, il cor si turba e muta voglia.

E perché amor infermo poco giova,

bisogno è ch'io m'ingegni

tener gli spirti pregni

di buon desir, ch'in un sol bene accoglia

i miei pensier, per doglia

a Dio levando gli occhi,

cui prego ognior che tocchi

il cor e che si faccia così a dentro,

che quando a lui rientro,

mai più dal dolce affetto non trabocchi.

Aspetto dunque, o Dio, tue sacre luci,

ch'ad acquistar tuo amor mi siano duci.

O vero, vivo, eterno lume e sole,

Iesu di grazia pieno,

il guardo tuo sereno

non mi negar, ove sì caldi sono

raggi d'amor, che mai non vengon meno:

le dolci tue parole

quand'al mio cor lor sole

entroro, oh che cortese e sacro dono.

Però cheggio perdono

d'ogni colpa e offesa,

per cui mi vien contesa

tua dolce voce, onde spesso a virtute

per acquistar salute

scorta era la mia voglia, e tutta accesa

d'amor; ma, lasso, che dopo giamai

sentito altr'io non ho, salvo che guai.

Del tuo sermon, Signor, sommo diletto

gli spirti son sottili

e gli accenti gentili,

non però nei superbi e cor alteri

possono intrar, ma solo negli umili.

Perciò l'uomo, che 'l petto,

la mente e l'intelletto

enfiati porta, come alpestri e feri

luoghi, giamai non speri,

ch'in quelli pur un'ora

tu, Dio, faci dimora.

Onde, acciò che ritorni a te e stia ferma,

d'umiltà l'alma afferma,

sì ch'io te cola come il ciel t'onora,

ove si vede tua gran cortesia,

e dov'io prego che 'l mio albergo sia.

Canzon, s'in alto loco

Iesu Re nostro vedi

(ben so che certo credi

ch'ogni ben chiuda sua possente mano),

digli com'io lontano

riposto in terra, de' suoi sacri piedi

vo ricercando l'orme, pur ch'io possa,

né maggior ben ha un uom di carne e d'ossa.