8. ULTIMO CANTO DI SAFFO.

By Giacomo Leopardi

Placida notte, e verecondo raggio

De la cadente luna; e tu che spunti

Fra la tacita selva in su la rupe,

Nunzio del giorno; oh desiate e care

(Mentre ignote mi fur l'erinni e 'l fato)

Sembianze a gli occhi miei; già non arride

Spettacol molle a i disperati affetti.

Noi l'insueto allor gaudio ravviva

Quando per l'etra liquido si volve

E per li campi trepidanti il flutto

Polveroso de' Noti, e quando il carro,

Grave carro di Giove a noi sul capo,

Tonando, il tenebroso aere divide.

Noi per le balze e le profonde valli

Natar giova tra' nembi, e noi la vasta

Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto

Fiume a la dubbia sponda

Il suono e la vittrice ira de l'onda.

Vago il tuo manto, o divo cielo, e vaga

Se' tu, roscida terra. Ahi de la vostra

Infinita beltà parte nessuna

A la misera Saffo i numi e l'empia

Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni

Vile, o Natura, e grave ospite addetta,

E dispregiata amante, a le vezzose

Tue forme il core e le pupille invano

Supplichevole intendo. A me non ride

L'aprico margo, e da l'eterea porta

Il mattutino albòr; me non il canto

De' colorati augelli, e non de' faggi

Il murmure saluta: e dove a l'ombra

De gl'inchinati salici dispiega

Candido rivo il puro seno, al mio

Lubrico piè le flessuose linfe

Disdegnando sottragge,

E preme in fuga l'odorate spiagge.

Qual de la mente mia nefando errore

Macchiommi anzi 'l natale, onde sì crudo

Il Ciel mi fosse e di fortuna il senno?

Qual ne la prima età (mentre di colpa

Nudi viviam), sì ch'inesperto e scemo

Di giovanezza e sconsolato al fuso

De l'indomita parca si devolva

Mio ferrugineo dì? Malcaute voci

Schiude il tuo labbro: i destinati eventi

Move arcano consiglio. Arcano è tutto,

Fuor di nostro dolor. Negletta prole

Nascemmo al pianto, e la cagione in grembo

De' Celesti si posa. Oh cure oh speme

De' più verd'anni! A le sembianze il Padre,

A l'amene sembianze eterno regno

Diè ne' caduchi, e per virili imprese,

Per dotta lira o canto,

Virtù non lùce in disadorno ammanto.

Morremo. Il velo indegno a terra sparto,

Rifuggirà l'ignudo animo a Dite

E 'l tristo fallo emenderà del cieco

Dispensator de' casi. E tu cui lungo

Amore indarno e lunga fede e vano

D'implacato desio furor mi strinse,

Vivi felice, se felice in terra

Visse nato mortal. Me non asperse

Del soave licor l'avara ampolla

Di Giove indi che 'l sogno e i lieti inganni

Perir di fanciullezza. Ogni più caro

Giorno di nostra età primo s'invola.

Sottentra il morbo e la vecchiezza, e l'ombra

De la gelida morte. Ecco di tante

Sperate palme e dilettosi errori,

Il Tartaro m'avanza; e 'l prode ingegno

Han la tenaria Diva

E l'atra notte e la silente riva.