8

By Guido Gozzano

Poi che il romano Uccello lo stendardo

latino impose su l'itale terre

surgesti minaccioso baluardo.

Surgesti minaccioso e nelle guerre

che devastaron la campagna opima

gran nerbo di guerrieri entro rinserre.

Allor Duca non v'era non Reina,

ma molti feditori e balestrieri

per il peggio dell'oste e la ruina.

Rozzo surgevi allora, ma tra i neri

fianchi adunavi l'impavida coorte

d'uomini armati di coraggio e fieri.

Da i tuoi muri turriti da la forte

ossatura dei fianchi da i bastioni

le bertesche gittavano la morte

su i signori feudali su i baroni

vogliosi di posar la man predace

su nuove terre e aver nuovi blasoni.

L'Evo Medio passò, ma non si tace

per anco il ferro: i Conti San Martino

nell'antico manier non hanno pace.

Il Torresan, secondo Attila, insino

questi colli per ordine di Francia

porta guerra con suo stuolo ferino.

Ma il Bassignana sua coorte slancia

e, mentre fra le braccia di Leonarda

meretrice quei dorme, ecco l'abbrancia.

Nel diruto castello fino a tarda

etade vive Donna Caterina,

sposa esemplare in epoca beffarda.

E contro il Cardinale che Cristina

di Francia come sua suddita guarda

Don Filippo difende la Regina.

Per alcun tempo qui, quando la tarda

baronìa declinò, ristette l'urna

che d'Arduino il cenere riguarda.

Ma invidiosa poi ladra notturna

viene coi bravi antica Marchesana

l'urna si toglie e fugge taciturna.

O quante larve vivono d'arcana

vita in miei sogni! Parlano gli abeti

del grande parco, s'anima la piana

dei prati illustri. Appare fra i laureti

bella ospite del Re Carlo Felice

Maria Luisa da i grandi occhi inquieti;

ed ecco il Re che un'era nuova indice,

ecco Maria Cristina sua consorte,

ecco risorta l'epoca felice.

Così mentre m'aggiro e su le morte

foglie premo col piede lungo il viale

mille imagini son da me risorte.

E tutto tace. Non il sepolcrale

silenzio rompe il suono delli squilli

non latrato di veltri. L'autunnale

luce è silente. Non canto di grilli

estivo e roco. Solo indefinito

fievole viene un suono di zampilli.

È il ferro di cavallo. Quivi ardito

sul delfino cavalca ancor Nettuno

di verde-gialli licheni vestito.

Le sirene lapidee dal bruno

manto di musco accennano al ferigno

Signor del luogo. E non risponde alcuno.

Però su l'acque in tempo eguale il Cigno

muove le palme con ritmo silente

e volge attorno l'occhio fiero e arcigno.

Sogna ancor forse Leda nelle intente

pupille nere lungo la divina

sponda d'Eurota? Ahimè, la Dea è assente.

Ma fra i mirti, fra i lauri la Regina

del luogo appare cavalcante e bionda

come bianca matrona bizantina.

Avanza il baio fino su la sponda

del bacino. Si specchia trepidante

la signora nell'acqua. E il sol la inonda.

E l'erme antiche memori di tante

Iddie pagane del bel mito assente

la rediviva Diana cavalcante

guatano immote, misteriosamente.