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By Simone Serdini

Fra le più belle logge e' gran palazzi

della città del fiore,

passeggiando il martìr che mi disface,

colsemi innudo, trasformato, Amore,

con mille suoi lacciuol, mille sollazzi,

promettendomi triegua a tanta face.

Io che desiderava la mia pace

e un fine migliore e più beato,

con effetto il seguiva e lui con frode.

El m'adornava e io credia sue lode,

finché mi giunse in mezzo dell'aguato:

io, come disarmato,

né difender possìemi e fuggir meno.

Io non m'accorsi pria ch'un arco pieno

mi giunse, che non valse a dir merzede

con tutta forza e fede:

pensa passato avesse un corpo umano

che spezzaria le tempre di Vulcano!

Suol per colpo mortale uom venir freddo,

e io fui tutto acceso

d'un fuoco ch'arderia dïaspri e marmi;

suol per piaghe d'altrui animo offeso

nimicar l'avversaro e venir reddo;

e io con umiltà consorte farmi.

Ataretemi voi, o dolci carmi,

esprimer quel ch'io sento? Io nol so dire,

ché smisurata foga il petto serra.

Trovossi mai dolcezza in mortal guerra,

e in un punto sol pianto e gioire?

Trovossi mai disire

con ira? E con piacer, odio e disdegno?

Chi 'l saprà dir? Non so qual sacro ingegno,

se non sentisse ben tutte sue prove.

A me son strane e nove,

ché volontà, ch'è del piacere un atto,

m'abonda sì ch'io torno muto e stratto.

Io dissi mal d'Amore in alcun tempo,

bench'io non mi credea

l'animoso coraggio del suo figlio;

el me ne paga ben, s'io 'l reprendea:

non tarda l'ulzïone, anzi è per tempo,

tal che poco mi val forza o consiglio.

Io so' pur incappato al fiero artiglio,

dove mai nol credetti; or mi par vano

ciò che parlar ne può lingua mortale.

Omè, che cosa è questa? O dolce male,

non conosciuto ben, non schermo umano!

Ahi, spirito villano,

come ardisti biasmare un tanto duce?

Io guardo ad ora ad or la bella luce

che m'ha data il mio dio ad un sol giogo;

né fu mai pedagogo

seguito, quanto io pronto a' santi rai,

la gloria del cui nome, Amor, tu 'l sai.

Ben si sforzò natura al mondo un dono

e far cosa perfetta,

fuor che peccò in corruzion di carne;

questa beata luce è cosa eletta

con l'anima gentil cui tanto sprono,

e l'angelico aspetto or che si parne.

Ben se ne può pregiare e gloria farne,

non dico il sangue d'uno e d'altra prole,

il paese, la terra e quelle mura;

or se n'imbelli omai tutta natura,

pregisene la terra, i poli e 'l sole,

fioretti e le vïole,

i fiumi, erbette e arborscelli ornati:

ridan le selve, i boschi, i campi e' prati,

ma più il mio cor, che tanto bene invola,

e l'anima che vola

in ciel fra' più beati in luce d'oro,

e veggio delle stelle il gran tesoro.

Le chiome, il fronte, il puro guardo e 'l riso,

e le più lustre membra,

sono i dolci rigor che 'l mio cor tène;

quel benigno sembiante è che ci assembra

un leggiadro costume <e> un spirto assiso,

le gentilezze son l'alte catene.

O gloria nostra, o fior d'ogni mio bene,

o conforto, disio, speranza immista,

dov'è suggetto il fin di vita e morte!

E s'è pur tante in me sì vaghe sorte,

quanto fia più dolente, o mente trista,

ismarrir quella vista

ch'era sola salute, or fia flagello?

Omè, lassaraila ire, animo fello,

non pensi tu quel che ten dia seguire?

Non saria mei morire

che con istento sempre stare in vita?

Elegge morte innanzi alla partita!

Miser, non vedi il tuo partire ingrato?

Tu perdi la speranza,

e la luce dagli occhi or ti fia tolta.

Omè, ch'io saccio bene ogni baldanza

tornare in guai e 'n doloroso stato

con la piena mortal ch'or mi s'avvolta.

Folleggiarai tu tanto, anima stolta?

Tu piangerai più sempre il tuo tormento,

e mille volte ancor battrai le guance.

Non vedi tu che spezzi le bilance

e séguiti l'inferno del tuo stento?

Non val dire: "Io mi pento!",

ché doppo il fatto è poco il contristare.

Non vedi tu Amor teco indignare,

tutto l'aëre e 'l ciel fartisi fosco?

Omè, ch'io mel conosco,

ma spirito m'induce a fin più caro:

or piaccia a Dio non sia tutto il contraro!

Piangan per me gli sterpi, or pianga i sassi,

ché gli occhi aver non ponno

già più liquor del ghiado al tristo petto.

O tapinello me, quanto mi fonno

cari i piaceri e mesti i primi passi,

dove prima mi fei servo e suggetto!

O solo specchio, o solo il mio diletto,

dove ti lasso? Omè, ch'io men giraggio

quel fera in fame per alpestre selve!

Io girò seguitando aspidi e belve,

per caverne, spilonche e fier viaggio;

e, quale un uom selvaggio,

girò con pianti errando infin ch'io viva.

Ove t'annidarai, anima priva,

più in queste membra rüinate e stanche?

Piangerai con gli occhi anche?

Tu n'hai ragione, e io, poi che vuol fato,

tempesta sarà fine al nostro stato!

Canzon, da quella luce or che ti spalma

tu ne girai piangendo,

e gittara'ti a' pie' della sua forma;

di' che 'l tuo sir sì se ne va stridendo,

ma pregarrai, per Dio, che servi l'alma,

ch'io l'ho lassata e pòrtomene l'orma;

di' che non fia ch'io dorma,

degno chiamando sempre il bel G santo;

poi con la pace sua ritorna al pianto.