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By Chiara Matraini Contarini

Chiara, eterna, felice, e gentil alma,

che fornito il tuo corso a mezzo gli anni,

volata sei fra l'anime beate,

volgi la vista or da' superni scanni,

che mostrar mi solei sì chiara ed alma,

e mira in quanto duol l'alta pietate

di te m'ha posto, e quelle luci amate

da te, colme vedrai di pianto amaro

bagnare il fido mio dolente petto,

però ch'ogni diletto, e

ogni mia gioia e viver dolce e caro

tolto mi fu quando da me partita

facesti, fida mia celeste scorta.

Da indi in qua non passo un'ora sola

mai senza pianto, né altro mi consola

se non la speme sol che mi conforta,

diva mia bella, ardente calamita,

di rivedersi in Cielo a miglior vita;

però che senza te rinchiusa e spenta,

esser non posso qui mai più contenta.

Più grave doglia o fiero, orribil caso

(misera) non poteva il Ciel mostrarme

di questo, ohimè, che tanto il cor previde.

Tu 'l sai s'io 'l dissi; e quel che di negarme

cercasti un tempo, un punto in ver' l'occaso

lontan sentisti alle tue luci fide.

Questo solo dal cor l'alma divide,

né quanto di rimedio il sol circonda

potria bastare a consolarmi mai;

tu solo indi lo sai,

dove scorgi la piaga alta e profonda,

né si vide già mai per la foresta,

di notte, afflitto e stanco pellegrino,

tra crude fiere e boschi, in ogni via

chiamar la sua perduta compagnia,

così dolente com'io in quella e 'n questa

parte ti chiamo ognor, sera e mattino,

per questo periglioso, atro camino,

ov'io fui sol per te cara a me stessa,

ed or m'ho in odio e vo cieca e depressa.

Dinanzi al tuo apparir, doglia e tormento

spariva, come al sol sparisce ogn'ombra,

e rallegravi il cor, sì com'ei suole

far doppo pioggia; or fosca nebbia ingombra

de' più foschi pensieri ogni momento

l'alma, che senza te null'altro vuole;

e quell'ond'or via più m'afflige e duole,

è ch'io non posso o debbo ancor morire,

dubitando da te farmi più lunge.

Così mi frena e punge

or la ragione, ed ora il mio desire

pur ti richiama: e tu di me non curi,

come sia spento il puro, ardente affetto

ver' me, cui sol non vide mai, né stella,

per questa tempestosa e ria procella.

Ne' tuoi saggi consigli ogni perfetto

discorso intesi, e vidi esser securi

tutti i miei passi, e per monti aspri e duri

rendermi lieve, e 'n mar da' fieri venti

tôrmi, e dalle Sirene e lor concenti.

Tutti ne la tua fronte i miei pensieri

veder soleva, e nel mio seno scòlte

tu le tue voglie ancor vedevi espresse,

quai gigli e rose in bel cristallo accolte

piene di casti affetti, alti e sinceri;

cosa che raro il Ciel largo concesse,

di far sempre mai in due le voglie stesse.

Così, senza saperlo, anco il tuo duolo

sentia comunque dalle parti estreme,

quanto più forte teme

l'accorta Aragne il suo nemico, solo

toccato un fil della sua tela senta;

perch'io, sentendo il tuo mortale affanno,

in orribil visione, atra e funesta,

vidi farti lasciar la mortal vesta

a cruda serpe irata e nel tuo danno

intenta solo, ond'il cor morse, e spenta

fu la tua vita il dì poscia, e contenta

si rimase ella. O cruda, acerba sorte!

O dispietata, inesorabil Morte!

Tu m'hai lasciato senza l'alma in vita,

la notte senza stelle e sole i giorni,

la terra scossa e 'l Ciel turbato e negro,

e pien di mill'oltraggi e mille scorni

veggio ov'io miri, e la virtù sbandita,

e quanto scorsi già bello ed allegro

or veggio al tuo partir languido ed egro.

Valore e cortesia per terra giacque

quel dì che ne lasciasti in doglia e pianto,

né mai più riso o canto

s'udio, ma ciascun tristo e mesto tacque,

con pianti che potean rompere i sassi

della pietade, e gravi alti sospiri;

né più sereno giorno il Cielo aperse:

Parnaso un nembo eterno ricoverse,

e' fiumi e fonti da' lor proprî giri

voltârsi indietro addolorati e lassi,

per non veder quel ch'or celato fassi

dell'empia micidial, ch'a Dio s'aspetta

di farne tarda e poi maggior vendetta.

Or, quanto a me, non ha più bene il mondo

senza te, la mia stella e il mio conforto

che fosti a l'alma travagliata e stanca.

Tu il sai, ch'essendo a me celato e morto,

nulla ved'io più bello o più giocondo

in questa vita lagrimosa e manca,

né vedrò fin che questa chioma bianca

non sia ancor tutta, e 'l vital nodo sciolto,

che mi ritiene in questo basso incarco.

O Cielo invido e parco,

Cielo oggi a impoverirmi in tutto vòlto,

perché non festi in un medesmo punto

ch'un medesmo sepolcro ambi chiudesse,

dovendo a tanto duol rimaner viva,

e del morto mio ben spogliata e priva?

Forse per far ch'a' suoi gran merti avesse

uguale il pianto, e le mie doglie impresse;

perch'io tregua non vo' col pianto mai,

e tanto il piangerò quanto l'amai.

Chi mi darà le voci, o chiaro spirto,

ch'a sì gran merto, al miserabil canto

convenghin, lassa, e al mio mortal dolore?

O come potrò mai lagrimar tanto?

O quai corone dar di lauro o mirto,

ch'ornar possan la tomba entro e di fuore?

Venner l'alme sorelle a farti onore

con le Ninfe del Serchio (ahi duro scempio)

lacere tutte e pien di morte il volto,

gridando: – Ohimè, che tolto

n'è stato oggi di gloria il nostro Tempio,

e secchi i nostri lauri e 'l nostro fonte! –

Così s'udîr per l'alte selve ombrose

voci di pianto, e' boscarecci dei

d'olmi e cipressi poi mille trofei

far per l'opre tue altere e glorïose;

e gir con mesta e lagrimosa fronte

si vider sopra il bel sagrato monte:

Androgeo! Androgeo! – gridando – come

n'hai qui lasciati soli, e 'l tuo bel nome? –

Venner poi le tue caste e pie sorelle

colme di pianto e con le treccie sparse,

e' cari figli, e' frati, e 'l padre antico

gridando: – Ahi sordo Ciel, nemiche Stelle,

Destino ingiusto e di pietà nemico,

solo al gran traditor crudele amico,

perché a tanto valor, tanta bontade,

per man sì vili il fido seno apristi?

O giorni oscuri e tristi!

O maligna, inaudita crudeltade!

Chi potrà mai soffrir sì ingiustamente

sì grave torto? E lui che il nostro cuore

fu di virtù, il vediam oggi in braccio

morto e cinto d'eterno e freddo ghiaccio –.

Così detto, da gli occhi il tristo umore

lasciaron poi cader sì largamente

sopra il bel volto e le tue luci spente,

che la stessa pietà fuggita a volo,

non poté più soffrir l'intenso duolo.

Ma te, salito ne' superni chiostri,

assiso in alta e glorïosa sede,

nulla cura mortal più cinge o preme.

Ivi del sommo Ben non hai più fede,

ma vivo e bello al suo splendor ti mostri,

cogliendo i frutti dell'eterna speme,

calcando il Fato e 'l Destin, saggio! insieme.

Ivi doglia e timor non han più loco,

ma ciascun d'alta e pura gioia vive.

Altri fonti, altre rive

godi nel Cielo e più felice foco

t'accende l'alma, e più soavi accenti;

vedi di Ninfe più leggiadre e belle

gir con teco cantando alla dolce ombra

de' sacri mirti e de' be' verdi allori,

e spirar l'aura indi soavi odori

senza mai farsi a' tuoi desir rubelle.

Ivi mi chiami e d'altre alme facelle

di me acceso, a loco ove m'aspetti,

prepari nuovi eterni, alti diletti.

Deh, se come ti calse, ora ti cale

di me, che vivo in tenebre e martiri,

porgimi la tua casta e fida mano,

e trammi dalle lagrime e sospiri

ove io mi struggo, ché ben vedi quale

poi che ti festi, ohimé, da me lontano

sia la mia vita ed ogni pensier vano

del morir mio ch'io bramo e ch'io vorrei;

né d'altro non aver più non m'incresce,

fuor di te solo, ond'esce

dal cor ogn'altra voglia a' desir miei.

Né fiera è in selva, o pesce in acqua, o 'n ramo

augello, o 'n arbor fronda, ovvero in terra

erba, o pietra si giace entro la rena,

che testimon non sia della mia pena.

Tu, Re del Ciel, cui null'asconde o serra,

prego che mandi l'alma che tant'amo

pietosa a ricondurmi al fin ch'io bramo,

dove m'aspetti e dond'io fei partita,

omai lasciando questa mortal vita.

Canzon, tu te n'andrai

dov'è spento il mio lume, ingegno, ed arte;

ivi chiusa starai

con lui, che tien di me la miglior parte,

e sopra il lembo e 'l suo bel viso santo

versa mai sempre doloroso pianto,

fin che di questa spoglia i' mi disarme,

e dolce l'oda e lieto a sé chiamarme.