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By Matteo Maria Boiardo

Donne gentile, a vui ben se convene

odir ciò che ragiona il tristo core,

novellamente preso da lo errore

che non l'occide e fuor di vita il tene.

A voi per parlar vosco se ne vene,

gentil donne e pietose,

che non seti orgogliose

come colei che spreza odir sue pene;

e bench'ormai desperi in terra aita,

piacer avrà che sua ragion sia odita.

Odite come preso a laci d'oro

fu il giovenil desir, che non sapea

che occidesser gli presi, anci credea

starsi zoioso fra quel bel lavoro.

Non avia visto a guardia de il tesoro

tra l'erbe il frigido angue,

tal che ancor ozi il sangue

nel rimembrar me agiela, e discoloro:

non avia visto il cor lo ascoso drago,

tanto d'altro mirar fatto era vago!

Dolce m'è a rimembrar il tempo e il loco,

e racontarlo a voi, come io fu' preso,

abenché il mio diletto in foco acceso,

e in giazo sia tornato ogni mio gioco.

Parrami pur che nel parlar un poco

se alenti il dolor mio,

e il gelato disio

vigor riprenda dal suo antiquo foco,

perché ne la memoria pur me aquieto,

rammentandomi il tempo che fu lieto.

Splendeami al viso il ciel tanto sereno

che nul zafiro a quel termino ariva,

quando io pervenni a una fontana viva

che asembrava cristal dentro al suo seno.

Verdegiava de intorno un prato pieno

di bianche rose e zigli

e d'altri fior vermigli,

tal che ne la memoria mia rendeno

queste Isole Beate, là dove era,

dove se infiora eterna primavera.

A primavera eterna era venuto,

al chiaro fonte che ridendo occide,

quando tra l'erba e' fior venir me vide

a lo incontro un destrier fremente e arguto.

Frenato era di fiamma, e bianco tutto,

e un fanciullo il regea

che tal ardir avea

che forza non curava o inzegno astuto;

custui con dardi caciando una fera

me fié partir dal loco dove io era.

Sì che vagando per bon tempo andai

per quei bei campi e incogniti paesi,

sinché al prato arivai, dove eran tesi

e' laci che se ordirno per mie' guai.

Quel cavalier che io dissi, sempre mai

or dietro or nanti andando,

e talor saetando,

sfavilava da li ochi accesi rai;

ma io che tenea il scudo de Minerva

ridea secur la sua virtù proterva.

Misero me, ché il tropo mio fidare

di quella adamantina mia diffesa

me impose il carco addosso che or sì pesa,

e che in eterno mi farà penare.

Sprezando de il fanciulo il saetare,

co il scudo me copria,

e per sventura mia

li ochi a' bei laci d'or veni a voltare,

che mai più bella cosa vide il sole,

benché ogni giorno intorno al mondo vole.

L'esca atrativa sua, che fuor mostrosse

di dolce umanità, mi fece sete

de pormi per me stesso ne le rete

de le qual più giamai mia vita scosse.

Quel falso caciator alor se mosse

in vista sì suave

che io gli deti la chiave

del core e dissi: – Io cedo a le tue posse,

né contra a te più mai diffesa prendo:

eccoti il scudo a terra, a te mi rendo. –

Così dicea, e sì me apparechiava

possar per sempre ne li eterni odori

che da l'erbe gentile e dai bei fiori

suavemente il loco fuor spirava;

ma mentre che a le rose me apresava

(ancor tutto me agielo

ne la memoria, e il pelo

ancor se ariza, e il viso se dilava)

scorsi una serpe de sì crudel vista

che sua sembianza ancor nel cor me atrista.

Questa superba, con la testa alciata,

disperse in tutto quel piacer che io avea,

tal che l'alma che lieta se tenea

de esser più mai contenta è disperata.

Smarita ancor de intorno pur se guata

se potesse fugire;

ma e' gli convien morire,

con tal groppo se stessa se è anodata;

con tal nodo è agropata e tanto forte

che, così presa, aspetta la sua morte.

Narato v'ho cantando la ragione

del mio grave tormento, donne care;

e se pietose alcun duol vi pò fare,

doveti aver del mio compassione.

Se alcun dirà che mia sia la cagione

de questo aspro languire,

a quel poteti dire

che contro Amor lui venga al parangone,

e provi qual sapere on qual forteza

un cor gentil diffenda da belleza.