8
By Celio Magno
Sacro e possente dio,
a Giove egual, che 'l salso umido regno
con l'acuto tridente avesti in sorte,
perché d'ira or sì pregno
ver me ti scorgo? E sì turbato e rio
d'ogn'intorno minacci oltraggio e morte?
Che bel vanto od onor fia che t'apporte
vincer debil nocchier, che, sol rivolto
a pianger meco, umil prega mercede?
È questa, ohimè, la fede
per te già data in sì benigno volto?
Deh, se 'l rigor non hai
de' tuoi più duri scogli al cor raccolto,
desto a pietà di tante angosce e guai,
cangia sì lunga guerra in pace omai.
Ma tu più sempre fero
pur cresci, e fremi per gran rabbia insano,
e sordo i prieghi miei commetti al vento.
O desir cieco e vano,
o senza freno errante uman pensiero,
ad opre sol di sua ruina intento!
Ben ogni dritto lume in lui fu spento
allor che pria con fragil legno audace
del pelago tentò le sirti e i mostri.
Non era assai ne' nostri
danni fortuna, ohimè, pronta e sagace,
s'ancor nov'armi e possa
non le giungea solcando il mar fallace?
Né bastavano i campi a le nostr'ossa,
senza a morte anco aprir sì larga fossa
Spiega in alto dal lido
giovene incauto le gonfiate vele,
da sete avara o stolta voglia spinto.
E 'n se stesso crudele,
adietro lascia il dolce, antico nido
e 'l caro padre, omai dagli anni vinto;
ch'anzi 'l partir, di morte il viso tinto,
mesto l'abbraccia, e da l'amato aspetto
torcer gli occhi non sa, languidi, immoti.
Poi, mentre al ciel fa voti
per lui, sola sua e suo diletto,
ecco sommerso, ahi lasso,
l'ode: e 'l crin bianco squarcia, e batte il petto,
e dov'ei move i suoi lamenti e 'l passo,
seco ogni fera piange, ogni aspro sasso.
Ben con util consiglio
vietò Natura, in tutto accorta e pia,
per cercar l'acque abbandonar la terra,
quando in propria e natia
stanza assegnolla al suo più nobil figlio
scevra dal mar, che la circonda e serra.
Volse anco allor ch'ai lidi eterna guerra
fesser l'onde nemiche, acciò più saggio,
del lor odio e furor temenza avesse.
Ma quel, tai leggi oppresse,
fece i pini troncando ai monti oltraggio;
e, quasi nove penne,
remi e vele spiegando al suo viaggio,
con le mal nate e temerarie antenne
sopra i liquidi campi il volo tenne.
Novo Perillo, ed empio,
misero auttor del tuo medesmo essizio,
poiché l'ingegno a sì crud'opra armasti.
Ma tu, sol d'ogni vizio
radice e fonte d'ogni infame essempio,
cieca avarizia, tu da pria formasti
l'uman tormento, e tu la via mostrasti
d'accrescer anco il mar col nostro pianto;
Tu con tal dono impoveristi il mondo.
Così giù nel profondo
de l'Oceàno, al nocchier primo a canto,
fosse già di tal arte
teco sommersa e la memoria e 'l vanto:
ch'io di quest'onde in preda or non vedrei,
giunti a notte sì amara, i giorni miei.
Dolci contrade amiche,
cui bagna il Sil co' suoi puri cristalli,
ov'indarno il desio, lasso, or m'invita;
riposte, ombrose valli,
verdi e bei colli, e liete piagge apriche,
rifugio usato a la mia stanca vita:
quanto errai, stolto, a far da voi partita,
cangiando l'erbe e i fior, l'adorne rive,
con l'alga e i sassi e con le nude arene,
e con quest'onde piene
d'orror, fontane rilucenti e vive!
Ma s'a voi mai ritorno,
non fia più che di voi mi spogli o prive;
tra voi sia la mia pace e 'l mio soggiorno,
e chiuda lieto in voi l'ultimo giorno.
E voi de lo mio core
fiamma gentil, sostegno amato e caro,
donna, specchio di fede ardente e pura,
a cui pianto sì amaro
cadde sul mio partir dagli occhi fore,
augurio ben di mia morte futura;
se pur mia stella invidiosa e dura
vuol che lontan dal volto almo e sereno,
qui, lasso, io pera in così verde etade,
vostra usata pietade
vivo ognor nel pensier mi serbi almeno,
e col cor vostro insieme
spiri eterno il mio nome entro 'l bel seno.
Mia fede il merta: e con si dolce speme
io ne vo me n' dolente a l'ore estreme.
Canzon, ben ti puoi dir parto infelice
s'a pena in luce giunta, or meco in questi
alti monti di mar sepolta resta.