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By Anton Francesco Grazzini

Se ghiribizzo venissi agli Dei

di farmi grazia, e mi dicessin: «Chiedi,

chiedi ciò che tu vuoi, che aver lo dei»;

dimmi di grazia, amico mio, che credi

tu ch'io chiedessi finalmente loro?

Ben vo' veder, se tu se' ne' miei piedi.

Non pensar già ch'io sia sì puro e soro,

che dove Mida, volgessi il pensiero:

vadin pure al bordel l'argento e l'oro.

Né creder ch'io abbia anche desidero,

ch'ognun mi si sberretti e renda onore:

io non istimo queste pompe un zero;

perché più tosto ch'esser mai signore,

eleggerei ogni misero stato:

sia pur chi vuole, o re o imperadore.

E non mi ci correbbe anche il soldato,

s'io fussi ben gagliardo più che Achille,

o come Orlando, o Ferraù fatato.

E men di vacche e buoi a mille a mille

torrei gli armenti, ed abitar col gregge,

sonando la zampogna per le ville.

Né anche ministrar di Dio la legge

vorrei con quei prelati grossi e grassi

che fanno profumate le coregge.

Né quei piacer torrei, né quegli spassi,

ch'altri han studiando, per farsi immortali:

io so ch'io vorrei ir piano a' mai passi.

Canchero venga all'arti liberali;

ché spesso son cagione altrui di fare

Patir mille disagi e mille mali.

Ma chiederei di grazia l'impazzare:

qui sol ben volgerei la fantasia;

ché sendo pazzo crederei sguazzare.

Or dunque questa volta, Musa mia,

spogliati, prego, in camicia e 'n capelli;

poi ch'io ho preso a lodar la pazzia:

e sganghera le toppe e i chiavistelli

del capo mio; tanto che nel cervello

versi mi metta sdrucciolanti e belli;

ché questo, questo è quel suggetto, quello

suggetto, ch'io tant'amo e tanto onoro,

quanto d'ogni altro è migliore e più bello.

Va, di' che come la scïenza e l'oro

esser mai possa la pazzia trovata;

ch'ella non ha né ordin né decoro.

Dunque in van s'affatica la brigata

a cercarne con arte e con ingegno;

perché ell'è grazia dal ciel gratis data.

Or entrando io nel pazzeresco regno,

distinguer son forzato e separare

pazzo da pazzo, e por termine e segno.

Che s'io volessi su le cime andare,

tutti siam noi come i popon di Chioggia,

e tutti ci possiam per man pigliare.

Chi più, chi men, nel fine ognun n'alloggia;

ma pochi sono in ciaschedun paese,

ch'abbin pazzia di quella buona foggia.

Io lascio andare i pazzi alla Sanese,

pazzucci e pazzerelli: e non sta bene

chi non ha largamente il ciel cortese;

però che sopratutto esser conviene,

chi vuol goderci, pazzo daddovero,

affatto, affatto, affatto, e bene, bene.

Se no, gli stenta: ed è un vitupero,

vederlo andar sì follemente aioni,

pien di dubbia speranza e di duol vero.

Ma chi brama veder de' begli e buoni,

l'esempio chiaro guardar gli conviene,

Giovanni appunto, il pazzo de' Falconi:

quel che tanto ciarpane addosso tiene,

penne, nappe, mazzocchi e medaglioni,

ch'un asin ne saria carico bene.

Sta tutta la mattina ginocchioni

ne' Servi, in santa Croce, in san Sebastiano,

alla Messa sonando i zufoloni.

Poi forniti gli uffici a mano a mano,

si parte, ogni uom lo chiama e lo saluta;

beato, è chi gli può toccar la mano!

Questa è la vera gioia non conosciuta:

felice sol chi pazzo vive gli anni,

e nella verde e nell'età canuta!

Questa è la vera vita senza affanni:

non può nel pazzo la disgrazia ria;

ma gode il ben, senza temere i danni.

Forse che mai la guerra, o la moria

gli dà dolor? forse quest'anno ancora

al Turco pensa, ed alla carestia?

Forse ch'ei dice: «Se non si lavora,

o mi morrò di fame, o andrò accattando?»:

il che pure a pensare altri addolora.

Ma d'ogni tempo ride e va cantando:

ognun ha per amico e per parente:

e crede esser ognuno al suo comando.

Fassi signor dal levante al ponente:

e come fosse ver, né più, né meno,

ne va facendo il grande infra la gente.

Non tien conto di nuvolo o sereno:

né freddo o caldo mai non lo tormenta:

né cura i panni suoi, com'e' si sieno.

Sia che vivanda vuol, la lo contenta;

e' mangia in ogni tempo e 'n tutt'i lati:

senza pensier la notte s'addormenta.

Si possono impiccare i magistrati,

ché indarno son le loro esecuzioni,

non sendo i pazzi alle leggi obbligati.

In van dunque per lor son le prigioni,

indarno la mannaia, le forche e 'l boia,

birri, notai, richieste e citazioni.

Quel chiacchierin d'Amor non dà lor noia:

non han martello, non han gelosia,

una man basta a cavar lor la foia.

Non dà lor doglia, né malinconia,

se muore il padre, la madre, o 'l fratello,

parente, o amico, o sia quel che si sia.

In somma non si stillano il cervello

in questa vita, né dell'altra han cura:

hanno ogni cosa per buono e per bello.

La morte, a noi così spietata e dura

solo a pensar, non temono: e non hanno

dell'inferno e de' diavoli paura.

Poi quando vien che per morire stanno,

non han pensier di moglie o di figliuoli:

e le ricchezze non dan loro affanno.

Fuggono ancor mille e mill'altri duoli;

ché come se gl'andassero a dormire,

parton di questa vita allegri e soli.

Non dan cagione a chi pianga, o sospire:

e come degni, in questa bocca e 'n quella,

lascian di lor molto tempo che dire.

O pazzia dunque dolce, buona e bella,

contr'a' colpi di morte e di fortuna

refugio, scampo, armatura e rotella;

non può già sotto 'l cerchio della luna,

nobile, ricca, o allegra ritrovarsi

cosa che ti somigli in parte alcuna.

Tu sol fai gli uomini lieti al mondo starsi:

tu sol senza le mosche doni il mele:

e pigliar pesci fai senza immollarsi.

Ma per non essere tenuto infedele,

io non vo' dir che doverria la gente

darti l'incenso ed arder le candele;

ma sì pregare Dio divotamente

ben doverrebbe ognuno, e domandare

non sanità di corpo né di mente,

né grazia alcuna in terra, in cielo, o 'n mare;

ma di quella del sacco e della fine

pazzia gli desse quanto si può dare.

Queste sarebber le grazie divine;

così avventuroso, anzi beato

si potrebbe chiamare uno alla fine.

Resta or in pace: io vo' pigliar comiato

da te, pazzia gentile, e tornar poi;

per ch'io non t'ho, quant'io dovea, lodato.

Ma, di grazia, perdonami, se vuoi,

ch'io so che tu vorrai, sì se' galante

e sì cortesi son gli effetti tuoi.

Perché con stil più dotto e più sonante

spero ancor dir quel ch'ora indietro lascio;

ed un animo ho proprio di gigante,

ben ch'alle spalle mie sia grave fascio.