87

By Celio Magno

Pur m'apri, o Febo il desiato giorno

che del mio duro essilio il fine apporta;

e la tua bella scorta

di vaghe gemme e d'or t'orna il sentiero.

Anch'io m'accingo a strada lunga e torta

per far ov'io lasciai l'alma ritorno,

spargendo il cielo intorno

de le tue lodi e del mio gaudio intero.

Felice dì, che ben vince il primiero

quando questo mio fral nel mondo uscìo:

ch'allor nascendo a le miserie venni;

or del mal che sostenni

esco; ed al fonte d'ogni ben m'invio

ch'addolcir può con sua gioia infinita

tutto il martir de la passata vita.

Rimanetevi in pace alme contrade

che 'l nobil Ebro e 'l ricco Tago inonda;

siate amica e gioconda

stanza altrui pur, che me l'albergo offende.

E s'aere in voi vital, terra feconda

di quanto ad uman uso in mente cade,

fra pace e sicurtade

d'ogni vanto qua giù degne vi rende,

ingrato però 'l sole agli occhi splende

ove ha tenebre il cor; né può presente

stato goder chi del futuro ha brama.

Benché di chiara fama

non men ricco il sen d'Adria esser si sente;

dov'ogni don del cielo alberga, e dove

bramo anzi morte aver, che vita altrove.

Oh come ardente il cor t'ama e desia,

dolce mia patria, a cui s'io vivo e spiro,

s'in me pregio alcun miro,

dopo Dio debbo il tutto, e 'l corpo e l'alma.

Come, s'al tuo splendor il guardo giro,

ineffabil divien la gioia mia!

Tu giusta e saggia e pia;

tu d'ogni alta virtù trionfo e palma;

tu vergine e reina invitta ed alma,

porto di libertà, specchio d'onore,

e tal che chi di te nasce entro il seno,

paradiso terreno,

fa dubbiar qual sia grazia in lui maggiore:

o 'l nascer uom nel mondo, o l'aver nido

in sì felice e glorioso lido.

Vedrò del mar uscir lungi le cime

de l'alte torri e de' superbi tetti

ch'al ciel sembrano eretti

non da mortal ma da celeste cura;

vedrò 'l duce regal co' padri eletti

c'hanno il fren de l'imperio alto e sublime,

ne la cui vita esprime

ogni essempio di gloria arte e natura;

vedrò de' cari miei la gioia pura

nel volto e ne' sembianti impressa e viva,

dando anch'io de la mia lagrime in pegno.

E quasi stanco legno

che da lunga tempesta in porto arriva,

beato quanto cape in mortal velo

scioglierò i voti, umìle, al re del cielo.

Deh, perché mentre il fral corporeo incarco

porta destriero al mio desir sì lento,

cangiar in quel noi sento

che d'Elicona il fonte aprio col piede?

Che giunto a la mia pace in un momento

la strada e i giorni accorcerei ch'or varco;

e ben deggio esser parco

d'ore che sì felici il ciel mi diede.

Ma 'l pensiero, il cui volo ogni altro eccede,

verso il bramato ben dispieghi i vanni,

e l'abbia sempre innanzi, e 'l miri e 'l goda:

Talché con dolce froda

del camin le fatiche e 'l tempo inganni;

e perché del piacer non manchi un'ora,

sogni dormendo i miei diletti ancora.

Ma se forse, canzon, tra via n'aspetta

morte, deh prega il ciel che la sospenda

sol tanto, e fia pietà di pochi giorni,

che dove ho 'l core io torni,

e 'l caro oggetto una sol volta renda

di quanto amo e desio lieto a quest'occhi;

e poscia a voglia sua l'arco in me scocchi.