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By Giacomo Leopardi

Quell'antiquo mio dolce empio signore

Fatto citar dinanzi alla reina

Che la parte divina

Tien di nostra natura e 'n cima sede,

Ivi, com'oro che nel foco affina,

Mi rappresento carco di dolore,

Di paura e d'orrore,

Quasi uom che teme morte e ragion chiede;

E 'ncomincio: Madonna, il manco piede

Giovenetto pos'io nel costui regno:

Ond'altro ch'ira e sdegno

Non ebbi mai; e tanti e sì diversi

Tormenti ivi soffersi,

Ch'al fine vinta fu quella infinita

Mia pazienza, e 'n odio ebbi la vita.

Così 'l mio tempo infin qui trapassato

È in fiamma e 'n pene; e quante utili oneste

Vie sprezzai, quante feste,

Per servir questo lusinghier crudele!

E qual ingegno ha sì parole preste

Che stringer possa 'l mio infelice stato;

E le mie d'esto ingrato

Tante e sì gravi e sì giuste querele?

O poco mel, molto aloè con fele!

In quanto amaro ha la mia vita avvezza

Con sua falsa dolcezza,

La qual m'attrasse all'amorosa schiera!

Che, s'i' non m'inganno, era

Disposto a sollevarmi alto da terra:

E' mi tolse di pace e pose in guerra.

Questi m'ha fatto men amare Dio

Ch'i' non devea, e men curar me stesso:

Per una donna ho messo

Egualmente in non cale ogni pensero.

Dio ciò m'è stato consiglier sol esso,

Sempr'aguzzando il giovenil desio

All'empia cote ond'io

Sperai riposo al suo giogo aspro e fero.

Misero! a che quel chiaro ingegno altero,

E l'altre doti a me date dal Cielo?

Che vo cangiando 'l pelo,

Nè cangiar posso l'ostinata voglia:

Così in tutto mi spoglia

Di libertà questo crudel ch'i' accuso,

Ch'amaro viver m'ha volto in dolce uso.

Cercar m'ha fatto deserti paesi,

Fiere e ladri rapaci, ispidi dumi,

Dure genti e costumi,

Ed ogni error ch'e' pellegrini intrica;

Monti, valli, paludi e mari e fiumi;

Mille lacciuoli in ogni parte tesi;

E 'l verno in strani mesi,

Con pericol presente e con fatica:

Nè costui nè quell'altra mia nemica

Ch'i' fuggia, mi lasciavan sol un punto:

Onde, s'i' non son giunto

Anzi tempo da morte acerba e dura,

Pietà celeste ha cura

Di mia salute; non questo tiranno,

Che del mio duol si pasce e del mio danno.

Poi che suo fui, non ebbi ora tranquilla,

Nè spero aver; e le mie notti il sonno

Sbandiro, e più non ponno

Per erbe o per incanti a se ritrarlo.

Per inganni e per forza è fatto donno

Sovra miei spirti; e non sonò poi squilla,

Ov'io sia in qualche villa,

Ch'i' non l'udissi: ei sa che 'l vero parlo:

Che legno vecchio mai non rose tarlo

Come questi 'l mio core, in che s'annida,

E di morte lo sfida.

Quinci nascon le lagrime e i martiri,

Le parole e i sospiri,

Di ch'io mi vo stancando e forse altrui.

Giudica tu, che me conosci e lui.

Il mio avversario con agre rampogne

Comincia: o donna, intendi l'altra parte,

Che 'l vero, onde si parte

Quest'ingrato, dirà senza difetto.

Questi in sua prima età fu dato all'arte

Da vender parolette, anzi menzogne:

Nè par che si vergogne,

Tolto da quella noia al mio diletto,

Lamentarsi di me, che puro e netto

Contra 'l desio, che spesso il suo mal vole,

Lui tenni, ond'or si dole,

In dolce vita, ch'ei miseria chiama,

Salito in qualche fama

Solo per me, che 'l suo intelletto alzai

Ov'alzato per se non fora mai.

Ei sa che 'l grande Atride e l'alto Achille

Ed Annibal al terren vostro amaro,

E di tutti il più chiaro

Un altro e di virtute e di fortuna,

Com'a ciascun le sue stelle ordinaro,

Lasciai cader in vil amor d'ancille:

Ed a costui di mille

Donne elette eccellenti n'elessi una

Qual non si vedrà mai sotto la luna,

Benchè Lucrezia ritornasse a Roma;

E sì dolce idioma

Le diedi ed un cantar tanto soave,

Che pensier basso o grave

Non potè mai durar dinanzi a lei.

Questi fur con costui gl'inganni miei.

Questo fu il fel, questi gli sdegni e l'ire,

Più dolci assai che di null'altra il tutto.

Di buon seme mal frutto

Mieto: e tal merito ha chi 'ngrato serve.

Sì l'avea sotto l'ali mie condutto,

Ch'a donne e cavalier piacea 'l suo dire;

E sì alto salire

Il feci, che tra' caldi ingegni ferve

Il suo nome, e de' suoi detti conserve

Si fanno con diletto in alcun loco:

Ch'or saria forse un roco

Mormorador di corti, un uom del vulgo:

I' l'esalto e divulgo

Per quel ch'egli 'mparò nella mia scola

E da colei che fu nel mondo sola.

E per dir all'estremo il gran servigio,

Da mill'atti inonesti l'ho ritratto;

Che mai per alcun patto

A lui piacer non poteo cosa vile,

Giovene schivo e vergognoso in atto

Ed in pensier, poi che fatt'era uom ligio

Di lei, ch'alto vestigio

L'impresse al core, e fecel suo simile.

Quanto ha del pellegrino e del gentile,

Da lei tene e da me, di cui si biasma.

Mai notturno fantasma

D'error non fu sì pien, com'ei ver noi;

Ch'è in grazia, da poi

Che ne conobbe, a Dio ed alla gente:

Di ciò il superbo si lamenta e pente.

Ancor (e questo è quel che tutto avanza)

Da volar sopra 'l ciel gli avea dat'ali

Per le cose mortali,

Che son scala al Fattor, chi ben l'estima.

Che mirando ei ben fiso quante e quali

Eran virtuti in quella sua speranza,

D'una in altra sembianza

Potea levarsi all'alta cagion prima:

Ed ei l'ha detto alcuna volta in rima.

Or m'ha posto in obblio con quella donna

Ch'i' li die' per colonna

Della sua frale vita. A questo, un strido

Lagrimoso alzo, e grido:

Ben me la diè, ma tosto la ritolse.

Risponde: io no, ma chi per se la volse.

Al fin ambo conversi al giusto seggio,

Io con tremanti, ei con voci alte e crude,

Ciascun per se conchiude:

Nobile donna, tua sentenza attendo.

Ella allor sorridendo:

Piacemi aver vostre questioni udite;

Ma più tempo bisogna a tanta lite.