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By Vittoria Colonna

Mentre la nave mia, lungi dal porto,

priva del suo nocchier che vive in Cielo,

fugge l'onde turbate in questo scoglio,

per dar al lungo mal breve conforto

vorrei narrar con puro acceso zelo

parte de la cagion ond'io mi doglio,

e di quelle il martir che da l'orgoglio

di nimica Fortuna e d'Amor empio

ebber più chiaro nome e maggior danno

col mio più grave affanno

paragonar, acciò che 'l duro scempio

conosca il mondo non aver exempio.

Penelope e Laodamia un casto ardente

pensier mi rappresenta, e veggio l'una

aspettar molto in dolorose tempre,

e l'altra aver, con le speranze spente,

il desir vivo, e d'ogni ben digiuna

convenirle di mal nudrirsi sempre;

ma par la speme a quella il duol contempre,

quest'il fin lieto fa beata, ond'io

non veggio il danno lor mostrarsi eterno,

e 'l mio tormento interno

sperar non fa minor, né toglie oblio,

ma col tempo il duol cresce, arde il desio.

Arianna e Medea, dogliose erranti,

odo di molto ardir, di poca fede

dolersi, invan biasmando il proprio errore;

ma se d'un tal servir da tali amanti

fu il guiderdone d'aspra e ria mercede

disdegno e crudeltà tolse il dolore;

e 'l mio bel Sol ognor pena ed ardore

manda dal Ciel coi rai nel miser petto,

di fiamma oggi e di fede albergo vero;

né sdegno unqua il pensero,

né speranza o timor, pena o diletto

volse dal primo mio divino obietto.

Porzia sovra d'ogn'altra me rivolse

tant'al suo danno che sovente inseme

piansi l'acerbo martir nostro equale;

ma parmi il tempo che costei si dolse

quasi un breve sospir; con poca speme

d'altra vita miglior le diede altr'ale;

e nel mio cor dolor vivo e mortale

siede mai sempre, e de l'alma serena

vita immortal questa speranza toglie

forza a l'ardite voglie;

né pur sol il timor d'eterna pena,

ma 'l gir lungi al mio Sol la man raffrena.

Exempi poi di veri e falsi amori

ir ne veggio mill'altri in varia schiera,

ch'al miglior tempo lor fuggì la spene;

ma basti vincer quest'alti e maggiori

ché pareggiar a quei mia fiamma altera

forse sdegna quel Sol che la sostiene,

ché quante io leggo indegne o giuste pene,

da mobil fede o impetuosa morte

tutte spente le scorgo in tempo breve;

animo fiero o leve

aperse al sdegno od al furor le porte,

e fe' le vite a lor dogliose e corte.

Onde a che volger più l'antiche carti

de' mali altrui, né far de l'infelice

schiera moderna paragon ancora,

se 'nferior ne l'altre chiare parti,

e 'n questa del dolor quasi fenice

mi veggio rinovar nel foco ognora?

Perché 'l mio vivo Sol dentro innamora

l'anima accesa, e la copre e rinforza

d'un schermo tal che minor luce sdegna,

e su dal Ciel l'insegna

d'amar e sofferir, ond'ella a forza

in sì gran mal sostien quest'umil scorza.

Canzon, fra' vivi qui fuor di speranza

va' sola, e di' ch'avanza

mia pena ogn'altra, e la cagion può tanto

che m'è nettar il foco, ambrosia il pianto.