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By Auteur inconnu

Perché, Licida mio, sì solitario

Passi i giorni, nemico all'uman genere,

Da quel di pria tanto mutato e vario?

Pur la greggia guidavi all'erbe tenere,

E sentivi cantar Montano e Corido,

Quando il fuoco d'Amor, quando di Venere.

Ed ora in volto dispettoso ed orido

A i Pastori t'involi, e par ch'abbomini

Dove è 'l pasco più verde e 'l suol più florido.

E sdegni ch'altri la sampogna nomini,

Né più curi toccar cetere e naccheri,

A te stesso odioso, al mondo e a gli uomini.

Hai lordi i panni, ahimè, tutti di zaccheri,

E vai qual Uom, cui più pensier' non pungano

Di cingersi alle fronte edere e baccheri.

Cerchi le vie, dov'orme d'uom non giungano,

E pasci l'agne tue di spine e triboli,

Da cui mani non v'ha, che latte emungano.

Ti son cari i più chiusi ermi latiboli,

Come gl'infranti muri a Gufi e a Nottole,

Cui la luce del Sol contristi e triboli.

Più non godi sentir egloghe e frottole,

Compor Montano e dar spirto a' suoi cantici,

Gonfiando pive ed asciugando ciottole.

Noi passiam lieti i dì, laddove ammantici

Or bell'ombra d'un Orno, ora d'un'Acera,

Dove più fresco il Ciel scioglie i suoi mantici.

Tu nudri il serpe in sen, ch'il cor ti lacera;

Né pensi che l'età pur troppo celere

Ci sugge il sangue ad ora ad ora e macera,

Senza ch'a' proprj danni altri l'accelere;

E cure aspre mordaci in petto accumuli,

Che poscia arte Febea non possa espelere.

Tu cerchi ch'il tuo male alfin t'intumuli;

E pria che giunga ella, ch'il tutto esanima,

Tu stesso a te vai procacciando i tumuli.

Riedi, deh riedi, ed al cantar c'inanima,

Ché ben vedrai ch'eguale all'età vetere

Vive virtù ne' boschi ancor magnanima.

Flauti e siringhe udrai, crotali e cetere

Far le selve sonar di Pisa e d'Elide,

Alto così che n'andrà 'l suono all'etere.

Già par ch'il paragon, tremanti e gelide,

Al rifiorir delle Camene Italiche,

Teman l'Andica Musa e la Sicelide.

O Melibeo, oltre le vie Tessaliche,

Oltre l'Ircane rupi, oltre il Mar Scitico,

Chi ben viver desia, convien che valiche.

Vedi ch'ognun mesce zizzania al tritico,

E per fior che si dia, prende altri lappole,

E munge altri le Capre, e fa il politico.

Dove vai, trovi tese insidie e trappole:

Io, poi che nacqui a fato avverso ed aspero,

Cerco fuggirle tutte, e tutte incappole.

Onde in provar sorte sì ria m'inaspero,

Ed odio il Mondo sì ch'ognora induromi,

Più che macigno, il cor, più che diaspero.

Di cetere e di nacchere non curomi:

Fuggo l'altrui commerzio, e solo vivomi,

Ché quanto solo son, tanto assicuromi.

Di ciò ch'altri desia ben lieto privomi,

E sol ch'all'ombra io sia d'elci e di roveri,

A gran piacere, a gran ventura ascrivomi.

Guido le pecorelle a' paschi poveri,

Ma contente pur son, poiché non temono

Che sott'erba infedel l'angue ricoveri.

Quand'arde il Sole i campi, o i venti fremono,

Mi riduco all'ovile, ed ivi giacciomi,

Fin ch'avvampa la terra o i boschi gemono.

Mungo allora la greggia, e ricco facciomi;

E benché ho poco latte, ho gran delizia,

Ché di poc'esca a mensa io soddisfaciomi.

De' tempi essa m'invola alla nequizia;

Né più bram'io, ché, se mi veste e sazia,

Questa mia povertade è mia dovizia.

Altri all'ampia Città, dove si spazia

Gran gente, porti i tener' agni a vendere

Per desio di quell'or, che poi lo strazia.

Tempo fu ch'ancor io, vago d'apprendere

D'accordar maggior voce a suon di fistola,

Ardii ver' la Cittade i passi stendere.

Vi giunsi, e intento la mirai; ma vistola

Sparsa di gente al mal oprar sollecita,

Tornai, piena di merce ancor la cistola.

E invan cura d'onor l'alma più m'ecita,

O desio di peculio il cor mi stimola

Di tornar là, dove ogni cosa è lecita.

Chi può soffrir volto, ch'ossequia e simula?

Labbro, il cui riso è nel mentir sardonico?

Lingua, che rode più d'un'aspra limula?

Ma quel che più mi rende malinconico

È che quei vizj a noi pur si dilatano,

E l'un pravo Pastor fa l'altro erronico.

Invidi fra di lor sempre si guatano;

Né quel secolo è più, quando che unanime

Tutt'Arcadia accogliea l'ombra d'un Platano?

Mancò l'età dell'oro, e cadde esanime

Colla fe' l'innocenza, e sorse il vizio,

Non pigro al suo guadagno o pusillanime.

Io di ciò fin d'allor mal presi indizio,

Ché vidi ogni Pastor con tanta smania

Sì spesso ambir nella Città l'ospizio.

Ben detestò la giovenile insania

Con infelice canto il tristo Cuculo,

Venuto a noi da Regione estrania.

Furon sentiti allor pria del diluculo

Parlar gli armenti, e vidersi poi rodere

Tutte le messi e la Locusta e 'l Bruculo.

Quanto era meglio allor la terra fodere,

Piantar le vite ed innestar gli arbuscoli,

Ch'ir sì vilmente il nostro onore a prodere!

Ben io dissi a Licisco: “I tuoi munuscoli,

Che porti alla Città, fien tuo dedecore:

Scopro chiaro i tuoi danni, e non offuscoli.

Nostro uffizio è guardar giovenchi e pecore,

Coltivar orti, e, quando l'ore avanzano,

Tendere insidie a Lodolette e a Lecore.

Tu vai nella Città, dove ognor stanziano

Miste Ciprigne a mentitor Cupidine,

E Bacco e Momo a suon di lire danzano.

V'è mal cauto Garzon, c'ho gran formidine

Che, qual vai, tal non torni”; e ben tornossene

Tutto fraude e livor, fasto e libidine.

Sicché gli altri corruppe, e, quasi fossene

Ei sol l'agnella infetta, il mal contagio

Serpendo all'altre a poco a poco andossene;

Ond'or cresciuto è sì l'uso malvagio,

Che (tranne pochi) ciaschedun pericola

Tra' flutti rei d'universal naufragio.

Ricerca ogni capanna ed ogni edicola

Per monti e valli, ognun vedrai, che medita

Ozio da Cittadin, più che da Agricola.

Arcadia, Arcadia, e quella sei, che, dedita

Alle bell'arti un tempo, esempio e specolo

Eri ad altrui, d'ogni virtù già predita?

Se qual fosti e qual sei contemplo e specolo,

Veggio che fosti già splendore e gloria,

Ed or misera sei vergogna al secolo.

Chi più cerca lasciar di sé memoria,

Segnando carmi in sulle dotte cortici,

Per farsi tra' Pastor' degno d'istoria?

Dacché diessi a cantar tra scogli e vortici

Nocchiero di Pastor fatto il grand'Azio,

Non sorge più chi a bello onor confortici.

Fama è ch'al canto suo per lungo spazio

Gisser le piante, e stesser l'onde immobili,

Quasi al musico suon del Cantor Trazio.

Restan le selve or taciturne e ignobili,

I boschi muti, aridi i prati e squalidi,

Di brutt'acque corrotti i rivi mobili.

Cantate or voi, ne' cui precordj calidi

Semi sparse natura, onde rigermini

L'antico onor d'Arcadia, e si convalidi.

Da voi nasca virtù, ch'i vizj estermini;

Da voi la terra si coltivi, e generi

Nuovi fior', nuove frondi, e nuovi germini.

Sterpate l'erbe, al prisco April degeneri;

Date agli alberi legge, e i tronchi inutili,

D'aspro verno trofei, cadano in ceneri.

Licenziose viti i tralci mutili

Sentan piangersi al piè, sicché risorgano

In nove piante più feconde ed utili.

E quando i laghi in liquid'or si sgorgano,

Esse co i rami affaticati e carichi

Più legittimi figli a Bacco porgano.

Le pendenti procelle altrove scarichi

Giuno, ch'ad ora ad or co' tempi nubili

L'ordin posto dal Ciel par che prevarichi.

Né più, fuorch'a stagion, l'aria s'annubili,

Ma zeffiro leggier sì dolce movasi,

E il Ciel tutto sfavilli e 'l Mondo giubili.

Allor fia che dal Ciel Febo rimovasi,

E, qual lungo l'Anfriso, i Tauri pascoli,

Colà, dove per voi Pindo rinnovasi.

Allor fia che, le gregge intente a i pascoli,

Sotto un lauro con voi cantando assidasi,

E ponga in premio archi, faretre, e vascoli.

Talor vinto da voi sarà che ridasi

Dell'ardir fortunato, e in cor s'esilari

Per la virtù, ch'in vostro petto annidasi.

Ecco vengono i dì felici ed ilari;

Ecco l'albor, ch'i nostri colli irradia,

Per cui tema l'invidia e si disilari.

Gonfiate omai la fistola Palladia,

Fate intorno sonar cembali e piferi,

Sicché l'Arcadia alfin ritorni Arcadia.

Già veggio, come pria, gli Alni melliferi,

Veggio all'aure ondeggiar l'erbetta tremula,

Veggio gli alberi al suol pender fruttiferi.

Veggio la Gioventude ardente ed emula

Correr solo da voi per norma togliere,

Come senno e valor s'acquista e s'emula.

Me, che mi seppi da vil cura sciogliere,

Quando per nuova e miglior via m'insemito,

Lasciate altri pensieri in mente accogliere.

Così del volgo rio m'involo al fremito;

E tuoni contra me fortuna o fulmini,

Non m'estorce dal cor sospiro o gemito;

Ché, quasi calchi dell'Olimpo i culmini,

Vivo in serena parte, e indarno stridere

Mi sento sotto il piè procelle e fulmini.

E mentre attendo a me da me dividere,

Prende egualmente della sorte istabile

E lo sdegno e 'l favor l'Alma a deridere.

Breve è 'l favor, dove null'è durabile;

Vile il furor, se non si stende e volvesi

Che in cose sottoposte al tempo labile.

Presto pompa mortal manca e dissolvesi;

Presto la Gioventù declina al senio,

E 'l tutto in poca polve alfin risolvesi.

Che fora, se per me tutto il Partenio

Biancheggiasse di gregge, e i giorni lepidi

Tutti donassi alla letizia e al genio?

Vedi i ricchi, in suo cor mai sempre trepidi,

E sempre intenti a cumular peculio,

A i dì freddi sudar, gelare a i tepidi;

E sempre paventar dal Marzo al Lulio

Non ogni aura del Ciel muova precipiti

Nembi a sterpare il vegetante edulio.

Vedili sempre mai pendere ancipiti

Sull'adunate messi, e, quali a scutica

Paleo, rotarsi intorno a i ricchi stipiti;

E la fame soffrir, ch'ognor li scutica,

Né goder più di lui, che pago rendesi

A un rio ch'ondeggia, a un arboscel che frutica.

Ma letizia mortal fin dove stendesi?

Ah ch'in sì stretto e breve giro chiudesi,

Che spesso il riso al lagrimar comprendesi.

Quanto l'uman pensier, quanto deludesi!

Crede il Fato ingannar col lieto vivere,

Ma non però dal fatal colpo escludesi;

Ch'alle rigide Parche egli fé scrivere

Su diamante immortal l'irremissibile

Ora, che volle al nostro fin prescrivere.

E rida o pianga l'Uom, non l'invincibile

Destin commuove, o fa ch'altrove liberi

Il ferrugineo stral, l'arco infallibile.

Ma se tu stesso ben teco deliberi,

Dirai lampo il gioir, che splende e oscurasi,

Sicché smarrito piè non è ch'alliberi.

Quand'era nell'età che l'Uom figurasi

Oro ciò che riluce, e crede spurio

Il dì che senza festeggiar trascurasi,

Ben mi rimembra aver con lieto augurio

Superato nel canto Alcone ed Opico,

E pende il premio ancor nel mio tugurio.

Passava il sol dall'uno all'altro tropico,

Ed io sempre cantando il vedea correre

Dall'Indico Oceano all'Etiopico.

Pochi nel corso mi vedea precorrere,

Nessuno al salto; e in lanciar dardi e iacoli

Dal segno né pur un sapea trascorrere.

Giunto poi ne' miei chiusi ermi abitacoli,

“Or che ti resta”, io dicea meco stupido,

“Di tanti lieti tuoi giuochi e spettacoli?

Ve' che sei d'ombre, anzi d'un nulla cupido,

Che, qual vento, sen va, né lascia immagine;

Ma 'l più facil sentier si fa poi rupido.”

Ciò mi prefissi in mente; e qual propagine

D'arbor gentil, ch'in rozzo tronco innestasi,

Ed altre frondi ed altri fior' propagine,

Crescea l'alto pensier, sicché in grand'estasi

Le mondane follie mirando stavami,

Qual chi vaneggia in sogno, e saggio destasi.

Talché dall'alma ad uno ad un staccavami

I contumaci affetti, e di più serie

Voglie vestendo a poco a poco andavami.

E stupia come nella folta serie

De' suoi gravi martir' l'Uom possa impavido

Col riso lusingar le sue miserie.

Allor dell'avvenir dolente e pavido

Tacqui, e la cetra appesi ad un corbezzolo,

Di cui tanto era pria bramoso ed avido.

S'or mi appare un piacer, men fuggo, e sprezzolo,

E copro il cor di tanta amaritudine,

Che per diletto a lagrimare avvezzolo.

Sola è delizia mia la solitudine,

Né, fuor che muti orrori, altro desidero,

Ché tutto altro è per me sollecitudine.

Un dì mi disse Egon: “Se 'l ver considero

Dal tuo tacere, al quale io non assenzio,

Fosti in Amicla, o i Lupi pria ti videro.”

Io mossi un riso, e 'l temperai d'assenzio,

Ch'ei non intende in loco ermo ed incondito

Quante cose m'insegna il mio silenzio.

Udisti ciò che porto in petto ascondito,

O Melibeo; né però quanto rumini

Ti svelai tutto il mio pensier recondito.

Così te ancora un giorno il Cielo illumini,

Ch'allor vedrai il ben, che l'Uom felicita,

Solo venir dal Genitor de' lumini;

E ch'ogni mal nasce da voglia illicita,

Ch'abbia usurpato alla ragion l'imperio

Nel nostro cor, qual edra in tronco implicita;

Che ei ci trae d'uno in altro desiderio,

E dal vecchio martir nel nuovo invescaci,

Regga il Sol questo o pur l'altro emisperio.

Con faccia di piacer sì l'alma adescaci,

Ma 'l piacer, che non è, manca a scrutinio,

E resta sol ciò che nel cor rincrescaci.

Chi vuol pace al dì chiaro e al gallicinio

Dalle inquiete passioni indomite,

Libero alla ragion lasci il dominio;

Ch'ella, a bella virtute amica e comite,

Qual per esperta man destriero affrenasi,

Fia che tutto de' vizj imbrigli il fomite;

E di là, dove or s'alza, ora inarenasi

L'uman desio, fugherà nembo e turbine,

Che, se zeffiro spira, il mar serenasi.

Allor ciò che n'alletti o ciò che turbine

Vedrà con ciglio egual, ch'il senso fragile

L'alma pace a ragion non è che sturbine.

Ella il terreno suo grave ed inagile

Deprime sì ch'alla sua prima origine

S'innoltra ognor più, e più spedita ed agile.

E da quella inesausta scaturigine

Tal luce attrae, che chi si degna tangere

Solleva al Ciel dalla mortal caligine.

Lui nulla puote o dilettare od angere,

Ché di queste mondane ombre ingannevoli

Non sa ben saggio cor ridere o piangere.

Di lei son io seguace, onde a' piacevoli

Scherzi mi chiami invan, che io sì reputoli,

Come a mal cauta greggia erbe nocevoli.

Sicch'al mio cor sono i tuoi preghi mutoli,

Poiché solo di me me stesso adempio,

E gli esterni piacer' sdegno e rifiutoli.

Dunque più meco omai non esser empio:

Vattene al tuo gioire, e al mio qui lasciami;

O se meco esser vuoi, siimi d'esempio.

Licida, il tuo cantar sì l'alma affasciami,

E in sì varj pensier' la mente aggirami,

Che consolami insieme e insieme ambasciami.

Quinci un pensier voglie più sagge inspirami;

Ma sorto l'altro poi, che il primo supera,

Tutto seco mi piega e seco tirami.

Se l'alma mai sua libertà ricupera,

Sicché dal senso la ragion si scarceri,

Ch'ora a lui serve, e in dignità l'esupera,

Non esigli, martir', perigli, o carceri,

Né pur minacce di crudele eccidio

Far potran più che, come or son, m'incarceri.

Il moderato tuo desire invidio,

Ch'il piè qui tien, qual peregrina Irondine,

Quanto del volo suo levi il fastidio.

E stimi tal chi in vil ricchezza abbondine,

E speri in lor, qual chi già stanco e debile

Per sostegno s'appoggi a frale arondine.

Il tuo dir stammi al cor fisso e indelebile,

E comincio a mirar con rai più rigidi

Il nostro vaneggiar confuso e flebile.

Ma già l'aria d'intorno è che s'infrigidi,

Ch'il Sol caduto nell'ondoso Oceano

Manda vapori al Ciel più crudi e frigidi.

Parto, e i desiri, ch'in cor nido aveano,

Mancano appoco appoco e via sen fuggono,

E nuovi altri migliori ivi si creano.

Tal se le nevi a i rai del Sol si struggono,

Tosto l'erbette dal terren germogliano,

Ch'almo vigor dalle dolci aure suggono.

Già le campagne di pallor si spogliano:

Non lungi è 'l Maggio, e i vaghi fior' si destano,

E gli Augelletti di cantar s'invogliano.

Non i ruscelli più nel giel s'arrestano,

Ma, mentre sciolti i nudi prati bagnano,

Fan che di nuovo e verde onor si vestano.

Senti come i lor lai meste accompagnano

Luscinia e Progne, or che fra noi soggiornano,

Sì dolcemente verso il Ciel si lagnano.

Di color' mille il monte e 'l pian s'adornano,

E la pura Colomba al Sole abbellasi,

E gli Agnelletti a pascolar ritornano.

Licida, quando il Mondo rinnovellasi,

Tutto anch'io rinnovar dentro e fuor sentomi,

Sicch'il novello all'antic'uom ribellasi.

Le passate follie detesto, e pentomi;

Ma l'alma ancor vacilla, onde pur dubito

Non ricader donde levar già sentomi.

Tu, quando sia, solleva il mio decubito:

Rinnuova i tuoi consigli; e sai ch'è solito

Presto mutarsi chi risolve sùbito.

Sai che troppo siam pigri a ciò ch'è insolito:

Terren, che s'abbandona, alfine ingioncasi,

Né cresce in un balen Perla o Grisolito,

E per un colpo sol Quercia non troncasi.