9. INNO AI PATRIARCHI, O DE' PRINCIPII DEL GENERE UMANO.

By Giacomo Leopardi

E voi de' figli dolorosi il canto,

O di misera prole incliti padri,

Lodando appellerà; molto a l'eterno

De gli astri agitator più cari e molto

Di noi men lacrimabili ne l'alma

Luce prodotti. Immedicati affanni

Al misero mortal, nascere al pianto,

E de l'etereo lume assai più dolci

Sortir l'opaca tomba e 'l fato estremo

Non la diva pietà non l'equa impose

Legge del Cielo. E se di vostro antico

Error che l'uman seme a la tiranna

Possa de' morbi e di sciagura offerse,

Grido antico ragiona, altre più dìre

Colpe de' figli, e pervicace ingegno,

E demenza maggior l'offeso Olimpo

N'armaro incontra, e la negletta mano

De l'altrice Natura; onde la viva

Fiamma n'increbbe, e detestato il parto

Fu del grembo materno, e violento

Emerse il disperato Erebo in terra.

Tu primo il giorno, e le purpuree faci

De le rotanti spere e la novella

Prole de' campi, o duce antico e padre

De l'umana famiglia, e tu l'errante

Per li giovani prati aura contempli.

Quando le rupi e le deserte valli

Precipite l'alpina onda ferìa

D'inudito fragor; quando gli ameni

Futuri seggi di lodate genti

E di cittadi romorose, occulta

Pace regnava; e gl'inarati colli

Solo e muto ascendea l'aprico raggio

Di febo e l'aurea luna. Oh fortunata,

Di colpe ignara e di lugubri eventi,

Erma terrena sede. Oh quanto affanno

Al gener tuo, padre infelice, e quale

D'amarissimi casi ordine immenso

Preparano i destini. Ecco di sangue

Gli avari còlti e di fraterno scempio

Furor novello incesta, e le nefande

Ali di morte il divo etere impara.

Trepido, errante il fratricida, e l'ombre

Solitarie fuggendo e la secreta

Ne le profonde selve ira de' venti,

Primo i civili tetti, albergo e regno

A le macere cure, inalza; e primo

Il disperato pentimento i ciechi

Mortali egro, anelante, aduna e stringe

Ne' consorti ricetti: onde negata

L'improba mano al curvo aratro, e vili

Fur gli agresti sudori; ozio le soglie

Scelerate occupò; l'immonda eruppe

Fame de l'oro, e ne le tarde membra

Domo il vigor natio, languide, ignave

Giacquer le menti; e servitù le imbelli

Umane vite, ultimo danno, accolse.

E tu da l'etra infesto e dal mugghiante

Su i nubiferi gioghi equoreo flutto

Scampi l'iniquo germe, o tu cui prima

Da l'aer cieco e da' natanti poggi

Segno arrecò d'instaurata spene

La candida colomba, e de le antiche

Nubi l'occiduo Sol naufrago uscendo,

L'atro polo di vaga iri dipinse.

Riede a la terra, e 'l crudo affetto e gli empi

Studi rinnova e le seguaci ambasce

La riparata gente. A gl'inaccessi

Regni del mar vendicatore illude

Profana destra, e la sciagura e 'l pianto

A novi liti e novo cielo insegna.

Or te, padre de' pii, te giusto e forte,

E di tuo seme i generosi alunni

Medita il petto mio. Dirò siccome

Sedente, oscuro in sul meriggio a l'ombre

Del riposato albergo, appo le molli

Rive del gregge tuo nodrici e sedi,

Te de' celesti peregrini occulte

Beàr l'eteree menti; e quale, o figlio

De la saggia Rebecca, in su la sera,

Presso al rustico pozzo e ne la dolce

Di pastori e di lieti ozi frequente

Aranitica valle, amor ti punse

De la vezzosa Labanìde: invitto

Amor, ch'a lunghi esigli e lunghi affanni

E di servaggio a l'odiata soma

Volenteroso il prode animo addisse.

Fu certo, fu (nè d'error vano e d'ombra

L'aonio canto e de la fama il grido

Pasce l'avida plebe) amica un tempo

Al sangue nostro e dilettosa e cara

Questa misera piaggia, ed aurea corse

Nostra caduca età. Non che di latte

Onda rigasse intemerata il fianco

De le balze materne, o su le rive

De l'infecondo mar l'adunca falce

E gli acri gioghi esercitasse il bruno

Agricoltor; ma di suo fato ignara

E de gli affanni suoi, vòta d'affanno

Visse l'umana gente; a le riposte

Leggi del Cielo e di Natura indutto

Valse l'ameno error, le fraudi e 'l molle

Pristino velo; e di sperar contenta

Nostra placida nave in porto ascese.

Tal fra le vaste californie selve

Nasce beata prole, a cui non sugge

Pallida cura il petto, a cui le membra

Fera tabe non dòma, e vitto il bosco,

Nidi l'intima rupe, ònde minìstra

L'irrigua valle, inopinato il giorno

De l'atra morte incombe. Oh ne l'umana

Scelerata baldanza inermi regni

De la saggia Natura. I lidi e gli antri

E le quiete selve apre l'invitto

Nostro furor; la violata gente

Al peregrino affanno, a gl'inesperti

Desiri educa; e la fugace, ignuda

Felicità per l'imo sole incalza.