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By Giacomo Leopardi

Mai non vo' più cantar com'io soleva:

Ch'altri non m'intendeva, ond'ebbi scorno:

E puossi in bel soggiorno esser molesto.

Il sempre sospirar nulla rileva.

Già su per l'alpi neva d'ogn'intorno;

Ed è già presso al giorno; ond'io son desto.

Un atto dolce onesto è gentil cosa:

Ed in donna amorosa ancor m'aggrada

Che 'n vista vada altera e disdegnosa,

Non superba e ritrosa.

Amor regge suo imperio senza spada.

Chi smarrit'ha la strada, torni indietro:

Chi non ha albergo, posisi in sul verde:

Chi non ha l'auro o 'l perde,

Spenga la sete sua con un bel vetro.

I' die' in guardia a san Pietro; or non più, no:

Intendami chi può, ch'i' m'intend'io.

Grave soma è un mal fio a mantenerlo.

Quanto posso mi spetro, e sol mi sto.

Fetonte odo che 'n Po cadde, e morio;

E già di là dal rio passato è 'l merlo:

Deh venite a vederlo: or io non voglio.

Non è gioco uno scoglio in mezzo l'onde,

E 'ntra le fronde il visco. Assai mi doglio

Quand'un soverchio orgoglio

Molte virtuti in bella donna asconde.

Alcun è che risponde a chi nol chiama;

Altri, chi 'l prega, si dilegua e fugge;

Altri al ghiaccio si strugge;

Altri dì e notte la sua morte brama.

Proverbio, ama chi t'ama, è fatto antico.

I' so ben quel ch'io dico. Or lassa andare;

Che conven ch'altri impare alle sue spese.

Un'umil donna grama un dolce amico.

Mal si conosce il fico. A me pur pare

Senno a non cominciar tropp'alte imprese:

E per ogni paese è buona stanza.

L'infinita speranza occide altrui:

Ed anch'io fui alcuna volta in danza.

Quel poco che m'avanza,

Fia chi nol schifi, s'i' 'l vo' dare a lui.

I' mi fido in colui che 'l mondo regge

E ch'e' seguaci suoi nel bosco alberga,

Che con pietosa verga

Mi meni a pasco omai tra le sue gregge.

Forse ch'ogni uom che legge non s'intende;

E la rete tal tende che non piglia;

E chi troppo assottiglia si scavezza.

Non sia zoppa la legge ov'altri attende.

Per bene star si scende molte miglia.

Tal par gran maraviglia, e poi si sprezza.

Una chiusa bellezza è più soave.

Benedetta la chiave che s'avvolse

Al cor, e sciolse l'alma, e scossa l'ave

Di catena sì grave,

E 'nfiniti sospir del mio sen tolse.

Là dove più mi dolse, altri si dole;

E dolendo addolcisce il mio dolore;

Ond'io ringrazio Amore

Che più nol sento; ed è non men che suole.

In silenzio parole accorte e sagge,

E 'l suon che mi sottragge ogni altra cura,

E la prigion oscura ov'è 'l bel lume;

Le notturne viole per le piagge,

E le fere selvagge entr'alle mura,

E la dolce paura e 'l bel costume,

E di duo fonti un fiume in pace volto

Dov'io bramo, e raccolto ove che sia:

Amor e gelosia m'hanno 'l cor tolto:

E i segni del bel volto,

Che mi conducon per più piana via

Alla speranza mia, al fin degli affanni.

O riposto mio bene, e quel che segue,

Or pace or guerra or tregue,

Mai non m'abbandonate in questi panni.

De' passati miei danni piango e rido;

Perchè molto mi fido in quel ch'i' odo.

Del presente mi godo, e meglio aspetto;

E vo contando gli anni; e taccio, e grido;

E 'n bel ramo m'annido, ed in tal modo,

Ch'i' ne ringrazio e lodo il gran disdetto,

Che l'indurato affetto al fine ha vinto,

E nell'alma dipinto: i' sare' udito,

E mostratone a dito; ed hanne estinto.

Tanto innanzi son pinto,

Ch'i' 'l pur dirò: non fostu tanto ardito.

Chi m'ha 'l fianco ferito, e chi 'l risalda,

Per cui nel cor via più che 'n carte scrivo;

Chi mi fa morto e vivo;

Chi 'n un punto m'agghiaccia e mi riscalda.