90 (RVF 105)
Mai non vo' più cantar com'io soleva:
Ch'altri non m'intendeva, ond'ebbi scorno:
E puossi in bel soggiorno esser molesto.
Il sempre sospirar nulla rileva.
Già su per l'alpi neva d'ogn'intorno;
Ed è già presso al giorno; ond'io son desto.
Un atto dolce onesto è gentil cosa:
Ed in donna amorosa ancor m'aggrada
Che 'n vista vada altera e disdegnosa,
Non superba e ritrosa.
Amor regge suo imperio senza spada.
Chi smarrit'ha la strada, torni indietro:
Chi non ha albergo, posisi in sul verde:
Chi non ha l'auro o 'l perde,
Spenga la sete sua con un bel vetro.
I' die' in guardia a san Pietro; or non più, no:
Intendami chi può, ch'i' m'intend'io.
Grave soma è un mal fio a mantenerlo.
Quanto posso mi spetro, e sol mi sto.
Fetonte odo che 'n Po cadde, e morio;
E già di là dal rio passato è 'l merlo:
Deh venite a vederlo: or io non voglio.
Non è gioco uno scoglio in mezzo l'onde,
E 'ntra le fronde il visco. Assai mi doglio
Quand'un soverchio orgoglio
Molte virtuti in bella donna asconde.
Alcun è che risponde a chi nol chiama;
Altri, chi 'l prega, si dilegua e fugge;
Altri al ghiaccio si strugge;
Altri dì e notte la sua morte brama.
Proverbio, ama chi t'ama, è fatto antico.
I' so ben quel ch'io dico. Or lassa andare;
Che conven ch'altri impare alle sue spese.
Un'umil donna grama un dolce amico.
Mal si conosce il fico. A me pur pare
Senno a non cominciar tropp'alte imprese:
E per ogni paese è buona stanza.
L'infinita speranza occide altrui:
Ed anch'io fui alcuna volta in danza.
Quel poco che m'avanza,
Fia chi nol schifi, s'i' 'l vo' dare a lui.
I' mi fido in colui che 'l mondo regge
E ch'e' seguaci suoi nel bosco alberga,
Che con pietosa verga
Mi meni a pasco omai tra le sue gregge.
Forse ch'ogni uom che legge non s'intende;
E la rete tal tende che non piglia;
E chi troppo assottiglia si scavezza.
Non sia zoppa la legge ov'altri attende.
Per bene star si scende molte miglia.
Tal par gran maraviglia, e poi si sprezza.
Una chiusa bellezza è più soave.
Benedetta la chiave che s'avvolse
Al cor, e sciolse l'alma, e scossa l'ave
Di catena sì grave,
E 'nfiniti sospir del mio sen tolse.
Là dove più mi dolse, altri si dole;
E dolendo addolcisce il mio dolore;
Ond'io ringrazio Amore
Che più nol sento; ed è non men che suole.
In silenzio parole accorte e sagge,
E 'l suon che mi sottragge ogni altra cura,
E la prigion oscura ov'è 'l bel lume;
Le notturne viole per le piagge,
E le fere selvagge entr'alle mura,
E la dolce paura e 'l bel costume,
E di duo fonti un fiume in pace volto
Dov'io bramo, e raccolto ove che sia:
Amor e gelosia m'hanno 'l cor tolto:
E i segni del bel volto,
Che mi conducon per più piana via
Alla speranza mia, al fin degli affanni.
O riposto mio bene, e quel che segue,
Or pace or guerra or tregue,
Mai non m'abbandonate in questi panni.
De' passati miei danni piango e rido;
Perchè molto mi fido in quel ch'i' odo.
Del presente mi godo, e meglio aspetto;
E vo contando gli anni; e taccio, e grido;
E 'n bel ramo m'annido, ed in tal modo,
Ch'i' ne ringrazio e lodo il gran disdetto,
Che l'indurato affetto al fine ha vinto,
E nell'alma dipinto: i' sare' udito,
E mostratone a dito; ed hanne estinto.
Tanto innanzi son pinto,
Ch'i' 'l pur dirò: non fostu tanto ardito.
Chi m'ha 'l fianco ferito, e chi 'l risalda,
Per cui nel cor via più che 'n carte scrivo;
Chi mi fa morto e vivo;
Chi 'n un punto m'agghiaccia e mi riscalda.