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Di già sorgeva il luminoso cocchio
Febo guidando, e i sottoposti colli,
E i vasti campi ad indorar, veloce
Per l'eterea magion volgeva il corso,
Già del presago augello udiasi il canto
Annunziator del rinascente giorno:
Quando in tremenda maestà raccolte
Quinci, e quindi le forti, audaci schiere
S'avvanzano del pari, alto di polve
Turbin s'innalza, e sfolgorar si vede
L'aperto campo ai luminosi raggi
De l'arme aurate, e dei lucenti acciari:
Trema percosso il suolo al grave pondo
De le turbe nemiche; in fiero aspetto
L'empia Discordia, e il rio furor precede
La sanguigna squassando accesa face;
Erra il terror pel campo, e già di Marte
L'aura fatal l'ardenti squadre investe;
Già la tromba guerriera il segno diede
Di strage annunziator: piombano a un tratte
D'ambe le parti le furenti schiere
Contro il nemico stuol; così talora
Esce feroce dal covil nascosto
Lione irsuto, e la chiomata testa
Truce scuotendo, e digrignando i denti
Contro avverso cignal, che il grifo orrendo
Audace mostra in volto fier s'avventa...
L'aste appuntate in pria vibrar le forti
Squadre marziali, ma spezzate a un tratto
Caddero queste al suol, dei ferrei scudi
L'urto impotenti a sostener; le spade
Snudano quindi, e per sentier di sangue
Scorrendo vanno, e il fido acciar ruotando
De gl'inimici al petto apronsi il varco.
Tosto il fiero Scipion su' d'alto cocchio
In minacciosa maestade assiso
Amiche turbe, esclama, orsù di Roma
La libertade difendiam, s'atterri
Il crudele oppressor, trafitto cada
L'orgoglioso tiranno, andiam, co l'armi
Vincansi le sue turme, ed ci conosca,
Che d'un Romano in cuor nò non è spento
Il coraggio, il valor; degni mostriamci
Del latin nome, e vincitore, o vinto
Il fier nemico ad apprezzarci impari.
Disse, e sferzando i rapidi destrieri
Contro si scaglia a le frementi schiere;
Seguonlo ardenti le Romane turbe
Fuoco spiranti, e cupo orror di morte
Dal fosco ciglio; il giorno oscura un folto
Nuvol di dardi, e di lanciate pietre.
A l'impeto tremendo, al fiero scontro,
A l'urto sanguinoso il forte stuolo
Si arretra, e cede al fulminante brando
Del feroce Scipion: furiosa Erinni
Questi rassembra, che d'Averno uscita
Scuota il flagello sibilante, e orrendo;
Somiglia l'elmo a le fischianti serpi
Terribil crine dei Tartarei mostri,
E vibran l'armi rilucenti raggi,
Come d'erebo ignito orride fiamme.
E già cadean di libertade infranti
I ferrei lacci, e vincitor pel campo
Del Console scorrea l'ardente stuolo,
Che qual torrente impetuoso, o scabro
Masso spiccato da la cima alpestre
D'inospitale, e dirupato monte
Strage ovunque recava, il fiero Duce
Animoso seguendo, a cui di morte
Notte letal cuopriva il ciglio orrendo:
Quando ad un tratto polveroso, e tinto
Di nero sangue il Dittator d'innanzi
Fassi a l'Eroe, che vittorioso intorno
Ruotava il brando, ed inseguìa feroce
Il fuggitivo esercito tremante;
E vieni, esclama, il tuo signore affronta,
Iniquo Duce, sprezzator malvagio
Del sovrano poter, vieni trafiggi
Quegli a cui Roma diè di se l'impero;
Vibra l'asta infedel contro il mio petto;
Il tuo nemico, il Dittator son io.
Come l'ondoso mar da opposti venti
Agitato, e commosso i vasti flutti
Al cielo innalza, e si sconvolge, e bolle
Fra l'orrido mugghiar sul curvo dorso
De lo spumante, ed arenoso lido:
Tal di Scipione in cuor l'ardente sdegno
Cupo–fremea tra le focose vampe
D'indomito furor; tosto feroce
Impugna l'asta, ed al nemico usbergo
Drizza la ferrea punta, e vibra il colpo
Rapido sì, ma più veloce un dardo
Vola fischiando, e a lui trafigge, e abbatte
L'armata destra; urlo di doglia, e rabbia
Manda il Console fier; di man gli cadde
L'asta appuntata, e non difeso il petto
Al Dittatore offrì; l'acciar guerriero
Ei tosto snuda, e contro lui s'avventa
Spirando ira, e terror, ma accorre a un tratto
Il fido stuolo, ed il piagato Duce
Cinge d'intorno, e i forti scudi oppone
Al mortifero colpo; allor fremendo
Sferza i destrieri il Dittatore, e vola
Ove ferve la pugna; il Rè Numida
Scorge, che assiso in su' d'altero cocchio
Fra l'aste, e l'armi le nemiche turme
Dispergendo inseguìa, ma d'altra parte
Fuggir rimira de l'opposte squadre
Il palpitante stuolo: il nudo acciaro
Con la destra reggendo ci si rivolge
Al Mauritanio esercito feroce;
Aura di morte, ed alto lutto il segue,
Precedelo il terror; l'orrida vista
A sostener non vale il fier Numida,
E un panico spavento occupa a un tratto
Le vincitrici schiere, e già veloci
Volgono indietro il piè; tosto le avverse,
Guerriere turbe ad inseguir si danno
L'esercito fuggente; il sangue scorre
Come torbido fiume, i morti corpi
Cuoprono il suol; le vittoriose squadre
A le vinte soggiacciono. Squassando
L'asta grondante di nemico sangue
Pel vasto campo il vincitor passeggia,
E con il fermo piè l'estinte salme
Dei Romani calpesta, e già gli sembra
Regnar sul campidoglio, e al mondo intero
Leggi dettare in maestoso aspetto,
E prostesi mirare a' piedi suoi
E popoli, e città, regni, ed imperi.
Folle! da l'alto ciel con torvo ciglio
Quirino il mira, e minaccioso il Nume
Squassa il fulmin trisulco; orrido lampo
Fende l'aria ad un tratto, il cupo tuono
Con terribil fragor tremendo scoppia,
De L'Euro più veloce il fiammeggiante
Acceso dardo piomba: il fiero Duce
Spaventato si arresta, e l'elmo altero
Co la destra percuote, un freddo gelo
A lui scorre per l'ossa; intorno volge
Dubitando lo sguardo, e il ciel rimira
Corruciarsi, oscurarsi, orride nubi
Ottenebrare il dì; Giove che annunzi?
Tremante esclama, un sì funesto augurio
Qual colpa meritò? perchè la terra
Fuma pel dardo tuo? dicea, quand'ecco
Austro veloce sorge, e in fuga pone
Procelle, e nembi, serenossi il cielo,
Ma non tranquillo ancor, con mesta fronte
Il fiero Dittator la lancia, e il brando
Tinti reggendo di Romano sangue
A la tenda marzial rivolge il passo.