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By Giacomo Leopardi

Di già sorgeva il luminoso cocchio

Febo guidando, e i sottoposti colli,

E i vasti campi ad indorar, veloce

Per l'eterea magion volgeva il corso,

Già del presago augello udiasi il canto

Annunziator del rinascente giorno:

Quando in tremenda maestà raccolte

Quinci, e quindi le forti, audaci schiere

S'avvanzano del pari, alto di polve

Turbin s'innalza, e sfolgorar si vede

L'aperto campo ai luminosi raggi

De l'arme aurate, e dei lucenti acciari:

Trema percosso il suolo al grave pondo

De le turbe nemiche; in fiero aspetto

L'empia Discordia, e il rio furor precede

La sanguigna squassando accesa face;

Erra il terror pel campo, e già di Marte

L'aura fatal l'ardenti squadre investe;

Già la tromba guerriera il segno diede

Di strage annunziator: piombano a un tratte

D'ambe le parti le furenti schiere

Contro il nemico stuol; così talora

Esce feroce dal covil nascosto

Lione irsuto, e la chiomata testa

Truce scuotendo, e digrignando i denti

Contro avverso cignal, che il grifo orrendo

Audace mostra in volto fier s'avventa...

L'aste appuntate in pria vibrar le forti

Squadre marziali, ma spezzate a un tratto

Caddero queste al suol, dei ferrei scudi

L'urto impotenti a sostener; le spade

Snudano quindi, e per sentier di sangue

Scorrendo vanno, e il fido acciar ruotando

De gl'inimici al petto apronsi il varco.

Tosto il fiero Scipion su' d'alto cocchio

In minacciosa maestade assiso

Amiche turbe, esclama, orsù di Roma

La libertade difendiam, s'atterri

Il crudele oppressor, trafitto cada

L'orgoglioso tiranno, andiam, co l'armi

Vincansi le sue turme, ed ci conosca,

Che d'un Romano in cuor nò non è spento

Il coraggio, il valor; degni mostriamci

Del latin nome, e vincitore, o vinto

Il fier nemico ad apprezzarci impari.

Disse, e sferzando i rapidi destrieri

Contro si scaglia a le frementi schiere;

Seguonlo ardenti le Romane turbe

Fuoco spiranti, e cupo orror di morte

Dal fosco ciglio; il giorno oscura un folto

Nuvol di dardi, e di lanciate pietre.

A l'impeto tremendo, al fiero scontro,

A l'urto sanguinoso il forte stuolo

Si arretra, e cede al fulminante brando

Del feroce Scipion: furiosa Erinni

Questi rassembra, che d'Averno uscita

Scuota il flagello sibilante, e orrendo;

Somiglia l'elmo a le fischianti serpi

Terribil crine dei Tartarei mostri,

E vibran l'armi rilucenti raggi,

Come d'erebo ignito orride fiamme.

E già cadean di libertade infranti

I ferrei lacci, e vincitor pel campo

Del Console scorrea l'ardente stuolo,

Che qual torrente impetuoso, o scabro

Masso spiccato da la cima alpestre

D'inospitale, e dirupato monte

Strage ovunque recava, il fiero Duce

Animoso seguendo, a cui di morte

Notte letal cuopriva il ciglio orrendo:

Quando ad un tratto polveroso, e tinto

Di nero sangue il Dittator d'innanzi

Fassi a l'Eroe, che vittorioso intorno

Ruotava il brando, ed inseguìa feroce

Il fuggitivo esercito tremante;

E vieni, esclama, il tuo signore affronta,

Iniquo Duce, sprezzator malvagio

Del sovrano poter, vieni trafiggi

Quegli a cui Roma diè di se l'impero;

Vibra l'asta infedel contro il mio petto;

Il tuo nemico, il Dittator son io.

Come l'ondoso mar da opposti venti

Agitato, e commosso i vasti flutti

Al cielo innalza, e si sconvolge, e bolle

Fra l'orrido mugghiar sul curvo dorso

De lo spumante, ed arenoso lido:

Tal di Scipione in cuor l'ardente sdegno

Cupo–fremea tra le focose vampe

D'indomito furor; tosto feroce

Impugna l'asta, ed al nemico usbergo

Drizza la ferrea punta, e vibra il colpo

Rapido sì, ma più veloce un dardo

Vola fischiando, e a lui trafigge, e abbatte

L'armata destra; urlo di doglia, e rabbia

Manda il Console fier; di man gli cadde

L'asta appuntata, e non difeso il petto

Al Dittatore offrì; l'acciar guerriero

Ei tosto snuda, e contro lui s'avventa

Spirando ira, e terror, ma accorre a un tratto

Il fido stuolo, ed il piagato Duce

Cinge d'intorno, e i forti scudi oppone

Al mortifero colpo; allor fremendo

Sferza i destrieri il Dittatore, e vola

Ove ferve la pugna; il Rè Numida

Scorge, che assiso in su' d'altero cocchio

Fra l'aste, e l'armi le nemiche turme

Dispergendo inseguìa, ma d'altra parte

Fuggir rimira de l'opposte squadre

Il palpitante stuolo: il nudo acciaro

Con la destra reggendo ci si rivolge

Al Mauritanio esercito feroce;

Aura di morte, ed alto lutto il segue,

Precedelo il terror; l'orrida vista

A sostener non vale il fier Numida,

E un panico spavento occupa a un tratto

Le vincitrici schiere, e già veloci

Volgono indietro il piè; tosto le avverse,

Guerriere turbe ad inseguir si danno

L'esercito fuggente; il sangue scorre

Come torbido fiume, i morti corpi

Cuoprono il suol; le vittoriose squadre

A le vinte soggiacciono. Squassando

L'asta grondante di nemico sangue

Pel vasto campo il vincitor passeggia,

E con il fermo piè l'estinte salme

Dei Romani calpesta, e già gli sembra

Regnar sul campidoglio, e al mondo intero

Leggi dettare in maestoso aspetto,

E prostesi mirare a' piedi suoi

E popoli, e città, regni, ed imperi.

Folle! da l'alto ciel con torvo ciglio

Quirino il mira, e minaccioso il Nume

Squassa il fulmin trisulco; orrido lampo

Fende l'aria ad un tratto, il cupo tuono

Con terribil fragor tremendo scoppia,

De L'Euro più veloce il fiammeggiante

Acceso dardo piomba: il fiero Duce

Spaventato si arresta, e l'elmo altero

Co la destra percuote, un freddo gelo

A lui scorre per l'ossa; intorno volge

Dubitando lo sguardo, e il ciel rimira

Corruciarsi, oscurarsi, orride nubi

Ottenebrare il dì; Giove che annunzi?

Tremante esclama, un sì funesto augurio

Qual colpa meritò? perchè la terra

Fuma pel dardo tuo? dicea, quand'ecco

Austro veloce sorge, e in fuga pone

Procelle, e nembi, serenossi il cielo,

Ma non tranquillo ancor, con mesta fronte

Il fiero Dittator la lancia, e il brando

Tinti reggendo di Romano sangue

A la tenda marzial rivolge il passo.