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– Sì come è donator di la letizia
sacco col delettoso suo liquore,
ch'a chi tropo ne beve dà tristizia,
gustandolo con modo alegra il core,
e chi superchio poi talor ne prende
gli noce ne la vita e ne l'onore,
così chi del desio troppo si accende
dil guadagnar, quella ansietà eccessiva
come fa il vino il core umano offende:
di probitate e caritate il priva,
né di la fama sua più si ne cura,
tanto gli è quella sete d'or nociva.
E così cangia quel desio natura:
di bono in avarazia si converte,
ché l'onestà trapassa e la misura
e sono in quello mille fraudi inserte,
quale hanno guasto il vivere modesto
e hanno al vizio mille strade aperte.
Non è più quasi ormai guadagno onesto
per il falso iudizio de gli umani,
che sol cerca oro e più non cura il resto.
Quanti infortuni e quanti casi strani
per questo a molti intervenir vedete,
sempre summersi in pensier tristi e vani;
e d'oro cessarà l'ardente sete
a quello il qual considerar ben vuole
nostre testure esser di ragno rete!
E chi potesse adimandar al Sole
di questo mondo, quanto il teria vano
sentendo sua risposta e sue parole!
– là dove è quel gran monte, fu già piano –,
direbbe, – e dove è mar, glì fu già sciutto,
e quella terra fu già corpo umano,
e qui un regno già fu, ch'ora è destrutto,
e là un fiume latissimo e profondo,
cui già abondante fonte, or secco è in tutto.
Quel piano così fertile e iocondo
per altri tempi era palude amplissima,
ma recordo non è di quella al mondo.
In questa parte una città bellissima
sedea, ch'ora di lei non s'ha memoria,
e molto populata fu e ricchissima.
Quivi ebe un tal monarca una vittoria,
che 'l tempo ingordo ha la sua fama estinta,
né più di gesti soi si lege istoria.
Così dal tempo è ancor la fama vinta –.
O amici, se ben longo secul giova
di lauro aver la dotta fronte cinta,
quanti poemi fur, ch'or non si trova
indizio alcun di lor, ché 'l tempo edace
consuma il tutto, come ancor renova!
Quanti bei visi ha già l'ora fugace
guasti coi nomi soi famosi e chiari,
più che quel per cui Troia a terra iace!
Quante arte, quanti ingegni singulari
estinti son, ché alcun vestigio loro
più non appare e già furno preclari!
Quante età belle più che quella d'oro
sono passate, quante religioni
mutate con altri inni e altro coro!
Non son perpetui di Fortuna i doni,
perché il tutto mutabile si vede,
senza che più con voi qui ne ragioni:
però chi troppo gli ama e a lei crede,
se ritrova ingannato in spazio breve,
ché ogni cosa a la fine al tempo cede.
Chi una gran massa facesse di neve,
farla durar credendo eternamente,
certo sarebbe troppo insano e leve;
e così debbe l'om saggio e prudente
stimar le cose sol quanto conviene
e amar quelle poi modestamente.
Ma quasi ognuno ormai pazza mi tiene,
per dire il vero, e il vulgo mi è inimico,
qual tien bona fortuna il sommo bene:
e se pur ora in vano io mi affatico,
come a Casandra al fin poi crederanno
per esperienza a quel che qui vi dico,
e come il villan fa meco faranno,
che non crede a' recordi del patrone,
fin che creder convengli con suo danno,
ché non gli può caper sotil raggione
nel rude petto e il suo mal costume
segue con ostinata opinïone.
Non terrà la Fortuna per suo nume
chionque gli orechi a mie parole presta
e chiara fa sua mente col mio lume,
vita non sprezzarà proba e modesta,
né patirà per aver oro quello
sia maculata la sua fama onesta
ma con virtù si farà ricco e bello –.