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By Antonio Fileremo Fregoso

– Sì come è donator di la letizia

sacco col delettoso suo liquore,

ch'a chi tropo ne beve dà tristizia,

gustandolo con modo alegra il core,

e chi superchio poi talor ne prende

gli noce ne la vita e ne l'onore,

così chi del desio troppo si accende

dil guadagnar, quella ansietà eccessiva

come fa il vino il core umano offende:

di probitate e caritate il priva,

né di la fama sua più si ne cura,

tanto gli è quella sete d'or nociva.

E così cangia quel desio natura:

di bono in avarazia si converte,

ché l'onestà trapassa e la misura

e sono in quello mille fraudi inserte,

quale hanno guasto il vivere modesto

e hanno al vizio mille strade aperte.

Non è più quasi ormai guadagno onesto

per il falso iudizio de gli umani,

che sol cerca oro e più non cura il resto.

Quanti infortuni e quanti casi strani

per questo a molti intervenir vedete,

sempre summersi in pensier tristi e vani;

e d'oro cessarà l'ardente sete

a quello il qual considerar ben vuole

nostre testure esser di ragno rete!

E chi potesse adimandar al Sole

di questo mondo, quanto il teria vano

sentendo sua risposta e sue parole!

– là dove è quel gran monte, fu già piano –,

direbbe, – e dove è mar, glì fu già sciutto,

e quella terra fu già corpo umano,

e qui un regno già fu, ch'ora è destrutto,

e là un fiume latissimo e profondo,

cui già abondante fonte, or secco è in tutto.

Quel piano così fertile e iocondo

per altri tempi era palude amplissima,

ma recordo non è di quella al mondo.

In questa parte una città bellissima

sedea, ch'ora di lei non s'ha memoria,

e molto populata fu e ricchissima.

Quivi ebe un tal monarca una vittoria,

che 'l tempo ingordo ha la sua fama estinta,

né più di gesti soi si lege istoria.

Così dal tempo è ancor la fama vinta –.

O amici, se ben longo secul giova

di lauro aver la dotta fronte cinta,

quanti poemi fur, ch'or non si trova

indizio alcun di lor, ché 'l tempo edace

consuma il tutto, come ancor renova!

Quanti bei visi ha già l'ora fugace

guasti coi nomi soi famosi e chiari,

più che quel per cui Troia a terra iace!

Quante arte, quanti ingegni singulari

estinti son, ché alcun vestigio loro

più non appare e già furno preclari!

Quante età belle più che quella d'oro

sono passate, quante religioni

mutate con altri inni e altro coro!

Non son perpetui di Fortuna i doni,

perché il tutto mutabile si vede,

senza che più con voi qui ne ragioni:

però chi troppo gli ama e a lei crede,

se ritrova ingannato in spazio breve,

ché ogni cosa a la fine al tempo cede.

Chi una gran massa facesse di neve,

farla durar credendo eternamente,

certo sarebbe troppo insano e leve;

e così debbe l'om saggio e prudente

stimar le cose sol quanto conviene

e amar quelle poi modestamente.

Ma quasi ognuno ormai pazza mi tiene,

per dire il vero, e il vulgo mi è inimico,

qual tien bona fortuna il sommo bene:

e se pur ora in vano io mi affatico,

come a Casandra al fin poi crederanno

per esperienza a quel che qui vi dico,

e come il villan fa meco faranno,

che non crede a' recordi del patrone,

fin che creder convengli con suo danno,

ché non gli può caper sotil raggione

nel rude petto e il suo mal costume

segue con ostinata opinïone.

Non terrà la Fortuna per suo nume

chionque gli orechi a mie parole presta

e chiara fa sua mente col mio lume,

vita non sprezzarà proba e modesta,

né patirà per aver oro quello

sia maculata la sua fama onesta

ma con virtù si farà ricco e bello –.