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By Chiara Matraini Contarini

Perché quel dolce nodo,

ch'Amor e la bell'anima gentile

al cor mi strinse, a ragionar m'invoglia,

benché con umil stile,

pur dirò quello ond'io m'accendo e godo

ne la mia interna e desperata doglia.

Dolce mia cara ed onorata spoglia,

a voi rivolgo i miei pensieri e l'opre,

benché gli asconda e cuopre

il mio dir basso e quello ond'al Ciel m'ergo

vostro divino ingegno,

in cui mi specchio dolcemente ed ergo:

con questi alzata, cose a dire or vegno

ch'uom mai non vide, di tal grazia indegno.

Non perch'io non intenda

ch'a tanta impresa il mio valor non sale

e vostre lode scemi oltre parlando,

ma contrastar non vale

al gran desio, che fa ch'ognor m'accenda

a dir di quel, ch'a pena altrui pensando

giugner potria dal mortal posto in bando.

Ma voi, divina mia benigna luce,

so ben che voi vedete il grande affetto,

col chiaro, alto intelletto,

dentro ne l'alma, che di fuor traluce

quando il divin splendore

la debol vista al suo morir conduce,

e qual lunge mi strugga a tutte l'ore,

e da presso m'abbagli e vinca il core.

E come potria mai

vista mortale a sì possente lume

trovar, unqua fuggendo, alcuno scampo?

Ché per proprio costume

ardon più sempre gli amorosi rai

lontan, ond'io mi struggo e 'nsieme avvampo.

O del mio volo spazïoso campo,

o sola, alta cagion de' miei martiri,

quante volte vedeste entro il mio volto

Morte? Ch'avria disciolto

il vital nodo, se da' santi giri

nova grazia e virtute

non fosse scesa, ond'io parte respiri

a ricovrar la mia persa salute,

contra a nove saette ardenti, acute.

Non per questo mi doglio

di voi, sopra il mortal luci divine,

poi ch'io fu' indutta a sospirar tant'alto,

né perché stanca al fine

mi trovi lunge assai da quel ch'io voglio

e senta darme ognor più novo assalto.

Vedete ben questo mio cor, di smalto

'nanzi a tutt'altri colpi di fortuna,

e com'a l'apparir del vostro raggio

riparo un sol non aggio

in soffrir tanta luce, e che sol una

rivolta d'occhi scuote

tanti pungenti stral che il cor aduna.

Così facesser le volubil ruote

veder a voi quel ch'or m'arde e percote.

Se voi poteste alquanto

veder l'alta, incredibile bellezza,

di ch'io ragiono, come chi la mira,

tant'estrema allegrezza

non potria il cor soffrir, beato e santo

foco gentil, dov'ogni grazia spira.

Felice l'alma che per voi sospira,

ond'io ringrazio Amore e 'l dì ch'io nacqui,

poiché mi riservâro a tanto bene

ed alzaron mia spene,

senza cui morta, innanzi, a terra giacqui;

sol (ohimè) troppo avaro

mi sete de la vista, che mantene

la vita e 'l mio martir soave e caro

rende per lungo affanno e pianto amaro.

Dico ch'ogni pensiero

di voi sì dolce in mezzo a l'alma sento,

mirando il bel che in voi mi si discopre,

ch'ogn'altro oggetto, ogn'altro ardore spento

resta nel core, allor scarco e leggero;

né potrebbon già mai parole od opre

agguagliar quello allor che in me si scopre

dell'alta mia felicitade intera,

simil a quella che nel Ciel si sente;

se non che immantenente

sparisce e fugge la mia gioia vera,

ond'io dentro e d'intorno

la vo cercando pur colà dov'era

e dico: – Ohimè, quando sarà quel giorno

ch'io faccia a tanto ben già mai ritorno? –

Vedo ben che il desire

fuor del dritto sentir troppo mi porta,

e bramo quel di ch'io son fuor di speme.

Ma la ragion, ch'è morta,

non mi pò far del laberinto uscire

dov'ei mi chiuse, e 'l duol che l'alma preme

sovrasta' sensi e la ragione insieme.

Ma se l'arbitrio a me non fosse tolto,

i' direi forse cose alte e sì nuove,

ch'altri per mille prove

non poté mai, dal suo volere accolto;

tal che, come di gelo,

chi udisse quel ch'io sento e quel ch'ascolto,

si struggeria, lasciando il mortal velo,

tutt'infiammato d'amoroso zelo.

Canzon, io sento a l'amoroso ardore

crescer nov'esca a ragionar con seco,

ond'un'altra compagna avrai con teco.