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Rime inaudite e disusati versi
ritrova il mio disdegno,
ma nel novo rimar non toca il segno
sì che al par del dolor possa dolersi.
Le voce perse indarno, i passi persi,
il perso tempo in la fiorita etade,
e tutto quel che per costei sofersi,
fan di me stesso a me tanta pietade
che un nimbo lacrimoso il cor me invoglia,
e poi da li ochi cade
né lascia fuor uscir l'ardente noglia.
E pur così confuso a scoprir vegno
quel che già ricopersi,
e così gli ochi e il cor hagio conversi
a chi me impose il peso che io sostegno.
Dove è quel tuo felice e lieto regno,
falace Amor? falace, ove è la zoglia
che me se impromettea per fermo pegno?
Miser colui che per te si dispoglia
il proprio arbitrio e la sua libertade,
con sperar che si soglia
per tempo o per pietà tua crudeltade!
Ahi, lasso me, che questo più me adoglia,
che sapendo io toa penta falsitade,
sapendo come rade
volte del seme tuo frutto si coglia,
lassai portarmi a la sfrenata voglia,
e tardi doppo il danno li ochi apersi,
tardi, ché più non fia che indi me stoglia.
Ma per qual cor gentil quai laci fersi
giamai con tanto inzegno,
quando io stesso a mia voglia me copersi
nel nodo che mostrava sì benegno?
Chi avria creduto mai che tal beltade
fosse sì cruda? e che sì ferma voglia
fosse poi come foglia,
mostrando grave fuor sua levitade?
Coperto orgoglio e finta umanitade
for quei che me pigliar senza rategno,
e che m'han posto in tal captivitade.
Fanciul protervo perfido e malegno,
che da li ochi mei versi
quel duol de che il mio cor fu tanto pregno,
parti a mia fede questo convenersi?
Crudele istelle e cieli a me perversi
che fuor creasti in lei tal nobiltade
che il perfido suo cor non pò vedersi;
crudele istelle, che tal novitade
creasti al mondo per mia eterna doglia,
mostratime le strade
che a voi ne venga e da costei mi toglia.