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Chi descriver desia le vaghe stelle
e 'l sol che gira intorno,
ma teme sì gran volo e spera e tenta,
da te cominci, il cui sembiante adorno,
è come questo e quelle,
alma reale, a vera gloria intenta.
Penna timida e lenta
veloce per desio talora i' vidi;
e come l'ocean trascorre e varca
nave gravosa e carca
ch'andò radendo gli arenosi lidi,
o pur da' cari nidi
dispiega augel le piume
e cerca o prato erboso o verde bosco
o dolce fonte o fiume,
trapassa alfin le nubi e 'l denso e 'l fosco;
tal da l'altezza ove l'altrui fortuna
ti pose anzi 'l valore,
l'ardite vele ad Euro e l'ali spando,
e cantando me 'n vo l'antico onore
che giammai non imbruna
e i gloriosi nomi intorno i' mando,
e sopra il ciel volando,
ove figura ogni stellante segno;
e risguardando va di sfera in sfera
l'ardita mente altera
le tue sembianze nel celeste regno,
se pur tu prendi a sdegno
che 'n bei colori o 'n marmi
io te contempli o pur t'adombri o finga,
e ne' sonori carmi
di pure forme i simulacri io pinga.
Ivi le scorge ove la pura luce
nulla turba ed adombra,
né l'arte vela del gran Mastro eterno
che qui le spiega quasi in nube o 'n ombra,
e de l'idea traluce
l'imago a pena al mio pensiero interno.
Dunque là su ti scerno
veracemente, e come raggio a raggio
si congiunge nel sole, a te m'unisco:
però cotanto ardisco
ché non pavento di fortuna oltraggio;
purché l'alto viaggio
non precida la sorte,
io non invidio a Febo i suoi cavalli,
mentre per vie distorte
porta la face de' celesti balli.
E non invidio l'immortal Pegaso,
a cui la fama antica
favoleggiando affisse eterne penne,
perché la mia potrà al tuo nome amica
cercar l'orto o l'occaso
e 'l polo occulto e l'altro, onde già venne
colei che pria sostenne
nel suo grembo reale il caro pondo
de le tue membra e la tua nobil salma,
in cui discese l'alma
in riva al Mincio a far più bello il mondo
e 'l mio esiglio giocondo,
quando la gentil pianta
cantai che non annida augei maligni,
bella, feconda e santa,
ma sol per sua natura aquile e cigni.
Felice stirpe, a cui sì largo il cielo
l'aquile sue comparte
che son native omai, non peregrine,
perch'una voli ond'Aquilon si parte
ed ingombri di gelo
le rive del tuo fiume e le vicine;
l'altra ad altro confine
ond'Austro move la ventosa pioggia,
e l'altre due se 'n vanno a Tile, a Battro;
e così tutte quattro
le divide col mondo e 'nsieme alloggia;
né tanto cresce o poggia
pianta fra Siri ed Indi,
e la vittoria in terra albergo felse:
fra tanto quinci e quindi
pendono scettri d'oro e spoglie eccelse.
Ma questi e i duci fortunati egregi
che se n'ornaro in guerra,
e quei che d'ostro circondar le chiome,
e la gemina laude e i veri pregi
ch'illustrar già la terra
spero cantar col tuo lodato nome;
e l'ire vinte e dome,
e le voglie recise e tronche in erba
che tutte son trofei nel forte petto,
torre d'alto intelletto,
e tutte glorie de l'etate acerba,
Oh! se pietà mi serba
a quel che volgi e pensi,
e 'ntanto pur col mio pensiero ascendo
dove non vanno i sensi,
e quel ch'il mondo onora in cielo apprendo.
Canzon, per tutti i cerchi
ne le parti del ciel pure e tranquille
intorno il sommo Re ne l'alto seggio
tutte le cose io veggio
ne gli ordini sembrar com'ei partille,
luci, fiamme e faville.
Tu ne le prime guarda
che fan corona al primo e quasi tempio:
questa m'illustri ed arda
ch'è principio de gli altri e vero esempio.