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By Torquato Tasso

Chi descriver desia le vaghe stelle

e 'l sol che gira intorno,

ma teme sì gran volo e spera e tenta,

da te cominci, il cui sembiante adorno,

è come questo e quelle,

alma reale, a vera gloria intenta.

Penna timida e lenta

veloce per desio talora i' vidi;

e come l'ocean trascorre e varca

nave gravosa e carca

ch'andò radendo gli arenosi lidi,

o pur da' cari nidi

dispiega augel le piume

e cerca o prato erboso o verde bosco

o dolce fonte o fiume,

trapassa alfin le nubi e 'l denso e 'l fosco;

tal da l'altezza ove l'altrui fortuna

ti pose anzi 'l valore,

l'ardite vele ad Euro e l'ali spando,

e cantando me 'n vo l'antico onore

che giammai non imbruna

e i gloriosi nomi intorno i' mando,

e sopra il ciel volando,

ove figura ogni stellante segno;

e risguardando va di sfera in sfera

l'ardita mente altera

le tue sembianze nel celeste regno,

se pur tu prendi a sdegno

che 'n bei colori o 'n marmi

io te contempli o pur t'adombri o finga,

e ne' sonori carmi

di pure forme i simulacri io pinga.

Ivi le scorge ove la pura luce

nulla turba ed adombra,

né l'arte vela del gran Mastro eterno

che qui le spiega quasi in nube o 'n ombra,

e de l'idea traluce

l'imago a pena al mio pensiero interno.

Dunque là su ti scerno

veracemente, e come raggio a raggio

si congiunge nel sole, a te m'unisco:

però cotanto ardisco

ché non pavento di fortuna oltraggio;

purché l'alto viaggio

non precida la sorte,

io non invidio a Febo i suoi cavalli,

mentre per vie distorte

porta la face de' celesti balli.

E non invidio l'immortal Pegaso,

a cui la fama antica

favoleggiando affisse eterne penne,

perché la mia potrà al tuo nome amica

cercar l'orto o l'occaso

e 'l polo occulto e l'altro, onde già venne

colei che pria sostenne

nel suo grembo reale il caro pondo

de le tue membra e la tua nobil salma,

in cui discese l'alma

in riva al Mincio a far più bello il mondo

e 'l mio esiglio giocondo,

quando la gentil pianta

cantai che non annida augei maligni,

bella, feconda e santa,

ma sol per sua natura aquile e cigni.

Felice stirpe, a cui sì largo il cielo

l'aquile sue comparte

che son native omai, non peregrine,

perch'una voli ond'Aquilon si parte

ed ingombri di gelo

le rive del tuo fiume e le vicine;

l'altra ad altro confine

ond'Austro move la ventosa pioggia,

e l'altre due se 'n vanno a Tile, a Battro;

e così tutte quattro

le divide col mondo e 'nsieme alloggia;

né tanto cresce o poggia

pianta fra Siri ed Indi,

e la vittoria in terra albergo felse:

fra tanto quinci e quindi

pendono scettri d'oro e spoglie eccelse.

Ma questi e i duci fortunati egregi

che se n'ornaro in guerra,

e quei che d'ostro circondar le chiome,

e la gemina laude e i veri pregi

ch'illustrar già la terra

spero cantar col tuo lodato nome;

e l'ire vinte e dome,

e le voglie recise e tronche in erba

che tutte son trofei nel forte petto,

torre d'alto intelletto,

e tutte glorie de l'etate acerba,

Oh! se pietà mi serba

a quel che volgi e pensi,

e 'ntanto pur col mio pensiero ascendo

dove non vanno i sensi,

e quel ch'il mondo onora in cielo apprendo.

Canzon, per tutti i cerchi

ne le parti del ciel pure e tranquille

intorno il sommo Re ne l'alto seggio

tutte le cose io veggio

ne gli ordini sembrar com'ei partille,

luci, fiamme e faville.

Tu ne le prime guarda

che fan corona al primo e quasi tempio:

questa m'illustri ed arda

ch'è principio de gli altri e vero esempio.