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Tu, che segui la pace e fai d'intorno
la terra più felice e più feconda,
e porti i dolci frutti e i vaghi fiori;
e tu, che 'l ciel sereni e l'aura e l'onda,
uscite insieme il desiato giorno
che Margherita e le compagne onori.
Pene, affanni e dolori,
pioggia di lacrimar, nebbia di sdegno,
strazio o tormento indegno
non turbino o sospiri a mille a mille
parti così tranquille;
né fortuna il viaggio o tardi o rompa,
ma vi spieghi reale altera pompa.
Da l'uno a l'altro mare a lei si mostri
quanto d'Ercole invitto il figlio regge
e quanto almo paese accoglie e serba,
e i popoli cui frena antica legge,
e serici trapunti e gemme ed ostri,
che far non ponno alma gentil superba;
e con l'etate acerba
a prova la natura in ogni cenno
scopra valore e senno
in teatro, in consiglio, in giostra, in danza,
non sol varia sembianza
e varie insegne e penne sparse a' venti
e co' destrier feroci arme lucenti.
Sol, che l'opre mortali e le fatiche
illustri da sì grande ed aureo cinto
che la fortuna e 'l fato annoda e serra,
ed albergando con le stelle amiche
di varie forme vedi il ciel dipinto
e teco ogni altro che si volge ed erra,
mira la nobil terra
quasi gran fascia che l'Italia fenda
e fra due mar si stenda:
ha questa il suo bel sole e chiari lumi
sono i santi costumi;
e 'l carro, a cui son l'ore intorno ancelle,
è virtù non soggetta a fere stelle.
È qui l'altero Po, di cui l'imago
nel ciel risplende, e fortunata nave
che gloriosi eroi conduce e porta,
e con bellezza placida e soave
giusta Vergine ancor; né fero Drago,
né Scorpio incontra la sua bella scorta,
né capo o chioma attorta
d'orribili serpenti a' suoi viaggi
sparge infelici raggi;
ma gregge mansueto e senza tosco
fere in campagna e 'n bosco;
né vi rugge leon, che l'ire accoglia,
ma d'Alcide è trofeo più ricca spoglia.
Altre spoglie, altre palme, altra corona,
altre fatiche guarda e 'n altre imprese
più libero valor e 'n altro campo,
né men saldo di quel che poi difese
mortali strette o vinse a Maratona
ch'a' Persi non giovò riparo o scampo,
splender con chiaro lampo;
né d'un regno due regi or degni estima
come fé Sparta in prima
una sola città, ma 'n tre succede
al padre il figlio erede,
e 'n tre luoghi fermando un seggio altero
è tre volte possente e tre guerriero.
In così bella parte e sì felice
sparga le grazie Margherita e versi
qual nova luce i raggi e la rugiada;
e mieta chiara gloria in dolci versi
via più di Cleopatra o Berenice
o di lei ch'adoprò l'amata spada:
lieta e vaga contrada,
fortunato paese, almo terreno,
aer puro e sereno,
valor senza onestà fra noi non serpe
come troncata serpe,
ma in lei vegg'io, s'altri il divide e spezza,
com'è perfetto onor, casta bellezza.
Ella non mostra mai barbaro orgoglio,
come solea regina in Menfi adorna
o l'altre che son già nude ombre e polve;
ma cortesia con umiltà soggiorna
dov'ella siede e fugge ira ed orgoglio,
e 'l timor si dilegua e si dissolve.
E s'ella a te si volve,
atti non vede o portamenti estrani,
non sembianti inumani,
non ode feri accenti, aspra favella
di gente a Dio rubella,
non diverso parlare o suon discorde
qual armonia di mal temprate corde.
Canzon mia, d'onorarla
vedrai più che 'l poter la voglia pari
fra i monti alpestri e i mari;
tu dì, se trovi intoppo al tuo desio:
"Son de la turba anch'io,
e fra cavalli ed armi e chiara tromba
Margherita e 'l suo pregio in me rimbomba".