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By Celio Magno
Pien di lagrime gli occhi e 'l cor di doglia,
avara, invida tomba, a te ritorno
che del saggio Venier l'ossa rinchiudi,
per rinovar nel suo funesto giorno
debite essequie a l'onorata spoglia
fra pensier di sua morte acerbi e crudi.
Qui Febo e 'l coro suo tutti i lor studi
pongano in celebrar l'amato nome,
fatta di sé corona al mesto sasso;
qui di letizia casso
il lauro sfrondi le sue verdi chiome;
qui Venere e le Grazie e degna schiera
di sacri spirti ad un pianga e si lagni,
e in lodar lui la propria lingua onori.
Vestasi il ciel, sì come i nostri cori,
d'oscuro velo, e 'l mio pianto accompagni;
pianga il figlio diletto in benda nera
questa d'Adria gentil reina altera:
e 'l suon di così giusti, aspri lamenti
portin pietosi in ogni parte i venti.
Giunt'era ei già con gli anni a quella etate
che più maturi e più perfetti rende
de l'alme nostre in questa vita i frutti,
quando più la ragion de' sensi prende
l'imperio, e gode in propria libertate
de' suoi desiri al vero ben ridutti;
e colmo qui fra noi se n' gia di tutti
quei doni onde virtù beato uom face
e di quanti bei fregi ornan la mente.
Cor di bontate ardente,
di Natura e di Dio fedel seguace;
sublime ingegno, ti cui felice volo
dovunque giunger brama ha facil varco,
tanto umil più, quanto più in alto sale;
nobil costume a cui d'onor sol cale,
d'ogni men degna e bassa voglia scarco;
senno e valor nel mondo o raro o solo
e di bell'opre un glorioso stuolo:
furon doti di lui ricche e superbe;
or con lui spente, a noi son piaghe acerbe.
scorgeasi fuor dal suo benigno aspetto
un vivo raggio del bel lume interno
che d'amor riverente i cori empia;
e da la dotta lingua un fiume eterno
d'alta eloquenza e di saper perfetto,
che rendea sazia l'altrui sete, uscia.
Gentilezza, modestia e cortesia
eran fide compagne al caro fianco:
che non avean più dolce albergo altrove.
Quando fia ch'uom si trove
di giovar più bramoso e meno stanco?
Ben sapea che per farsi a Dio simìle
non tenta studio uman via più sicura,
né che di questa più l'innalzi al cielo;
ma ver la cara patria arse di zelo
tal, che sembra di ghiaccio ogn'altra cura,
tutto a lei dopo Dio divoto umìle.
O sol di scettro degna alma gentile
e ch'aprissero a lei per gloria loro
la terra e 'l mar tutte le gemme e l'oro!
Chi poi spiegar poria le lodi a pieno
de' dolci carmi suoi senza il soccorso
de la medesma sua famosa lira?
Nacque in grembo a le Muse; e prese il corso
là 've Parnaso il proprio aspetto ameno
nel chiaro specchio del suo fonte mira;
e giunto al colmo, ov'altri indarno aspira,
de l'onde sacre ebbe; e lieto il lauro
piegò suoi rami in premio al degno crine.
Poi di lui le divine
rime Febo raccolse, alto tesauro:
le quai, se per temprar il duol talora
di sua perdita amara o legge o canta,
via più 'l cor turba e 'l sen di pianto bagna.
Né men tristo ad ogn'or per lui si lagna
che già per quei più chiari, ond'ei si vanta,
e che più 'l suo bel colle e 'l mondo onora.
Questo don, per cui sol mirabil fora
il pregio suo, può dirsi un raggio in lui
che fu sì chiaro sole agli occhi altrui.
E benché a' piedi infermi: aspra, importuna
doglia la notte e i dì facesse oltraggio,
che per tant'anni in cruda guerra il tenne,
non però cesse il franco animo e saggio
a l'iniquo furor di ria fortuna:
anzi più chiaro il suo valor divenne.
Tal fertil pianta, a cui dura bipenne
la scorza incida o tronchi intorno i rami,
più vigor prende e si rinova e cresce;
ché 'l danno util riesce
in cor che sol virtute apprezzi ed ami.
Pigra, inerme chiamar vita si deve
che senza oprar l'interne forze passi
contra quel che combatte i sensi e l'alma;
né s'agguagli alcun'altra a quella palma
che 'l dolor che le membra e 'l cor trapassi,
soffrendo vince, e frutto indi riceve.
Così fe' 'l peso intolerabil leve,
l'invitto spirto; e sovra i forti eroi
chiuse con doppia gloria i giorni suoi.
Però d'ogni virtù lucente e puro
specchio non sol tra noi vivendo apparse,
ma fuor lungi diffuse altrove il lume;
tal che 'l suo nome in ogni clima sparse
la Fama, né da lei spiegate furo
per alcun mai più volentier le piume.
E quasi il tempio in cui d'Apollo il nume
riverì Delo era il suo proprio nido:
ove stuol suo divoto ognor concorse,
che stupido in lui scorse
per prova il vero assai maggior del grido.
Ivi fioria non men ch'in Elicona
coro gentil di saggi, eletti spirti,
d'ogni valor, d'ogni bel vanto amici;
ivi assai più ch'altrove i dì felici
menava Febo, e di lauri e di mirti
per man di lui porgeva ai crin corona;
e mentre del lor canto il ciel risuona,
Nettuno, allor che più fremean le sponde,
quetava per udirlo i venti e l'onde.
Giace or estinto; e qual rifugio o scudo
trovar, lasso, io potrò contra l'assalto
del duol che 'l cor m'opprime insano e cieco?
Ma poiché 'l mio valor non va tant'alto,
vivrò di pace e di conforto ignudo,
spento chi di mia speme il meglio ha seco.
Quanto ben, quanta gioia allor fu meco
mentre in terra albergasti, alma felice!
Quanto più chiari il sol m'aperse i rai!
E me stesso pregiai
ne la tua grazia, mia vera beatrice;
né di cotanto onor mi fece degno
altro più che mia fede: in cui scorgesti
voler che mai dal tuo non torse il ciglio.
Tu la voce, la man, l'opra e 'l consiglio
pronti al mio ben, più ch'al tuo proprio, avesti,
dolce di mia fortuna alto sostegno;
tu fido lume al mio debile ingegno;
tu mio ricco ornamento: ed è tuo dono
quel ch'io so, quel ch'io vaglio e quel ch'io sono.
Ahi cruda morte e ria, quanto in un punto
Prezioso tesoro al vento hai sparso!
Che più di caro a me nel mondo avanza?
Ahi, come il ciel di quel che dona è scarso,
e poco dolce a molto amaro è giunto!
Come ha 'l dolor vicin nostra speranza!
Misera umana vita, oscura stanza
di pena e pianto; in cui se pur riluce
qualche raggio di ben ch'appaghi il core,
è sol per far maggiore
il mal, ché doppio poi tormento adduce.
Ma se spogliato di tutt'altro io vivo,
tor già non mi potrà l' empio destino
ch'ad onta e scorno de' suoi colpi acerbi
dentro il mio petto in mezzo 'l cor non serbi
l'amato nome, il suo valor divino
e 'l foco di mia fé più sempre vivo.
E quando anco i' sarò di spirto privo,
sfavillerà di grato affetto e pio
verso la sua memoria il cener mio.
Or tu dal ciel dove beata siedi,
anima eletta, i miei sospiri ascolta,
e fra lor gli onor tuoi sparsi e confusi.
E se la lingua a celebrarti volta
lungi è dal merto ond'ogni segno eccedi,
pronto voler la debil forza iscusi.
Né qual poveri sian miei versi esclusi:
Ch'adorna ancora il ciel minuta stella,
né sdegna i picciol rii l'immenso mare.
Tu, Febo, tu fa chiare
l'alte sue lodi, e tu, pregiata e bella
schiera che qui col mio mesci il tuo pianto,
fate illustre vendetta incontra morte
del colpo reo che 'l cor tanto v'offese.
E com'ei tutto ad onorarvi intese,
così lauro più bel non si riporte
tra voi che per cantar suo nobil vanto:
e risuoni il suo nome in ogni canto
finché d'intorno a la terrena mole
avrà girando e corso e luce il sole.
Ecco Febo, canzon, che del su' alloro
corona sceglie e 'l bel sepolcro n'orna;
e le compagne dee spiegando il grembo
versan sul marmo un odorato nembo
di quanti fiori è primavera adorna;
segui l'essempio e tu del sacro coro:
ch'io de l'ossa in onor ch'amo ed adoro
verserò qui da l'aspre piaghe interne,
quasi sangue del cor, lagrime eterne.