A CIAPIN

By Giovanni Pascoli

Quella vendemmia ch'hai deposta, senza

libarne, pura, nel cellier di sotto,

tre anni fa, per l'ora che in licenza

venga Pinotto;

quella vendemmia che sgorgò dal cerro

del masso, credo; ch'odiò la fonte;

ch'altra non ebbe tanto del tuo ferro,

ferreo Piemonte;

quella vendemmia che ribollì scossa

tutta da un cupo palpito alla prima

luna di marzo, come l'onda rossa

d'Abba Garima;

e ch'ora tiene nel suo forte vetro,

come in un muto e forte cuor, costretta

l'ira d'allora e il lungo pensier tetro

della vendetta:

Ciapin fedele, frema negli oscuri

vetri segnati dalla cauta cera,

quella vendemmia! resti ancor, maturi

quella barbèra!

Non beva il vino dell'eroe chi chiede

al vin l'oblìo del cuore e delle gambe

tremule! Ei vive: là vagar si vede,

solo, tra l'ambe.

Serbalo il vino dell'eroe che tace

ma vive. Ignote costellazioni

lui fissano e, con occhi tra le acace

tondi, i leoni.

Serbalo il vino dell'eroe che vuole

quello che vuole, e là resta al comando

suo, donde, certo e allegro come il sole,

tornerà, quando...

Serba per quando, ciò che ha fermo in cuore,

coi nostri pezzi che al ghebì selvaggio

son come cani, e con il nostro onore

ch'è come paggio...

Serba la tua purpurea barbèra

per quando, un giorno che non è lontano,

tutto ravvolto nella sua bandiera

torni Galliano.