A GASPARE FINALI

By Giovanni Pascoli

E teco io sono in questo dì che augusto,

co' tuoi nepoti, all'ombra del lavoro

tuo, siedi e narri che piantavi arbusto

l'elce, per loro:

l'elce che spande a molto ciel le rame

forti, e nel tronco, ove sarebbe il cuore,

chiude un segreto murmure, uno sciame

d'api canore.

Anch'io son teco. Son partito all'alba

dal mio San Mauro. Sotto la rugiada

era, tra siepi ingombre di vitalba,

bruna la strada.

E nei cantieri ondavano le messi

con, sopra, un volo taciturno e nero

di rondinelle. E c'erano i cipressi

d'un cimitero.

E un primo raggio balenò dal mare

sopra i cipressi: e se n'udìa lontano

un pispillìo d'uccelli, un conversare

d'anime, piano

piano. Io seguiva. Ed era fermo e solo,

che ancor dal cielo non pioveva il caldo,

nella mia strada, udendo l'usignolo

piangere a Gualdo.

A Gualdo, solo e fermo ero, press'una

siepe fiorita, assai grande, assai folta:

c'era al suo piede il resto d'una bruna

croce travolta.

E nella siepe si pasceva un mondo

di coccinelle; e dalla sua fiorita

sorgeva un gaio strepito, un giocondo

rombo di vita.

E io seguiva. O forse non conosco

la mia Romagna, i suoi villaggi, i doppi

delle sue chiese? Non è quello il Bosco

grigio tra i pioppi?

Il Bosco chiaro per l'agreste fiera

di San Lorenzo? di quel dì... Ma sono

con te, Finali, o nostra mente austera,

cuore mio buono!

Beviam la gioia dell'albana bionda

per ciò che più nel forte cuor ti piaccia!

Ma prima, il viso lascia che nasconda

tra le tue braccia.