A GIUSEPPE MULTEDO

By Niccolò Tommaseo

Te, come donna sconosciuta ancora,

che la voce e l'andar suo c'innamora,

o Corsica, pensai con lieto amor.

Quando vidi spuntar le Sanguinare,

figlie gemelle tue, cui bacia il mare,

e Aprile il capo e il lembo orna di fior',

parvemi quasi di finir l'esiglio:

Italia! Italia! dissi: ogni tuo figlio

stimai fratello, e gli tendea la man.

Ma freddi o schivi i più de' tuoi vedea

d'Italia al nome: e il cor mi si facea

come d'amante ch'ha sperato invan.

Gli è ver ch'italo ferro il piè ti strinse;

che Genova tiranna a te s'avvinse,

s'avvinse a te come serpente suol,

che, vecchio e stanco, all'ali s'aggroviglia

d'aquila giovanetta: ella gli artiglia

le squammee spire, e morde, e tenta il vol.

Ma se del tuo nemico a te diletta

l'acre dolor, compiuta è la vendetta:

dalle tue rupi il torrido soffiò

vento, che di lontane onde l'altera

regina un tempo, ligure bandiera

con la spezzata antenna in mar lanciò.

Itala terra sei. Nell'accorata

delle tue donne funeral ballata

spirano i suoni che il mio Dante amò.

Ai pingui colli dell'Euganeo suolo,

alle balze del ripido Niolo

l'alber medesmo i suoi germi fidò.

Ebbe anch'Italia antichi i suoi tiranni

li prese e ruppe; e, di famosi affanni,

per agognate vie, bella salì.

E d'Amalfi a Milan, d'Adria a Tortona

fitte, siccome i pini in Vizzavona,

città pugnaci pullulâro un dì;

città, di re terror, donne di regni;

e volâro e posâr' gl'itali ingegni,

delle terre e dell'onde imperator'.

Quell'odio che i tuoi figli, Isola forte,

consuma, e ad uno ad un li getta a morte,

provincie intere divorava allor.

Non dalla macchia a notte o a dubbia mane,

in pien meriggio, al suon delle campane,

dagli alti merli e sull'aperto pian

si ferivano a mille; infin che, altero

de' falli nostri, il vigile straniero,

venne e legò le parricide man.

L'odio, miseri noi, l'odio ci ha sfatti:

alla febbre de' rabidi misfatti

il letargo seguì de' turpi amor.

Scuola ti sia l'esempio: e dona a noi

memore pianto. Né scordarti puoi

ch'italo sangue a te batte nel cuor.

Sempre Italia sarai. Sento venire

di versi un'armonia, ch'al mio partire

fra i poggi e l'acque di Bastia volò.

Puro così d'Arquà sulle pendici,

così de' cedri tuoi nelle felici

aure, Benaco, l'usignuol cantò.

Segui a più alta via, dolce poeta:

ne' tuoi fratelli generosa e queta

spira col canto un'armonia d'amor.

Me di nuovi dolor' lieto desio

altrove chiama. Austera Isola, addio:

non obbliare il profugo cantor.

Sai di che schietto amor, primo, t'amai;

con che libera gioia ringraziai

de' tuoi mari e de' cieli il bel seren:

e udii le oranti vespertine squille

di poggio in poggio, e le sospese ville

vidi, o posate alla convalle in sen;

e del nembo fuggii nelle tue grotte

lo scroscio; e corse giù per vie trarotte

o su tremuli ponti agile il piè.

E côlsi la volante poesia

di bocca alle tue donne: e l'armonia

di lor canzoni ne verrà con me,

grato dono all'Italia. Intesi il pianto,

forte e simile a modulato canto,

della sorella ch'alle Assise invan

chiedea vendetta del fratel tradito:

visitai dentro al carcere il bandito,

strinsi, confesso, la macchiata man.

E quando al fin de' miei pensati guai

vicino essere credea, raccomandai

potesser le ignorate ossa posar

al Borgo, là dov'Ombre armate intorno

ai ben difesi tetti errano, e il corno

paion, che a guerra inciti, ansie bramar.

Ombre italiche siete. E spesso a sera

per la bruna onda mute in lunga schiera

cercar vi vidi con materno amor

d'Italia i liti. Nel natìo soggiorno

tornate, o benedette: avrete un giorno

grande d'affetti e di preghiere onor.