A LEOPOLDO II

By Giuseppe Giusti

Signor, sospeso il pungolo severo,

a te parla la Musa alta e sicura,

la Musa onde ti venne in pro del vero

acre puntura.

Libero prence, a gloriosa mèta

vòlto col popol suo dal cammin vecchio,

con nuovo esempio a libero poeta

porga l'orecchio.

Taccian l'accuse e l'ombre del passato,

di scambievoli orgogli acerbi frutti:

tutti un duro letargo ha travagliato:

errammo tutti.

Oggi in più degna gara a tutti giova

cessar miseri dubbi e detti amari,

al fiero incarco della vita nuova

nuovi del pari.

Se al popolo non rechi impedimento

l'abito molle, la dormita pace,

la facil sapienza, il braccio lento,

la lingua audace;

se non turbino il re larve bugiarde,

vuote superbie, ambizioni oscure,

frodi, minacce, ambagi, ire codarde,

stolte paure;

piega popolo e re le mansuete

voglie a concordia con aperto riso;

e il lungo ordir della medicea rete

ecco è reciso.

Che se dell'avo industrioso istinto,

strigato il laccio che vita ci spense,

nostra virtù da cieco laberinto

parte redense,

tardi d'astuta signoria lasciva

la radice mortifera si schianta:

serpe a guisa di rovo, e usanza avviva

la mala pianta.

Ma vedi come nella Mente Eterna

tempo corregge ogni cosa mortale:

nasce dal male il ben con vece alterna,

dal bene il male:

né questo è cerchio come il volgo crede,

che salga e scenda e sé in sé rigire;

è un turbine che al ver sempre procede

con alte spire.

Nocque licenza a libertà: si franse

per troppa tesa l'arco a tirannia;

e l'una e l'altra fu percossa, e pianse

l'errata via.

Dalla nordica illuvie Italia emerse

ricca e discorde di possanza e d'arte:

calò di nuovo il nembo, e la sommerse

di parte in parte.

Or come volge calamita al polo,

vôlta alla luce che per lei raggiorna,

compresa d'un amor, d'un voler solo,

una ritorna.

Scosso e ravvisto del comune inganno

che avvolse Europa in tenebroso arcano,

lei risaluta il Franco e l'Alemanno,

l'Anglo e l'Ispano;

e un agitarsi, un franger di ritorte,

una voce dal ciel per tutto udita

che riscuote i sepolcri e dalla morte

desta la vita.

E in te speranza alla toscana gente

del quinto Carlo dagli eredi uscìo:

rinasce il giglio che stirpò Clemente,

diletto a Pio.

Al culto antico di quel santo stelo

della libera Italia ultimo seme,

di re dovere e cittadino zelo

muovano insieme.

Già da Firenze il fior desiderato

andò, simbol di pace e di riscatto,

di terra in terra accolto e ricambiato

nel dì del patto,

che ogni altro patto vincerà d'assai

mille volte giurato e mille infranto.

Signor, pensa quel dì! versasti mai

più dolce pianto?

E noi piangemmo, e lacrime d'amore

padre si ricambiâr, figli e fratelli:

quel pianto che finì tanto dolore

nessun cancelli.

Ed or che a noi per nuovo atto immortale

la tua benignità si disasconde,

e n'avesti dal Serchio al crin regale

debita fronde,

la gioia austera de' cresciuti onori

cresca conforto a te nell'ardua via;

tra gente e gente di novelli amori

cresca armonia.

Al secolo miglior, de' tuoi figliuoli

sorga e de' nostri nobile primizie,

e di gemma più cara orni e consoli

la tua canizie.