A LEOPOLDO II
Signor, sospeso il pungolo severo,
a te parla la Musa alta e sicura,
la Musa onde ti venne in pro del vero
acre puntura.
Libero prence, a gloriosa mèta
vòlto col popol suo dal cammin vecchio,
con nuovo esempio a libero poeta
porga l'orecchio.
Taccian l'accuse e l'ombre del passato,
di scambievoli orgogli acerbi frutti:
tutti un duro letargo ha travagliato:
errammo tutti.
Oggi in più degna gara a tutti giova
cessar miseri dubbi e detti amari,
al fiero incarco della vita nuova
nuovi del pari.
Se al popolo non rechi impedimento
l'abito molle, la dormita pace,
la facil sapienza, il braccio lento,
la lingua audace;
se non turbino il re larve bugiarde,
vuote superbie, ambizioni oscure,
frodi, minacce, ambagi, ire codarde,
stolte paure;
piega popolo e re le mansuete
voglie a concordia con aperto riso;
e il lungo ordir della medicea rete
ecco è reciso.
Che se dell'avo industrioso istinto,
strigato il laccio che vita ci spense,
nostra virtù da cieco laberinto
parte redense,
tardi d'astuta signoria lasciva
la radice mortifera si schianta:
serpe a guisa di rovo, e usanza avviva
la mala pianta.
Ma vedi come nella Mente Eterna
tempo corregge ogni cosa mortale:
nasce dal male il ben con vece alterna,
dal bene il male:
né questo è cerchio come il volgo crede,
che salga e scenda e sé in sé rigire;
è un turbine che al ver sempre procede
con alte spire.
Nocque licenza a libertà: si franse
per troppa tesa l'arco a tirannia;
e l'una e l'altra fu percossa, e pianse
l'errata via.
Dalla nordica illuvie Italia emerse
ricca e discorde di possanza e d'arte:
calò di nuovo il nembo, e la sommerse
di parte in parte.
Or come volge calamita al polo,
vôlta alla luce che per lei raggiorna,
compresa d'un amor, d'un voler solo,
una ritorna.
Scosso e ravvisto del comune inganno
che avvolse Europa in tenebroso arcano,
lei risaluta il Franco e l'Alemanno,
l'Anglo e l'Ispano;
e un agitarsi, un franger di ritorte,
una voce dal ciel per tutto udita
che riscuote i sepolcri e dalla morte
desta la vita.
E in te speranza alla toscana gente
del quinto Carlo dagli eredi uscìo:
rinasce il giglio che stirpò Clemente,
diletto a Pio.
Al culto antico di quel santo stelo
della libera Italia ultimo seme,
di re dovere e cittadino zelo
muovano insieme.
Già da Firenze il fior desiderato
andò, simbol di pace e di riscatto,
di terra in terra accolto e ricambiato
nel dì del patto,
che ogni altro patto vincerà d'assai
mille volte giurato e mille infranto.
Signor, pensa quel dì! versasti mai
più dolce pianto?
E noi piangemmo, e lacrime d'amore
padre si ricambiâr, figli e fratelli:
quel pianto che finì tanto dolore
nessun cancelli.
Ed or che a noi per nuovo atto immortale
la tua benignità si disasconde,
e n'avesti dal Serchio al crin regale
debita fronde,
la gioia austera de' cresciuti onori
cresca conforto a te nell'ardua via;
tra gente e gente di novelli amori
cresca armonia.
Al secolo miglior, de' tuoi figliuoli
sorga e de' nostri nobile primizie,
e di gemma più cara orni e consoli
la tua canizie.