A messer Benedetto Varchi in lode delle zanzare
Varchi, io vo' sostener con tutti a gara
che fra le bestie, ch'hanno qualche stocco,
il principato tenga la zanzara.
Ecci qualch'autor, che n'ha già tocco,
ma, non la conoscendo, ha detto cose,
che non si saren dette d'un allocco.
Così son state sue virtù nascose,
che chi ne scrisse non volle la gatta,
per la fatica o ch'invidia lo rose.
I' son d'una natura così fatta,
che quand'io veggo il vero, o ch'io lo provo,
i' son uso a chiamar la gatta “gatta”.
Voi anche so ch'avete fitto il chiovo
di dire il vero e non bisogna orpello
con voi, che conoscete il pel nell'uovo.
Costor veddon sì piccol questo uccello
(i' lo chiamo così, perché gl'ha l'ale),
ch'e' lo trattorno com'un pazzerello.
Ben mi cred'io ch'e' ve ne sappia male,
perch'io son certo che l'animo vostro
dell'invidia è nimico capitale.
Ma, s'io non erro, io spero avervi mostro
di lui tal cose, ch'un giorno forzato
sarete a consagrarli e foglio e 'nchiostro.
E potrassi veder quanto fu ingrato
Platone e Aristotile e Omero,
ch'ebber l'ingegno a così buon mercato,
a non ne far per uno un libro intero
e lasciare star l'anima ed Ettorre
e altro, che Dio sa poi s'egl'è vero.
Ma tempo è omai ch'io vi cominci a porre
dinanzi agl'occhi scritto altro che frasche
e non vi pasca di venti e di borre.
Scrivendo a voi non mi par ch'egl'accasche
ch'io cachi il sangue per farvi vedere
come quest'animal si crei o nasche.
Per me confesso di non lo sapere.
Ben sarebbe cortese oppinione
— e non ci costa — a credere e tenere
ch'e' nasca come nascan le persone,
ma qualche cosa, ch'io vi dirò poi,
me ne fa dubitar con gran ragione.
Così potrete me' veder da voi
pigliandon'una — ch'e' non è fatica —
senza ch'io vi disegni i membri suoi.
Or cominciam, che Dio ci benedica:
dico che la zanzara, il primo tratto,
si vede esser dell'ozio gran nemica.
La vorrebbe veder gl'uomini in atto,
travagliarsi, star desti e far faccende,
come colei ch'intende il mondo affatto.
E perché sa ch'il tempo che si spende
nel sonno è come dir gittato via,
si lieva su com'il lume s'accende
e va sempre appostando ove tu sia,
quel che tu faccia e, se tu ti dimeni,
la ti farà di rado villania.
Ma quand'ella s'accorge che tu vieni
al fatto del dormire, anch'ella viene
per chiarirsi de' modi che tu tieni.
E questo non lo fa se non per bene:
la vuol veder le persone affettate
non a ccasaccio, come vien lor bene.
Quanti si gitterebbon la distate
sul letto, a gambe larghe sopra i panni,
cogl'usci e le finestre spalancate!
Cosa che dà col tempo degl'affanni,
perch'e' si piglia spesso una 'nbeccata
o qualche doglia, che ti dura gl'anni.
La prima che ciò vede, una brigata
dell'altre chiama, e vengano a sgridarci,
come si fa la gente spensierata.
Cercon la prima cosa di destarci
co' canti lor, perché noi ci copriàno,
che starien chete, volendo mangiarci.
Ma s'elle veggan poi che noi dormiàno
scoperti e non curiàn le lor parole,
le ci danno di quel che noi cerchiàno
e par che dican: “Poi che costui vuole
del male a far, ch'e' n'abbia”; non di meno
gl'è mal che giova molto e poco duole,
ch'elle ci traggon certo sangue, pieno
di materiaccia, ch'è fra pelle e pelle,
che faria rogna o qualch'altro veleno.
I' metterei su altro che novelle
e giucherei che i medici e i barbieri
hanno imparato a trar sangue, da quelle,
com'imparorno a far anche i cristeri
da quello uccel, ch'il becco fra i peccati
si ficca, a farsi il corpo più leggieri.
Noi siamo a questa bestiuola obligati
per mille cose ch'io non vo' contare
e noi ce le mostriam sempre più ingrati.
Io non me l'ho trovato, anzi parlare
n'ho sentito a parecchi, ch'il bel suono
delle trombe insegnoron le zanzare,
che di tanta importanza al mondo sono,
ch'io ho voglia di dir, che senza queste,
e' non ci resteria troppo del buono.
Ponete mente il giorno delle feste,
dove si giuoca a germini e allora
vi fien le mie parole manifeste.
L'imperadore e 'l papa, che s'adora,
vi son per nulla e le virtù per poco,
fede e speranza e ogn'altra lor suora,
il zodiaco, il mondo, il sole, il foco,
l'aria e la terra, ogni cosa si piglia,
con queste trombe, alla fine del giuoco.
La gente s'argomenta e assottiglia
fin'a un certo che, poi s'abbandona
lo studio e ogni cosa si scompiglia.
Chi trovò questo giuoco fu persona
che dimostrò d'aver cervello in testa
e tanto manco poi se gli perdona,
ch'egli aveva a cercar, veggendo questa
tromba tanto valer, di quella cosa,
che fu cagion d'un suon di tanta festa,
la qual trovata, aver la generosa
zanzara in una carta ornata e bella
dipinta, come quando o vola o posa,
e far ch'e' fusse ogni trionfo a quella
suggetto e così il giuoco andava in modo
ch'el ver sare' rimaso in su la sella.
S'io stessi sano e ch'io avessi il modo,
tanto ch'io fussi un tratto imperadore,
i' farei pur un'insegna a mio modo.
So ch'io non me ne andrei preso al romore
e lascierei quell'aquila a' Troiani,
che mandò quel fanciullo al Creatore;
la ne dovette far parecchi brani
del poverino; e dicon ch'e' fu Giove
ch'el portò in cielo: io 'l crederrei domani.
E senza andarmi avviluppando altrove
torrei una zanzara per bandiera
e udite a ciò far quel che mi muove.
La fama ha quelle trombe e vola altera
per tutto il mondo, ond'io l'ho per figliuola
d'una zanzara; ell'ha quella maniera;
e se la fama tanto vale e vola,
quanto varre' la madre e volerebbe
per la reputazion, non ch'altro, sola?
Credo che solo al nome tremerrebbe
quanto la terra imbratta e l'acqua lava
e che col tempo ognun meco starebbe.
Ha obligo a costei la gente brava,
più ch'a suo padre e certo che senz'essa
io non so com'il fatto suo s'andava,
ch'ell'ha nel mondo la vera arte messa
del combattere e gl'uomini da' fatti
ne faccin fede a chi non lo confessa,
che fanno or mille cerimonie e atti,
stanno in su punti e appiccon cartelli
poi combatton da sezzo o fanno patti.
Non si van colle spade o co' coltelli
addosso al primo, anzi ordinano un giorno
ch'ognun lo sappia e poss'ire a vedelli.
Orlando e' Paladini davon nel corno,
la prima cosa, e non correvan lancia
ch'e' non andassi sei parole attorno.
E ben che questo si trovasse in Francia
e le trombe in Toscana, e' fu costei
ch'insegnò a tutti quanti e non è ciancia,
che chi pon cura diligente a lei
potrà veder ch'ella non pugne o fiere
senza sonar tre volte e quattro e sei.
Però color che ordinan le schiere
come si debbe, non fanno battaglia
s'e' non lo fanno al nimico asapere.
Quant'io miro più fiso più m'abbaglia
questa cotale e non trovo la via,
onde l'ingegno a tanta altezza saglia.
I' credo quasi quasi, ch'ella sia
immortale o vel circa e vi rammento
che quest'è il poi ch'io vi promessi pria.
Ch'io mi ricordo averne morte cento
per sera, innanzi ch'io le conoscessi,
ond'io credea d'averne il seme spento.
E per ben ch'io chiudessi e richiudessi
usci e finestre e in camera col lume
mai non entrassi e gran cura c'avessi,
i' non era sì tosto nelle piume,
ch'io risentivo il numero compiuto,
ond'io m'accorsi poi del lor costume
e m'è più volte nel cervel venuto
ch'ella rinasca come la Fenice,
ben ch'e' non le bisogni tanto aiuto;
la può far senza andar nella felice
Arabia e senza mettere in assetto
cotante spezierie quante si dice.
Per me n'ho una in camera, a dispetto
di chi non vuol, che non lo sappiend'io
m'era morta ogni notte intorno al letto,
ond'io n'ebbi quistion col garzon mio,
tanto ch'io fui per rompergli la bocca
e dissi in fin ch'e' s'andasse con Dio,
ch'ammazzarle, oltra il male, è la più sciocca
cosa del mondo: ella tornava viva,
come s'ella non fusse stata tocca.
Ed ecci e stacci ed è quella e sì priva
di compagnia, già son parecchi mesi
m'ha corteggiato, forse perch'io scriva.
Potreste forse dirmi, avendo intesi
questi miei versi: “Dimmi un po', Bronzino,
perch'e' non paia ch'io bea i paesi,
quest'animal, che tu fai sì divino,
e vuoi ch'e' faccia destri gl'infingardi,
perché pigl'ei poi 'l verno altro cammino,
e alla tua ragion, se ben riguardi,
allor n'arebbe a esser più che mai,
ch'inpigrisce, non ch'altro, i più gagliardi?”
Bel dubbio, certo, e da lodarlo assai,
ma io non mi smarrisco già per questo
e mostrerrò, ch'a scriver non errai.
Chi è ito pel mondo, manifesto
conosce ch'e' non ci è terra nessuna,
dove non sia qualcosa di molesto.
La sta con noi la state, acciò che gnuna
persona non ammali e anche un pezzo
dell'autunno; poi muta fortuna.
Né il suo partir ci nuoce allor, ch'avezzo
è questo nostro paese in tal forma,
che l'ozio a darci noia sarà il sezzo;
la povertà farà ch'e' non si dorma
e molti altri rimedii ci saranno
contra lo starsi: quest'è cosa in forma.
Ma pur chi ne volesse tutto l'anno
e' ci è più d'un paese ove n'avanza,
come dicon le genti che vi vanno.
Dicon che nella Puglia n'è abbondanza,
ma le Maremme di Roma, e di Siena
non ci è troppo, n'hanno anche a bastanza.
Quivi un ch'avesse la scarsella piena
e poi fusse nimico del riposo
arebbe a stare, s'e' crepasse di pena.
Io ne son sempre stato desioso
e farei un bel tratto a 'ndarvi, quando
i' fussi ricco e manco voglioloso.
O che diletto indiavolato stando
in que' paesi, cred'io, ch'e' si provi,
quand'elle vanno la notte ronzando!
Quand'un s'abbatte a casa, che gli giovi
e anche piaccia, io credo ch'e' si possa
torla a chius'occhi, pur che se ne trovi.
Ma la gent'oggi è maliziosa o grossa,
tal che per ignoranza o per malizia
ogni cosa di buon ci lascia l'ossa.
Doverremmo cercar d'aver dovizia
di zanzare e far pozzi, fogne e acquai
e s'altro luogo più le benefizia;
e arebbesi a far legge che mai
non ardisser d'ucciderle i cristiani,
ben ch'elle ci mordessin poco o assai.
Dispiacemi veder gl'uomini strani,
che non sanno uno scherzo sofferire
e per ogni cosuzza alzon le mani,
che doverremmo amare e reverire
chi ci vuol ben e 'n parte ci fa male
e, per ben nostro, imparare a patire.
Ma faccin quel che e' voglion, che e' non vale,
quando ben un le schiacci, arda o scancelli,
per quanto è scritto in su questo cotale.
Or, perché tanto e' poemi son belli,
quanto e' son brevi, fia ben ch'io consenta
far quattro versi e poi non ne favelli.
Quest'animale insomma, mi contenta
sì stranamente, ch'a tutti i miei amici
ne vorrei sempre intorno almanco trenta,
per farli destri e più sani e felici.