A PIO IX
Non io le membra de' caduti in guerra
a' piè nemici ed agli estivi ardori
empio esporrò, ma la dolente terra
ricoprirò di fiori.
Te, d'insperato ben serena immago,
più ch'uom caduco, e quasi eterna idea
concetta in sogno memore e presago,
Italia a sé facea.
E te, misero, d'inni, e sé, meschina,
sotto il periglio inebriò di vanti.
L'urlo tedesco e il suon della rovina
ruppe il delirio e i canti.
Da te volea, tiranna e serva insieme,
la gloria, il senno, e del morir l'impero;
e tu nol dêsti. Alla bugiarda speme
fu tradimento il vero.
Cieca innalzò te, fragil gesso, e cieca
lasciò caderti in polve: or ti calpesta,
e de' suoi falli in te s'adira, e impreca
alla sacrata testa.
Schiavo a' nemici tuoi, tiranno ai figli,
sul seggio tuo; qual corpo morto, giaci;
e in te, vivente ancor, ficcan gli artigli
sozzi avvoltoi voraci.
Siccome tenda di pastor' fuggenti,
passasti: e Italia il vento abbraccia, e cerca
idoli nuovi. Ah! con più lunghi stenti
dote d'onor si merca.
Disagi, affanni, amor, sangue, pensiero,
sante memorie, a libertà son dote.
Ciascun libero a sé prence, guerriero,
e servo e sacerdote.
Tu sopravvivi, lasso, alla tua fama;
e dal mugghio del mar che in te si frange,
s'alza il sospir d'un naufrago, che t'ama,
misero, e a te compiange.